Proviamo per un attimo ad immaginare di addormentarci da uomini e risvegliarci come qualcos’altro. Immaginiamo di trovarci materialmente intrappolati in un corpo non proprio, più grande, diverso e mostruoso come il corpo di “un gigantesco insetto”. Impossibile, sarebbe nient’altro che un sogno, questa situazione che pure, in tutta la sua assurdità ed inverosimiglianza rappresenterebbe pur sempre, una parte di noi stessi: rappresenterebbe tutte quelle volte in cui nell’ arco di una vita siamo soggetti a sentirci intrappolati, ingabbiati, in un qualche contesto soffocante; rappresenterebbe l’effetto controindicato che la società in cui viviamo – materialista, capitalistica e consumista, ipocrita, etichettatrice-  produce sull’ uomo, talvolta succube, piuttosto che artefice della propria vita, talvolta dilaniato da impulsi opposti che si annullano a vicenda: il voler evadere da tutti questi schemi e l’assoluta impossibilità di farlo.

Nella società dei consumi, del capitalismo, in cui tutto sembra raggiungibile,  e alla portata di tutti, in cui apparentemente sembrano essere annullate le differenze tra ceti per quanto riguarda possibilità d’acquisto, desideri, necessità, bisogni, tutto è standardizzato; e questa economia del consumo, crea un vorticoso meccanismo in cui più si desidera ciò che viene prodotto, più ci si convince che è proprio la cosa di cui si necessita. Questo progresso produttivo, che in realtà va di pari passo con una sorta di regresso umano,  inibisce la stessa libertà di scelta dell’individuo, letteralmente intrappolato da esigenze, scadenze, quasi involontarie.

 “Chi di noi ha meno bisogni è più simile a un dio.”

Apuleio

 Questo succede, materialmente, nella strategia di vendita e di consumo; astrattamente, nel rimanere intrappolati nel piccolo spazio che il sistema ha ritagliato per te. Questa impossibilità di scelta, di slegarsi le mani e rendersi liberi da ogni logica sistemica, e contemporaneamente, l’esito fallimentare di questo tentativo, è rappresentato da Kafka ne La Metamorfosi, una delle sue opere più celebri, in cui si allude a questo meccanismo con la metafora della trasformazione fisica del protagonista.

“Una mattina Gregor Samsa si svegliò da sogni angosciosi e si trovò trasformato in un mostruoso insetto.”

Con un balzo temporale che risale indietro nel tempo fino al II d.C., si può far riferimento a Lucio o L’asino di Apuleio. Sembra quasi che l’incipit si presenti quasi come reminescenza più o meno cosciente dell’opera dell’autore latino in cui un giovane, a causa di un incantesimo mal riuscito, si trasforma improvvisamente in asino, trovandosi intrappolato in un corpo che non gli appartiene, pur tuttavia conservando tutta la lucidità mentale che lo caratterizzava prima della trasformazione. Simile all’opera Kafkiana è soltanto lo straniamento, l’alienazione e l’incomprensione da parte del mondo circostante, che il protagonista subisce, passivo; Lucio è ad esempio venduto, bastonato, mentre soffre da uomo i (mal)trattamenti riservati agli animali. Al contrario di Lucio, Gregor Samsa vive la trasformazione in un essere inumano e mostruoso paradossalmente con naturalezza, come se quella fosse soltanto la manifestazione ultima di un disagio presente da tempo, come se quello fosse soltanto il male minore, rispetto al disagio nei confronti del proprio ruolo nella società, nei confronti del proprio lavoro insoddisfacente e umiliante, nei confronti della propria famiglia in cui la figura del padre -che rappresenta il medio-borghese tipo- lo opprime. Il senso di colpa, l’oppressione, reggono anche i rapporti familiari. Nonostante l’autore si attenga agli schemi consueti della narrativa tradizionale, l’opera ha in sé nella sua brevità, nella sua apparente normalità, qualcosa di rivoluzionario: l’assurdo e l’irreale e l’inverosimile  profondamente amalgamati alla realtà, tanto da diventarne manifestazione. Questo romanzo fa luce soprattutto sui meccanismi psicologici sottesi dall’apparente soddisfazione ostentata e autoreferenziale del borghese tipo. Il protagonista attanagliato dalla frustrazione, adotta un’ottica rinunciataria, non si scandalizza di fronte al proprio corpo, quanto si preoccupa dei rimproveri che dovrà subire a causa dell’impossibilità di poter svolgere il proprio lavoro.

L’unico spazio incontaminato è la sua stanza, un po’ rifugio e un po’ trappola, che racchiude al suo interno tutta l’impossibilità di vivere del protagonista, e l’incomunicabilità del suo disagio di fronte a persone cieche e sorde rispetto a tutto ciò che non sia conforme a alle imposizioni del sistema.  Ne La metamorfosi in realtà Kafka in qualche modo allude non solo all’alienazione subita da un semplice uomo, ma anche a quella dell’intellettuale, il cui dissociarsi dalla realtà che non sente come propria, è in parte rifiuto sdegnoso frutto della sua singolare intelligenza, in parte regresso individuale, esasperazione, degenerazione dell’uomo inteso come essere sociale, dato dall’incapacità di fondo di sapersi relazionare con la società.

“Quando si osservi la qualità del pensiero nell’uomo alienato, è stupefacente vedere come la sua intelligenza si sia sviluppata e come la sua ragione sia degenerata. Egli prende la sua realtà come è; egli desidera goderla, consumarla, toccarla, maneggiarla. Egli nemmeno si chiede che cosa vi sia dietro, perché le cose sono come sono, e dove stiamo andando. Non si può mangiare il significato, non si può consumare il senso, e per quanto riguarda il futuro: après moi le déluge!”

Erich Fromm