Pubblicato in anteprima mondiale nel 1957 in Italia, dove il manoscritto giunse viaggiando nel doppiofondo di una valigetta, Il dottor Zivago capolavoro della letteratura europea, viene censurato in Russia, patria del suo autore. Ben altro da semplice pamphlet anticomunista, quale si configura subito agli occhi dei censuratori, il romanzo è la storia di un uomo trovatosi a vivere in un’epoca che un tempo gli apparteneva e che ora gli sfugge, in una terra che da patria e libertà che era, ora lo stringe in gabbia. Il dottor Zivago è un uomo che nel tumulto della rivoluzione bolscevica, nell’instabilità dei tempi e il vortice degli eventi, tenta di mantenere saldo il suo mestiere e la sua vita, sforzandosi di strappare ad ogni giorno una frangia di normalità e serenità, una propria felicità alla quale il mondo è sordo e cieco.

In ogni cosa ho voglia di arrivare sino alla sostanza. Nel lavoro, cercando la mia strada nel tumulto del cuore.
Sino all’essenza dei giorni passati, sino alla ragione, sino ai motivi, sino alle radici, sino al midollo.
Eternamente aggrappandomi al filo dei destini, degli avvenimenti, sentire, amare, vivere, pensare effettuare scoperte.”

Pasternak è padre di un’opera il cui scopo è non tanto quello di affermare con forza valori assoluti, quanto  la continua ricerca di essi, al di là  dell’esito ultimo di tale ricerca. Ed è proprio questo, quello che di rivoluzionario, di istintivamente logico il romanzo esprime mettendo in luce il tempo dell’illusione e quello della disillusione che sono l’uno la conseguenza dell’altro e che  inevitabilmente si accompagnano al tempo della rivoluzione. Quello che in un primo momento sembra promessa, svolta, progresso, è contrapposto alle vittime e ai sacrifici che questo grande sogno di rivoluzione comporta.

 “L’ uomo e’ drammatico. E l’ eroe dell’ azione che si chiama storia, esistenza storica. Che cos’ e’ la cultura? (non amo questa parola pretenziosa), mi chiese una volta un ospite venuto dalla Svezia. La cultura e’ un’ esistenza feconda.”

Dietro gli occhi di Zivago, dai quali è filtrata la realtà circostante, si cela spesso lo sguardo di Pasternak sulla vita, sulla storia, sulla Russia. La disillusione di Pasternak è la disillusione del suo stesso personaggio. Entrambi le danno voce tramite la poesia, sfogo e canale di comunicazione sociale, serve dosi così di un’arte che è pur sempre strumento del genio poetico; poesia è anzitutto vocazione, ispirazione, che coglie l’artista nel bel mezzo della vita, proprio come qualcosa convinse Pasternak ad abbandonare gli studi di musica per la filosofia; come quando lasciò quest’ultima per la poesia.

“Udivo spesso il sibilo d’una tristezza, che non era nata con me. Aggredendomi alle spalle, quel sibilo mi atterriva e mi colmava di pietà. Veniva dalle cose quotidiane e ora minacciava d’intralciare la realtà, ora scongiurava d’essere associato all’aria viva, che nel frattempo s’era spinta assai lontano. Nel volgermi indietro consisteva ciò che si chiama ispirazione.”

Ed è proprio questo che la storia condannava, o meglio inibiva: la strada della libertà sulla quale l’ispirazione guida il poeta. Quel Pasternak che non era mai stato a favore del regime ma nemmeno contro, che aveva fino ad allora poetato in un terreno di mezzo, venne ben presto etichettato come nemico e i suoi scritti considerati sovversivi. perseguitato come scrittore di un’opera di stampo anticomunista, prevalentemente contraria alla rivoluzione. Egli in realtà non condannava quest’ultima né la rifiutava, quanto preferiva a quella russa, i modelli della rivoluzione americana o francese, più libertari, egualitari, liberali.

Egli augurava “Con tutta l’ anima, come pochi, auguro successo ad ogni tentativo di dare finalmente all’ umanità una sistemazione umana” , sistemazione che probabilmente sfociava in un dissenso con quel movimento considerato dall’autore né cristiano né nazionalistico che correva “il pericolo di scivolare nel bestialismo di fatto”.

Tra i valori a cui l’uomo Pasternak e il dottor Zivago  si aggrappano c’è l’intenso amore extra coniugale per una donna, Olga per l’autore e Lara per il suo personaggio due figure complementari a cui sono dedicati i versi più intimi:

E così lontana, fredda e attraente era colei alla quale egli aveva dato tutto, colei che aveva preferito a tutto e a confronto con la quale tutto era inferiore e privo di valore!”

Olga è la donna che condivise con Pasternak vita arte ed umiliazioni. Arrestata dal Kgb, nonostante interrogatori e soprusi non firmò una “confessione” in cui Pasternak era definito autore di un romanzo “antisovietico”. Dopo settimane di detenzione, a causa del fisico provato, non riuscì a portare avanti la gravidanza in corso e abortì. Non tardò ad arrivare lo sfogo di Pasternak mezzo stampa, che gli valse l’esilio, riuscito a scampare per intercessione di Kruscev che gli concesse di restare in Russia come “esiliato in patria”. Al presidente Pasternak scriveva “La vita fuori la Russia per me sarebbe la morte” nonostante fosse conscio che il suo amato paese  non fosse più lo stesso della sua infanzia vissuta nell’ultimo decennio dell’ ottocento.

« Alla fine del secolo Mosca conservava ancora la sua vecchia fisionomia di angolo remoto, tanto pittoresco da sembrare favoloso, con le caratteristiche leggendarie di una terza Roma e di una capitale dell’epoca eroica, nella magnificenza delle sue stupende, innumerevoli chiese. »

Nel 1958 a un solo anno dalla prima pubblicazione italiana, il libro divenne famoso nel resto del mondo, simbolo di una Russia di totalitarismi e persecuzioni. Nello stesso anno, la promessa assegnazione del Nobel scatenò una vera e propria guerra segreta: servizi segreti occidentali permisero rocambolescamente al manoscritto di poter essere pubblicato nella sua lingua originale (requisito necessario per la vincita del Nobel), mentre quelli Russi indussero lo scrittore, con pesanti pressioni, a declinare il Nobel per paura di incorrere in esilio e perdita dei già ridotti beni. Rinuncia a prestigio, successo e fama; rinuncia a una fuga che lo avrebbe salvato, ma che lo avrebbe fatto sentire un traditore verso l’amata patria.

Il romanzo testimonianza che mette in luce tramite il vissuto di un uomo qualunque, la crisi sociale e individuale, il cambiamento delle istituzioni, il volto di un paese sfigurato da una rivoluzione che è diversa da quello che ci si aspetta; la focalizzazione sulla desolante condizione umana si conclude con la morte del protagonista assimilabile a quella dell’autore deceduto nel 1960 nei dintorni di Mosca. Il libro, oltre alla nota trasposizione cinematografica del 1965 ha ufficialmente ricevuto il premio Nobel, ritirato dal figlio, nel 1989, trentuno anni dopo l’anno in cui gli era stato promesso.

Il dottor Zivago è stato pubblicato in Russia solo nel 1988, durante il periodo di riforma voluto da Gorbaciov; del personaggio, e del suo creatore, oltre alla fama, non resta che la poesia.