E’ dura essere etichettato come un predestinato, specialmente nel mondo dello sport dove basta un’annata storta per finire nel dimenticatoio delle eterne promesse. E’ ancor più dura consacrarsi nel firmamento dei più grandi, scrivere la storia ed oltrepassare quella linea, quella maledetta linea di demarcazione, sottile come un piuma, che divide i fuoriclasse affermati dai campioncini mai fioriti, che avevano tutto per sfondare, ma per forza di cose sono rimasti nell’ombra. Alcuni atleti impiegano un’intera carriera per superarla, altri ancora non ci riescono perche non possiedono le qualità necessarie, ma per trovare chi ha fatto continuamente la spola tra l’inferno e il paradiso di quel confine dobbiamo recarci in Inghilterra, nel Merseyside, nella Liverpool di Steven Gerrard e dei Beatles, sotto la Kop dell’Anfield dove un abile centravanti, Michael James Owen, sotto le note di You’ll never walk alone, ha scritto le pagine più belle della sua carriera, incarnando, almeno per un attimo, i sogni e le speranze della terra d’Albione, calcisticamente desiderosa di tornare ad essere la corazzata implacabile di un tempo.

Basta poco agli osservatori per capire che quel ragazzino gracile e biondo è, appunto, un predestinato: all’età di 8 anni sigla 97 reti nel campionato scolastico del Galles, schiantando il record di Ian Rush che si era fermato a 25. Cresciuto nel Mold Alexandra, il centravanti di Chester passa al Liverpool all’età di 12 anni, dove rimarrà fino all’estate del 2004, quando lascerà Anfield per il Bernabeu dopo 274 presenze e 158 reti. Con i Reds segna all’esordio, contro il Wimbledon a Selhurst Park, e alla prima stagione da titolare timbra il cartellino per 23 volte. Durante gli anni successivi alza trofei in patria, in Europa (Coppa Uefa del 2001, a scapito dei baschi dell’Alavès) e conquista anche il Pallone d’Oro (2001), consacrandosi come uno dei più grandi centravanti del mondo, veloce, potente e prolifico. Il Real Madrid si accorge di lui e lo porta nella capitale spagnola per 17 milioni di sterline, il Golden Boy ripaga la fiducia con 16 reti che però non gli valgono la riconferma. La linea è stata ampiamente superata, ora Owen è in cima alla vetta dei più forti, è nella storia, tra i galattici, braccia conserte e sguardo fiero rivolto all’orizzonte. Questo momento durerà poco perché il declino è dietro l’angolo.

Calcisticamente parlando, la favola di Owen termina a Madrid, in quanto non riuscirà mai più a tornare ai livelli di Liverpool. Gli ultimi sei anni di carriera sono costellati da ogni genere di infortunio, dal piede ad entrambe le ginocchia, ed Owen esce dal calcio che conta dalla porta di servizio, salvo un’episodica resurrezione nella stagione 2007/08 con la maglia del Newcastle, condita da 11 reti (in totale saranno 30 in 80 apparizioni), un anno e mezzo dopo l’ennesimo stop rimediato ai mondiali del 2006. Dopo tre anni a Manchester, dove mette a segno 17 reti in 51 presenze vincendo anche tre trofei (Premier, Community Shield e Coppa di Lega), chiude la carriera allo Stoke City (8 presenze senza reti), a testa bassa, lontano dalle luci dei riflettori ed ampiamente al di qua di quella linea che anni prima aveva oltrepassato con successo.

Il talento di Michael Owen ha diviso gli storici del calcio: per alcuni, il Golden Boy resta uno sconfitto, uno che avrebbe dovuto trascinare la Nazionale a suon di gol, ma che ha tradito le attese, il Pallone d’Oro più incomprensibile della storia; per altri ha rappresentato la quintessenza del calcio inglese, il bomber per antonomasia, martoriato però dagli infortuni. Chi ha ragione? La storia va interpretata.

Tuttavia, i bambini della Liverpool anni ’90 cresciuti col mito di Owen ed oggi padri di famiglia, racconteranno ai loro figli di quel ragazzino biondo con la maglia troppo larga per il suo fisico da diciottenne, che ai mondiali di Francia ’98, allo Stadio Geoffroy Guichard di Saint Etienne, gelò l’Argentina di Zanetti con un gol da cineteca, saltando Chamot e Ayala come birilli, trafiggendo Carlos Roa dopo una progressione iniziata a centrocampo ed entrando di diritto nell’albo d’oro del calcio inglese, riservato ai più grandi, ai più forti, ai più vincenti, ma anche ai più incompresi.

FP