Nel 1969 Pier Paolo Pasolini fa risorgere Medea, la fosca eroina Euripidea per la prima volta in scena nel 431 a.C. Straniera, barbara, maga, tradisce la fiducia del padre e del fratello, salpa dalla Colchide, sua patria d’origine  e si trasferisce in Grecia, nel mondo occidentale e civilizzato: non esita a seguire Giasone, l’eroe che guida la spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, costretta dal fato e dal volere degli dei.

“In tutti gli altri eventi, piena è la donna di paure, e vile contro la forza, e quando vede un ferro; ma quando, invece, offesa è nel suo talamo, cuore non c’è del suo più sanguinario.”

Euripide, Medea

Alla Medea – donna innamorata, ben presto si sostituisce ben altro personaggio, tratteggiato con tinte crudeli e sanguinarie; tradita da Giasone, ne uccide l’amante e i suoi stessi figli, frutto di un amore coniugale violato, per poi fuggire sul carro del sole, lasciando Giasone solo con la propria colpa e il proprio dolore.

Eliminata l’approfondita analisi psicologica, tipica della drammaturgia euripidea, Pasolini vuole rappresentare con il riadattamento di questo mito, l’insanabile contrasto tra mondo occidentale, capitalista e moderno, caratterizzato dal logos, dall’espressione verbale, dalla desacralizzazione, che si scontra con un mondo “altro”, forse il cosiddetto Terzo Mondo, che con tutta la sua arretratezza, con l’economia primitiva, con una religiosità istintiva e primordiale, rappresenta la società allo stato di potenza e non di atto, infanzia della civiltà, popolata dall’uomo antico, che adora la Natura senza interrogarla, alla quale si sottomette senza tentare di dominarla. Medea e Giasone bambino incarnano alla perfezione l’uomo antico, immaturo, fanciullo, incosciente, ancora privo dell’eroismo dell’uomo civilizzatore e arrivista, che bramoso di potere, domina il mondo intero eppure, convinto di possederlo, non lo comprende.

“Tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tienilo bene a mente. Quando la natura ti sarà naturale, tutto sarà finito-e comincerà qualcos’altro. addio cielo!addio mare! Che bel cielo, vicino, felice! Di’ ti sembra che un pezzetto solo non sia innaturale? Non sia posseduto da un Dio? E così è il mare, in questo giorno in cui hai tredici anni, e peschi con i piedi nell’acqua tiepida. Guardati alle spalle! Che cosa vedi?e’ forse qualcosa di naturale?no, è un’apparizione quella che tu vedi alle tue spalle, con le nuvole che si specchiano nell’acqua ferma e pesante delle tre del pomeriggio! (…) in ogni punto in cui i tuoi occhi guardano, è nascosto un Dio! E se per caso non c’è, ha lasciato l’ segni della sua presenza sacra, o silenzio, o odore di erba, o fresco di acque dolce … eh sì, tutto è santo, ma la santità è insieme una maledizione. Gli dei che amano – nel tempo stesso-odiano.”

Pasolini, Medea 1969

L’insegnamento impartito dal centauro Chirone a Giasone, suona quasi come un vaticinio destinato ad essere riconosciuto come sempre più veritiero  secolo dopo secolo. L’uomo figlio della Madre Terra, si stupisce della Natura; è cominciato ormai quel qualcos’altro che è una nuova era, quella dell’artificiale, del possesso, della conquista. Medea sbarcata nel nuovo mondo, è scandalizzata dalla mancanza di punti di riferimento quali un albero, una pietra, che possano segnare il contatto tra uomo e terra e determinarne una sorta di mistico filo di comunicazione. Per Medea è un mondo vuoto, quello lontano dall’universo sacro che ha tradito, in cui gli uomini non hanno bisogno di pregare gli elementi naturali, di benedire le tende, di ascoltare la voce della terra. E’ freddo, il mondo nuovo in cui invoca i propri dei, senza che mai esse rispondano. Giasone – eroe – uomo moderno schermisce la sacerdotessa devota al nulla, non la comprende e la tradisce,  credendo così di rimuovere il conflitto che si consuma non solo tra due esseri umani, ma tra due mondi contrapposti. E’ questa la vuotezza, la cecità, la presunzione della neonata società capitalistica, che tutto calpesta, che investe, ingloba, produce, senza tener conto degli effetti controproducenti di questa marcia spregiudicata verso il futuro (Medea, ucciderà i suoi stessi figli); non è altro che il disagio della civiltà borghese, che avendo eliminato il sacro nella natura, presume di saper controllare la realtà, scontrandosi però con l’impossibilità categorica di poterlo fare.

 “il deserto assordato/dal vento, lo stupendo e immondo/sole dell’Africa che illumina il mondo”

Ecco allora che per Pasolini l’unico rimedio è la fuga, la ricerca di un mondo ancora puro e incontaminato dove forse risuoni ancora l’eco degli insegnamenti del Centauro:

“Forse, oltre che bugiardo, ti sarò sembrato anche troppo poetico. Ma che vuoi, per l’uomo antico i miti e i rituali sono esperienze concrete, che lo comprendono anche nel suo esistere quotidiano e corporale. Per lui la realtà è una unità talmente perfetta, che l’emozione che egli prova, mettiamo, di fronte al silenzio di un cielo d’estate, equivale in tutto, alla più interiore esperienza personale di un uomo moderno.”