Era il 30 giugno di sedici anni fa quando i ventimila spettatori dell’Estadio Sarubbi ebbero la fortuna di vedere dal vivo una delle più belle partite del grande Brasile: un 7-0 al Venezuela che trasudava spettacolo carioca. Erano i Verdeoro pronti a conquistare la vetta del Mondo in terra asiatica, il Dream Team dei vari Roberto Carlos, Rivaldo, e Ronaldo. Ma in mezzo a tutto quell’estro si destreggiava un diamante grezzo pronto a brillare di luce propria: lo chiamano Ronaldinho, non solo per la sua minuta costituzione, ma anche perché il suo cognome – Ronaldo –  era pesante e con quella maglia c’era già un certo Fenomeno. La partita è ormai decisa, il risultato è di 4-0 e mister Luxemburgo decide di fare entrare quel 21. Uno che ti porti in panchina, ma sai già che lo farai giocare solo quegli scampoli di una partita ormai decisa. Alla mezz’ora del secondo tempo quel giovincello riceve palla da Cafù e con un tocco scavalca il venezuelano Rey. Sul primo passo è bruciante, sul secondo Rojas neanche lo vede e davanti al portiere spara dritto sul primo palo, mentre tutti i manuali del calcio obbligano da quella posizione a incrociare il tiro. Ma lui è il figlio dell’imprevedibilità e sigla il pokerissimo a modo suo. Era il primo lampo di quel bambino che ieri ha compiuto 35 anni, ma nei suoi occhi brilla ancora quella spensieratezza che ha accompagnato ogni suo gesto tecnico nel corso della carriera.

Ronaldo de Assis Moreira nasce nel 1980 nel povero barrio di Vila Nova a Porto Alegre, un piccolo quartiere fondato da immigranti italiani che agli inizi del secolo cercavano fortuna in Sud America. Lì comincia a muovere i primi passi con il pallone incollato ai piedi, un regalo del padre ex calciatore del Cruzeiro. Tra quei vicoli cerca di emulare il suo grande idolo: Rivelino, l’inventore dell’elastico. Il piccolo Ronaldo lo imparerà alla perfezione, ma lo personalizzerà elevandolo alla quintessenza applicandogli una velocità supersonica. Per i difensori è una spirale di gambe ipnotica da cui non possono uscire indenni. Esordisce nel Gremio in quel Campeonato Gaucho che tra i tornei regionali è considerato il più vicino al calcio europeo, lontano da quei ritmi compassati brasiliani. Lo sbarco nel nostro continente è inevitabile, riesce a fare grande quel PSG ancor prima dell’era degli sceicchi. È stato l’ultimo terrestre a conquistare il Pallone d’Oro, lontano dai canoni estetici e fisici che regnano nel calcio moderno, è diventato l’idolo e poi la fonte di ispirazione di un’intera generazione. Ha incantato il Camp Nou e Barcellona, di cui è diventato una delle principali bandiere. Oggi delizia ancora con le sue giocate il pubblico messicano del Querétaro, con la solita spensieratezza che lo ha sempre contraddistinto, perché il calcio prima di essere uno sport è un gioco. Con quel suo sorriso imperfetto trasformava ogni giocata in gioia, quando ancora giocare una partita significava divertirsi come un bambino. Proprio come quel ragazzo con il numero 21 sulle spalle, che sedici anni prima ha fatto stropicciare gli occhi a quei ventimila, che ignari dell’evento assistevano alla nascita dell’Allegria. Auguri Dinho.