di Claudio Pirillo

 

Si ricorderà senz’altro le tragedie climatiche che funestarono l’Italia tre anni or sono… .Dall’ultima settimana di ottobre 2011, i commentatori più illustri della stampa italiana, avevano affrontato il problema ascoltando il parere degli esperti di cui sopra. Tempo impazzito, incuria di Stato[1]: “Consumo del territorio. Cementificazione selvaggia: Condoni a ripetizione. Distruzione del patrimonio naturale. Abbandono delle campagne e dell’agricoltura. Dissipazione delle risorse ambientali ed economiche. Un malgoverno che certamente viene da lontano, ma raggiunge oggi la sua terrificante apoteosi… . <<C’è un problema di mancata prevenzione>>, come ammette lo stesso capo della protezione civile, Franco Gabrielli[2].>>

Certamente, un governo che taglia il 90% dei fondi destinati alla sicurezza ambientale, non dimostra di tenere alla salvaguardia del territorio nazionale amministrato, né alla sicurezza delle popolazioni residenti o, nella più brutale e materialista delle considerazioni, ai costi conseguenti che vanno poi a gravare, sempre e comunque, sulle sole spalle dei contribuenti: <<Dai 44 miliardi di euro preventivati per mettere in sicurezza il territorio italiano, di cui 27 per il Centro-Nord, siamo scesi… ad appena 31 milioni… .Venticinque milioni di danni alla viabilità in Liguria. Danni alle campagne per decine di milioni… .Il paese di Monterosso cancellato e tanti altri evacuati… .Quando alla fine si faranno tutti i conti, si scoprirà verosimilmente che lo Stato dovrà spendere molto di più di quanto il Tesoro ha tagliato.>> [3] Per quest’ultima considerazione del bravo corrispondente, non possiamo che richiamare le nostre personali considerazioni di cui sopra. Nemmeno la Calabria è stata, nel passato (e purtroppo non lo sarà nel futuro-ce lo indicano tutti i fattori oggi valutabili-: prevenzione idrogeologica, urbanistica, strutture di emergenza uguali a zero) esente da tragedie di questo genere, soprattutto nel periodo 1996-1999; come non ricordare l’alluvione di Crotone dell’ottobre 1996 ed il disastro del campeggio di Soverato: 20 persone tra morti accertati e corpi non ritrovati in  entrambi gli episodi, feriti, e miliardi di danni. O le frane di Maierato e lo smottamento dell’A3 SA-RC nel tratto cosentino, con danni morti, feriti, case distrutte. Quanto l’attenzione sia alta, da parte di esperti osservatori e cronachisti, e quanto invece sia colpevolmente latitante la classe politica italiana, lo dimostra il fatto che citiamo quotidiani del 27 ottobre: il disastro di Genova d’ inizio novembre 2011 doveva ancora verificarsi, ma c’era stata l’evento alluvionale di Roma quattro giorni prima: è allarme <<bombe d’acqua.>>[4] La giornalista del quotidiano di via Solferino, intervista Franco Guzzetti, direttore del Cnr Irpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica), il quale spiega che <<Le “bombe d’acqua” sono un evento che si manifesta ultimamente con più frequenza. E viene attribuito ai cambiamenti climatici. Si discute sull’impatto che abbia avuto l’uomo nel favorirli. Ma sono un evento naturale. E in quanto tale c’è poco da farci. Però l’impatto disastroso che hanno sulla popolazione, quello è in gran parte se non totalmente colpa nostra che, passata l’onda emotiva delle catastrofi, facciamo sempre pochissimo.>> Il presidente del Consiglio nazionale dei geologi, Gianvito Graziano, sembra meno tenero nel suo giudizio, poiché –dice- <<Se le “bombe d’acqua” fossero frutto delle modifiche del clima ciò non sarebbe un’attenuante, ma un’aggravante per ciò che è avvenuto. Ogni volta che costruiamo, consumiamo un pezzetto di suolo. E questo fa sì che l’acqua piovana scorra in superficie senza essere riassorbita. In questi casi arrivano dalle fognature e nei fiumi e torrenti quantità d’acqua tali che non riescono ad essere smaltite. I fiumi si riprendono lo spazio ed esondano… .Serve una legge urbanistica.>>[5] Lo stesso presidente Graziano non esita a dichiarare che a volte, gli amministratori sensibili che vogliono operare in sede preventiva, devono arrestarsi in quanto <<Ci sono lobby, interessi, che intimoriscono le amministrazioni cittadine, così si rinvia fino alla tragedia.>>[6] E’ un fatto che l’Autorità Giudiziaria, aprendo un fascicolo per disastro ed omicidio colposo contro ignoti, di seguito a catastrofici eventi (fra gli ultimi, si veda il caso del terremoto di L’Aquila), nella maggior parte dei casi arriva sempre ad inviare avviso di garanzia ad amministratori pubblici, o imprenditori privati titolari di appalti nell’esecuzione di opere pubbliche, non di rado collusi con la criminalità organizzata. Occorrerebbe, nell’ottica di una sana politica di prevenzione, che le Prefetture / Utg  -in ambito di Conferenza congiunta- obbligassero gli Enti locali alla stesura (ed al periodico aggiornamento) dei piani di sicurezza idrogeologica, che i dati circolassero, che le esercitazioni di protezione civile fossero frequenti. Ma soprattutto occorrerebbe una legislazione severa in materia di parametri da osservare per la sicurezza urbanistica. I dati attuali sono sconfortanti (a dir poco) e forse sono sottostimati:<<Sei milioni di italiani vivono nelle stesse condizioni delle vittime delle tragiche alluvioni di ieri in Liguria e in Toscana… .Il Consiglio Nazionale delle ricerche ha calcolato che negli ultimi quarant’anni, quasi 5mila italiani hanno perso la vita per frane o alluvioni… .Soltanto in Liguria, per restare all’epicentro di ieri, si contano 470 chilometri quadrati di territorio ad elevato rischio idrogeologico…, guai che arrivano da lontano, innanzitutto nel tempo. Dal 1948 ad oggi in Italia si commettono 203 abusi edilizi al giorno, 74mila all’anno… .Per non parlare dell’aggravante… .Il 70% dei comuni sciolti per l’inquinamento malavitoso della pubblica amministrazione, dal 1991 ad oggi, hanno in comune un solo elemento: le mani sul territorio, attraverso l’abusivismo edilizio di massa… .>>[7] Sono stati censiti 1.260.000 edifici a rischio frane o alluvioni: fra essi vi sono 6mila scuole e 531 ospedali! I dati si interpretano da soli. La problematica in questione non è la sola, né sta da sola, anzi, è in buona compagnia: emergenza ambientale non è solo cementificazione selvaggia, per quanto riguarda l’aspetto socio – urbanistico; esiste l’eterna difficoltà, densa sempre di nuovi pericoli, rappresentata dall’emergenza rifiuti (la quale ha una criticità maggiore per quanto riguarda i rifiuti ad altissima tossicità: scorie di tipo industriale, nucleari et cetera.) Il caso Napoli è cronaca di tutti i giorni, quando il Potere ha interesse a parlarne, altrimenti si sottace. Per il caso Calabria, il territorio di Crotone (ex polo industriale della Regione) ha meno visibilità, rispetto alla Campania ed a Napoli,  ma non minore gravità, atteso ciò che abbiamo riferito nelle pagine precedenti di questa disamina. Nella riunione tenutasi proprio nella città ionica il 18 ottobre 2011, la Commissione Bicamerale di Inchiesta sul ciclo dei rifiuti, ha evidenziato il fallimento della locale gestione dell’emergenza ambientale in questi ultimi tredici anni. I costi della gestione commissariale del settore, nel periodo 1998-2006, equivalgono ad 1 miliardo di euri odierni. Ben 11 sono stati i Commissari incaricati della soluzione dell’emergenza rifiuti regionale, nel periodo indicato. Su 400 siti di interesse regionale per la bonifica, solo per 33 di essi (8%!) è stata avviata la prevista procedura. Il competente assessorato regionale all’ambiente ha individuato ben 1190 discariche di cui 600 (oltre il 50%) da bonificare. Anche la regione Calabria è in forte ritardo, come altre regioni italiane, sulla raccolta differenziata. Per il Procuratore della Repubblica, Raffaele Mazzotta, <<La situazione del territorio… è grave, in seguito alla deindustrializzazione>> –alludendo ai problemi delle scorie e dell’utilizzazione illegale delle fibrette d’amianto- e proseguendo, poi, annunciando che <<ci sono altre indagini in corso sui veleni della città.>>[8]L’osservazione di Legambiente e Ambiente Italia, rivela la scarsa eco sostenibilità della città jonica; essa, si classifica in 43^ posizione, fra le città con meno di 80.000 abitanti, considerando sette indicatori: acqua, aria, rifiuti, trasporti, ambiente, energia, pubblica amministrazione: raccolta differenziata pari al 15%, 550,2 kg di rifiuti pro capite annui. Per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico  mancano i dati sulle polveri sottili, sui valori di biossido di azoto, sull’ozono. Si spreca il 26% di acqua (differenza fra acqua immessa ed acqua consumata per uso civile, industriale, agricolo). La mobilità sostenibile ha un indice pari a zero: non vi sono car sarin, radiobus, mobility manager. La disponibilità di parchi e giardini in area urbana, per ogni abitante è di mq 1,34, mentre, la disponibilità di aree verdi totali su tutta la superficie comunale è di mq 12 per ettaro. L’intera superficie stradale destina solo lo 0,2% alle isole pedonali, la superficie di ztl (zone a traffico limitato) o soggetta a restrizioni è pari a zero. Non vi sono dati disponibili sulle politiche energetiche. L’incidenza del solare fotovoltaico è quasi inesistente, nel mentre il territorio di Isola Capo Rizzuto (pochi km da Crotone) registra la presenza di uno dei parchi eolici più grandi d’Europa, la cui produzione va pressoché per intero all’estero. [9]

Eco- urbanismo sociale

E’ una visione unitaria quella che caratterizza l’ecologia urbana e sociale: non per desiderio di analizzare il vacuo “tutto ad ogni costo”, quasi uno sterile esercizio di tuttologia, bensì un serio tentativo di considerare olisticamente i problemi dei rapporti fra individui e gruppi sociali non disgiuntamente dalle conseguenti interazioni con l’estensione aperta e globale delle città ed il relativo impatto ambientale. E’ proprio l’interazione costante fra il comportamento (attività ) antropico e le megalopoli a costituire l’oggetto della ricerca, affrontata empiricamente con il metodo dell’osservazione sistematica e della raccolta dati che confluiscono poi in una serie di dati da assemblare in teoria. Il dato certo è che il comportamento umano all’interno di quelle che ormai stanno diventando macro entità territoriali urbane, quasi del tutto standardizzato sotto il profilo della quotidianità, difficilmente riesce, però, ad isolare le variabili che si presentano al fine di valutare effetti conseguenti. Dagli studi del geo-antropologo Paolo Rognini e dello psicologo Paolo Fuligni, è nata l’ecologia urbana e sociale quale disciplina finalizzata all’esame dei rapporti uomo-ambiente in modo sintetico, senza discrasìa fra i due termini.[10] In termini di Stadtssoziologie, per il Gallino[11], la Città va intesa <<come un complesso integrato di popolazione stabilmente insediata, dell’ordine minimo di alcune migliaia di individui, di attività economiche, politiche, amministrative, giuridiche, educative…, di infrastrutture edilizie e viarie, di mezzi per la distribuzione di alimenti, di informazioni e di altre risorse primarie (p. es., combustibili, energia elettrica), tale che in esso la maggior parte dei bisogni individuali e collettivi possono trovare soddisfazione, … correlativamente al grado di sviluppo della società di cui è parte>>.  In tal senso, l’oggetto di studio dell’ecourbanismo sociale, si trasforma nella sua stessa finalità, un urbanesimo ambientalmente armonico, compatibile, in grado di sviluppare interazione perequativa fra i suoi diversi componenti, umani, naturali, macro sociali (economici, culturali, informazione), con riguardo anche alla <<distribuzione sul territorio urbanizzato delle principali attività sociali (…), nonché di classi, strati, gruppi etnici,…e…la fenomenologia  del CONFLITTO (…) inerente all’uso, all’occupazione, alla destinazione, ai costi rispettivi dello spazio urbano… .>> [12] Proprio questo passo del Gallino, apre il problema della perequazione e dell’integrazione fra gruppi di diversa origine che non sembra trovi soluzione nei grandi agglomerati urbani. Un caso di integrazione impossibile è presentato da Berlino. Nel popolosissimo quartiere di Neukoelln vivono 300.000 abitanti che ne hanno fatto un quartiere meticcio. Sono presenti ben 139 gruppi etnici, ognuno dei quali fa vita a sé. La criminalità del quartiere è più alta del 40% rispetto al centro della Capitale, non perché vi siano più stranieri, ma semplicemente perché non sono state offerti strumenti e possibilità di integrazione e di accesso ai diritti. Le iniziative dei politici più sensibili come dei privati, finora non hanno dato grandi risultati. Ma le comunità straniere rimangono chiuse, evidentemente perché non sentonol’attenzione istituzionale e diffidano diquella privata, quasi sempre caratterizzata in termini religiosi.[13]Abbiamo avuto modo di accennare che l’epoca presente vede il verificarsi di continui, grandi e rapidi mutamenti, anche nella concezione di spazio urbano, col presentarsi del fenomeno delle “città commerciali”, nelle quali i cittadini tendono a trascorrere gran parte del loro tempo libero; in effetti in tali megacentri vi è tutto quello che occorre, dai ristoranti alle sale cinematografiche agli ipernegozi: lo shopping sta diventando il vero motivo di concentrazione di grandi masse di cittadini, in gran parte espressione di quelli che Mills avrebbe definito i colletti bianchi, sorta di evoluzione del proletariato ormai privo di ogni spinta rivoluzionaria. Discutere sul potere narcotico per le coscienze individue di tali città-mercato, ci porterebbe ad estendere indefinitamente la presente trattazione; diciamo soltanto che la diffusione di tali realtà neo-urbanistiche è funzionale al Potere: tecnicamente, le luci, i lustrini e le vetrine che presentano una invitante scenografia arricchite di ben mostrate grazie hanno il potere di non far pensare (facoltà attiva), bensì di essere pensati (rinuncia passiva.) Così, l’interazione fra il comportamento e l’ambiente urbano, ambiente che oggi riflette la scialba mentalità dei singoli, lascia tutti i partecipanti nell’inconsapevolezza (Nicht Wissen). Individui e gruppi, istituzioni, aggregati di ogni tipo, si presentano come indifferenti l’uno all’altro, estranei; gli eventi che si verificano si moltiplicano apparentemente come una generazione a moltiplicazione ameboide. L’alienazione dell’uomo conseguente l’iperrazionalismo dell’organizzazione capitalista della società, si riverbera in tutta la sua immanenza nell’odierna realtà urbana, che non crea solidarietà ma distacco, esclusivismo deviante, assenza di risposte alle mille domande di una società umana in divenire, i cui membri finiscono con l’essere replicanti, di altre idee, che si ribellano ai loro creatori (la criminalità minorile crescente, che vede protagonisti sempre maggiori fra adolescenti, le percentuali di suicidi riusciti e tentativi di autolesionismo, sono uno specchio inquietante delle odierne realtà urbane.)[14] Urbanizzazione è, per il Gallino <<lo stesso che “urbanesimo” nell’italiano corrente, cioè la tendenziale concentrazione della popolazione di una società nelle sue città, specie nelle più grandi, a causa dei flussi migratori provenienti dalle campagne e dai borghi rurali. Il termine U. connota però in pari tempo l’espansione territoriale dei centri urbani – da CITTA’ (…) a metropoli, a megalopoli, a conurbazione o continuo urbano – e l’estensione dei loro caratteri morfologici, come l’edificazione intensiva, una fitta rete viaria, infrastrutture sociali, mezzi di trasporto pubblico, a zone dianzi rurali o allo stato naturale, anche là dove non si formano vere città(…).In sociologia il termine  urbanesimo (…) è usato per designare il modo di vita, i modelli di cultura, le forme di INTERAZIONE SOCIALE (…) che tendono a diffondersi con l’U., non soltanto nelle città ma anche nelle campagne.>> [15]Queste interazioni sociali hanno permesso, nel corso dei secoli, in Europa, quella trasformazione operata dal genio romano classico, delle campagne in Urbi; tale trasformazione urbica, si è poi sincopata nel medioevo clerical-germanico che valorizzava il contado sonnolento ed acquiescente, svegliato dal suo torpore dalle rivoluzioni illuministe, come ebbe a riconoscere lo stesso Marx. Certamente, non è possibile ammettere come modello urbano ecosostenibile la “Chicago elettro-dinamo-meccanica” cantata dal bolscevico Maijakosvki, come simbolo del teorizzato homo novus socialis.  Tale esempio di urbanizzazione è quella che ha permesso al Mills di “White Collars” e di  “The Power Elite” di stigmatizzare correttamente la classe al potere negli Usa, con una interpretazione resistente al tempo, ben evidenziata dal Lombardo[16]: un potere nato con la collaborazione di interessi spartita fra industriali del petrolio, militari, detentori delle leve bancarie, ben arricchiti e potenziati dall’economia di guerra (dal 1941 ai giorni nostri). In tale concezione di città come luogo di produzione e del globo come mercato totale, entra in gioco la necessità di gestire l’informazione. L’esempio americano è quanto mai sintomatico: la critica alla massificazione dell’informazione, intesa non come partecipazione all’informazione, ma come informazione uniformizzata finalizzata al controllo sociale, risale al Mead lungo le cui riflessioni Charles Wright Mills muoverà i primi passi. Riflettendo su tali considerazioni, Mead ne deduce che <<l’intera struttura politico-giuridica poggia fondamentalmente sui processi di controllo sociale di base… (per cui i mass media vanno a costituire al tempo stesso l’arena di questo scontro e una o più delle agenzie in conflitto). E tuttavia è ovvio che la distribuzione delle possibilità di influenzarla costituzione dei significati a livello sociale –sempre più ridotta e centralizzata – non riflette affatto la distribuzione dei diritti politici… .>>[17]John Dewey sarà più pessimista nel suo “Il Pubblico ed i suoi Problemi” (1927), così pure Mills in “The Power Elite”(1956), in cui  analizzando “La società di massa”, attesta l’involuzione del concetto di “pubblico”, trasformatosi in “massa” standardizzata nelle proprie opinioni. I messaggi che pervengono sono unilateralmente caratterizzati, l’informazione è appiattita, devitalizzata; dialogo, discussioni, confronti, sono senza opportunità perché sostituiti dalla passiva ricezione di una voce monocorde, incolore, proveniente da un emittente centrale, insospettabilmente ipnotica, narcotica, nel riflesso di una alterità non più riconosciuta come speculare ma scambiata per il vero “io” nell’espressione di un messaggio costantemente negoziabile ad uso e consumo del Potere[18]. Il rischio di una perdita totale dei diritti, nella concezione urbanistica attuale, che non concede e non prevede spazi di interrelazione dialogica, bensì centri di aggregazione collettiva forzata, si tramuta nel pericolo evidente di un’informazione elargita con grande enfasi per il vacuo dei lustrini, e con notevoli amputazioni per l’interesse pubblico vero, o addirittura celata. Ma ciò che si consuma, non è recuperabile: per una urbanizzazione che per cementificare prevede il taglio di foreste ed interminabili aree commerciali, il verde a disposizione, le sale per i dibattiti, la partecipazione alla costruzione degli equilibri economici, culturali, ambientali saranno solo artefatti di plastica: in brevis, l’esercizio dei diritti sta arrivando al picco, come le fonti di energia fossile. Una corretta ecourbanistica deve tenere conto del secondo principio della termodinamica. La manipolazione delle opinioni e del mentale è un modo primario per l’esercizio del potere all’interno della società di massa. Così Mills. Nelle città composte di masse enormi, vive l’uomo-massa senza desideri propri. Per Mills, circa l’uomo-massa <<Non è lui a formulare i suoi desideri: gli vengono insinuati in mente dall’esterno.>>[19] Sia per Melossi che per Lombardo <<L’analisi di Mills… sembra resistere al tempo>>.[20]

 

[1] Giovanni Valentini, in “La Repubblica”, 27 ottobre 2011

[2] V.”La Repubblica” cit.

[3] idem

[4] Virginia Piccolillo, “Corriere della Sera”, 27 ottobre 2011

[5] V. Corriere della Sera, cit.

[6] idem

[7] Antonio Galdo, “Il Messaggero”, 27ottobre 2011

[8] Giacinto Carvelli, “il Quotidiano dlla Calabria” 19 0ttobre 2011.

[9] Giacinto Carvelli, “il Quotidiano della Calabria”, 18 ottobre 2011

[10] Fuligni e Rognini, Manuale di Ecologia urbana e sociale, Milano, Franco Angeli,2005

[11] L.Gallino, cit., p.100

[12] Gallino, cit., p.100

[13] Cfr “Corriere della Sera” del 18.05.2009, a firma di Danilo Taino

[14] Rognini”,Introduzione all’Ecologia urbana e sociale”, Pisa, SEU,2006-Fuligni e Rognini, “La metropoli umana”,Milano, Franco Angeli, 2007.

[15] Gallino, cit., p.712

[16] E.Lombardo, cit.,166-169

[17] Dario Melossi, “Stato, controllo sociale, devianza”, Bruno Mondadori editore, 2002, p.137

[18] Cfr. Melossi, cit., p.243

[19] Mills,” The Power Elite”. , pp 303-304 (rip in Melossi cit.)

[20] Lombardo, cit., p.169