“L’uomo si lascia distanziare dalle sue stesse opere: così io esprimerei la peculiarità della crisi moderna. L’uomo non è più capace di signoreggiare il mondo che egli stesso ha fatto sorgere: questo mondo diviene più forte di lui, si libera di lui, gli sta dinanzi nella sua elementare indipendenza, e l’uomo non conosce più la parola che abbia il potere di assoggettare il Golem Che egli ha creato, e di renderlo inoffensivo”. Martin Buber, “Il Problema dell’uomo”

 

In una società prettamente antropocentrica e consumista, la Terra e le altre specie che la abitano sono divenuti degli oggetti nelle mani dell’ingordigia umana. Oggi come mai prima, l’umanità sta fallendo perché non è più in grado di controllare tutti coloro che ha assoggettato. Contemporaneamente il singolo è a disagio nel mondo, dopo aver perso la connessione con il resto del vivente, per rinchiudersi in delle gabbie, mentali e fisiche. Il problema non è l’uomo in generale, ma un particolare tipo di essere umano: l’uomo moderno. Plasmato dal mito del progresso e dall’illusione dell’ego, la sua non è quasi più definibile come “vita”. Egli sopravvive. Nel grigiore della città, conduce la sua esistenza all’insegna della routine, tanto avvilente quanto paradossale. Sempre di corsa per produrre, creare e fare il maggior numero di cose, senza avere però il tempo di beneficiarne. Verrebbe da chiedersi: vale la pena correre da schiavi?

L’umanità sembra essere diventata una grande fabbrica, capace di sfornare oggetti di tutti tipi in ogni luogo del pianeta. Ma la stragrande maggioranza delle persone è estranea a questo potenziale benessere e, sempre di più, è prossima alla miseria. La ragione di ciò, sta nel fatto che la specie umana è distanziata dalle sue stesse opere, tanto da aver trasformato alcuni mezzi, come la tecnica e l’economia, in fini. Questa crisi, nel secolo del capitalismo globale, è un dato di fatto. Ciò che non sempre è chiaro, però, è la natura e la soluzione di questo fenomeno. Spesso, infatti, si crede di poterlo risolvere attraverso degli accorgimenti parziali, come possono esserlo una riforma o un decreto, ad un problema che invece è totale e sistemico. Come sta dimostrando il presente, questo è solamente un modo per continuare a portare avanti politiche criminali: buon viso a cattivo gioco, Unione Europea docet. È la concezione di fondo a dover essere modificata. Bisogna tornarsi a porre domande, la cui risposta viene data troppo per scontata, rimettendo in discussione alcuni diktat imposti dal sistema e recuperando alcune verità iscritte nella nostra essenza. La domanda kantiana “che cos’è l’uomo?” torna, allora, a dover essere posta con urgenza. Ma, essendo stata l’assoluta centralità dell’uomo nel Cosmo, ad aver condotto l’umanità nei pressi del baratro odierno, la risposta non potrà riguardare soltanto l’essere umano.

Troppo spesso, anche i movimenti di opposizione al sistema, limitano la loro attenzione al mondo degli uomini, senza tener conto della Terra e delle altre specie, come se l’umanità fosse indipendente da tutto il resto. Ma non è così. Tutto è in connessione a Tutto. Alla base della comprensione e del rispetto di ciò che umano, deve esserci la relazione con ciò che non lo è. L’etica filosofica, a partire dagli ultimi decenni del ‘900, si sta muovendo esattamente in questo senso, allargando la considerazione morale anche agli altri animali ed alla Natura nel suo insieme. In “Perché gli animali”, del 1985, la filosofa inglese Mary Midgley osserva giustamente: “Una parte importante, e per noi accessibile, dell’universo è costituita dalle specie animali che insieme a noi popolano la terra. Gli animali non esistono solo perché noi ce ne possiamo servire, e non sono solo una minoranza oppressa nella vita dell’uomo. Essi sono la classe a cui anche noi apparteniamo; e noi non siamo che una piccola minoranza in mezzo a loro. È ragionevole pensare che dovremmo considerarli seriamente”. Il contenuto è abbastanza eloquente. L’umanità non ha motivo di considerarsi come isolata ed esclusiva, in quanto condivide la sua esistenza con molti altri esseri viventi, senza i quali non potrebbe nemmeno immaginare di poter vivere. L’uomo allora, per rispondere alla domanda kantiana, è chiamato a riscoprire la sua “animalità”, attraverso le analogie, le differenze o solamente il contatto con gli altri animali. Ecco come, a questo punto, la Terra potrebbe essere considerata una grande casa inanimata, da rispettare perché vitale per il mondo animale, dove le varie specie possono confrontarsi. Ma, anche in questo caso, c’è dell’altro.

Qualche anno dopo l’uscita del testo precedentemente citato, l’autrice inglese decise di supportare “l’ipotesi Gaia”, dello scienziato James Lovelock. Secondo questa teoria, la Terra non sarebbe inanimata, ma un vero e proprio organismo vivente, metafisico ed in continua evoluzione. Come osserva anche Midgley, considerare la Terra come una “grande mente”, costituirebbe un cambiamento non solamente scientifico, ma anche morale, spirituale e politico. Questa concezione sarebbe utile da un lato per risolvere problemi imminenti ambientali, dall’altro per rivalutare da un’altra prospettiva anche la vita umana. Citando Rupert Sheldrake, naturalista e filosofo: “Che cosa cambia se consideriamo la natura viva piuttosto che inanimata? Primo, mettiamo in crisi le ipotesi umanistiche su cui la civiltà moderna è basta. Secondo, instauriamo un rapporto diverso con il mondo naturale e acquistiamo una prospettiva diversa della natura umana. Terzo, diventa possibile una nuova sacralizzazione della natura”. Sia per Midgley, sia per Sheldrake, oltre che per Lovelock, considerare la Terra come un’entità vivente, implicherebbe la necessità di ripensare l’umanità. Chiedersi “che cos’è la Terra?”, sarebbe come domandarsi: “che cos’è anche l’uomo?”

Ecco allora come, ancor più nel secolo della tecnica, la comprensione dell’essere umano passa dal rapporto che egli ha con ciò che lo circonda. La relazione perpetrata nei piccoli gesti, come una passeggiata in un bosco o una giornata a contatto con degli animali liberi, può fornire più risposte esistenziali di qualsiasi libro o dottrina precostruita. La filosofia e la scienza non possono essere che delle bussole in questo percorso pratico e dialogico con tutto ciò che è vita. Essendo la teoria di Gaia, come del resto qualsiasi visione eco-centrica, molto vicina ai culti animisti di alcune popolazioni tradizionali, è opportuno ricordare, in conclusione, ma prima che sia troppo tardi anche per l’uomo, il monito del capo indiano Toro Seduto: “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche.” La nostra società, e quindi anche la nostra vita, deve essere ripensata a partire dal rapporto con tutto ciò che è vita.