Domenica scorsa, al nuovo Estadio de San Mamés, l’Athletic Club ha vinto un partita storica contro i perenni rivali del Barcellona. Iker Muniain, stella in ascesa della società basca, ha siglato il gol vittoria, violando con un bel destro la porta difesa dall’esperto José Pinto e portando i ragazzi di Ernesto Valverde al quarto posto in classifica, in piena zona Champions League. 

Tuttavia, questo gol va oltre i tre punti, oltre la gioia dei numerosi tifosi accorsi allo stadio, perfino oltre all’eccellente momento di forma che sta vivendo la squadra, la quale, reduce da una temporada al di sotto delle aspettative e dalla turbolenta partenza di Fernando Llorente, si appresta a lottare per un posto nell’Europa dei grandi che manca ormai dall’edizione 1998/99; in questa gara, infatti, non si affrontavano soltanto Athletic contro Barcellona o  Muniain contro Neymar, ma anche due diversi modi di intendere il calcio: il primo, quello dei baschi, fondato sulla tradizione, sull’autarchia e su una strenua resistenza ai dogmi del calcio moderno mentre il secondo, quello dei catalani, fondato sui grandi sponsor, sull’investimento di ingenti capitali, su fatturati da capogiro, su milioni da spendere in ogni campagna acquisti e su uno stile di gioco che ha rivoluzionato il calcio. Beh, Domenica scorsa sono stati i baschi ad avere la propria serata di gloria, mandando a casa a mani vuote gli invincibili giganti, gli dei del calcio, i signori del business.

E’ opportuno però aprire una piccola ma importante parentesi: la società del Barcellona così come i suoi tifosi, è molto legata alle proprie tradizioni e alla propria cultura, al pari dell’Athletic, in quanto sia l’Euskal Herria che la Catalunya ambiscano da sempre all’indipendenza dalla corona spagnola. Entrambe le Comunità Autonome, infatti, sono attraversate da rivendicazioni nazionaliste ed autonomiste, nonché da peculiarità culturali e linguistiche sulle quali fanno leva. Inoltre da quest’anno la seconda maglia degli Azulgrana è intrisa dei colori presenti nella bandiera della propria terra, il giallo e il rosso.

Ma oltre a questo, il Dio denaro la fa da padrone. Il famoso tiki-taka fa bene ai conti della società, la quale ha un fatturato di quasi 500 milioni di Euro; i ricavi operativi per la stagione 2012-2013, nonostante l’eliminazione in semifinale di Champions, hanno toccato quota 491 milioni, 21 in più delle previsioni. A garantire un risultato migliore delle attese è stato il nuovo contratto di sponsorizzazione firmato con la Qatar Airways, compagnia di bandiera del paese mediorientale dove nel 2022 si terranno i mondiali di calcio, che porterà nelle casse della società catalana 96 milioni di euro per le prossime tre stagioni, più un extra di cinque milioni se dovesse vincere la Coppa Campioni; inoltre, l’accordo garantisce anche la presenza di pubblicità della Qatar Airways sulla facciata e sulle tribune del Camp Nou, lo stadio del club. Ma non è tutto poiché se analizziamo il valore di mercato di entrambe le società, consultabile qui per quanto riguarda il Barcellona, e qui per quanto riguarda l’Athletic, notiamo che quello del Barça è quattro volte superiore a quello dei colleghi baschi che, nel mercato estivo, hanno investito appena 15 milioni per gli acquisti di Benat, Mikel Rico, Balenziaga e Kike Sola mentre le corpose casse dei catalani sono state svuotate di ben 57 milioni, spesi per l’astro nascente Neymar in risposta all’acquisto record di Gareth Bale da parte del Real Madrid.

Ma attenzione al’ultimo dettaglio: il Barcellona fa del merchandising una delle sue armi migliori, in quanto la Tienda Oficial blaugrana è una macchina da soldi, capace di vendere migliaia di magliette al giorno. Per ordini del club, nessun venditore può rivelare quante magliette vengano effettivamente vendute ma, con un pizzico di intuito, si riesce a ricavare qualche dato interessante: dal 3 giugno, giorno della presentazione di Neymar, ad oggi, sono state vendute circa 350.000 magliette con la scritta Neymar Jr. Considerato che una camiseta costa 100 euro, più della metà della cifra spesa per il cartellino dell’ex Santos è già rientrata nelle casse del club. Pazzesco, incredibile ma vero.

E l’Athletic come si rapporta a tutto ciò? I Leones portano avanti la propria filosofia fino dal 1898 tesserando solamente giocatori baschi o di origine basca (sia di Hegoalde che di Iparralde), tenendosi alla larga dalle mire espansionistiche del Dio denaro. E’ uno dei pochi club a non essere una Sociedad Anonima Deportiva e il fatturato annuo si aggira intorno ai 40 milioni, cifra irrisoria rispetto a quella dei catalani. Giocatori come Iraola, Aduriz, Iturraspe e Gurpegi sono degli idoli in quel di Bilbao e sono preferiti ai vari Ronaldo e Messi. Insomma, i baschi portano avanti una pura ed anacronistica poesia, un’idea di calcio possibile, un esempio da seguire. Domenica scorsa il Dio denaro si è dovuto inchinare, la filosofia dell’Athletic Club ha vinto 1-0.

FP