Ormai pochi ricorderanno la brillante battuta di Giuseppe Saragat allorché, incalzato dal suo vecchio compagno Pietro Nenni, gli chiedeva cosa avrebbe fatto dall’alto del Quirinale in caso di golpe:

Caro Pietro, per quelli come noi se c’è un colpo di stato di destra si spara, se c’è uno di sinistra… ci si spara

Memorie di un tempo passato. Parafrasando il buon Peppino, potremmo dire che al giorno d’oggi l’unica chance rimasta agli italiani in tema di politica è… spararsi. Un bel colpo alla testa e via, per dimenticare ed essere dimenticati. Salvini? Di Maio? Renzi? Tutto obnubilato nel riposo eterno.

D’altronde, di cosa si dovrebbe discutere? Cosa può interessare al cittadino della repubblica di quest’ennesima e ridicola scenetta del vaudeville istituzionale? Non ti curar di loro, ma guarda e passa direbbe il Poeta. E noi con lui consigliamo questo ai nostri quattro lettori: ignorare, soprassedere, silenziare. Siate altro dai fedeli di Chicco Mentana, dai commentatori compulsivi da bacheca, dagli account con il tweet facile.

Questo tempo, questa cosiddetta politica, questo schifo non vi merita. Davvero dobbiamo e dovete impegnare il tempo prezioso con le trippe di Salvini e i nonsense dei pentastellati? Occorre ancora, dopo anni, andare dietro ai casi lombrosiani del pd e al gran serraglio dei berluscones?

Tutto scritto, tutto nero su bianco. I dilettanti allo sbaraglio hanno dilapidato un consenso inedito nella storia recente per via della loro totale inettitudine, pecoroni incapaci a far altro che bluff e brutte figure. Avere tutti i media, tutto l’establishment avverso era un formidabile volano propagandistico: il governo del popolo contro l’élite, i subalterni contro i padroni. Invece è stato un continuo cerchiobottismo, un insulto permanente alle speranze e alle illusioni di milioni di italiani letteralmente annichiliti da vent’anni di liberismo criminale. Perché? Perché non poteva essere altro che questo.

Senza soldi non si canta messa. Né si può pensare di governare l’Italia avendo sulla schiena il peso elefantiaco della questione europea. L’uno è conseguenza dell’altro, e un governo di rottura doveva quantomeno mettere in conto lo scontro frontale e decisivo con i falchi di Bruxelles. Se non s’è ancora capito, l’Italia è una colonia alla mercé di quattro psicopatici burocrati appoggiati da una colonna di padroni-straccioni contenti di competere al ribasso con la Cina e la Germania sul mercato internazionale.

Il resto è silenzio. E’ bastato proporre Paolo Savona (non certo Riccardo Lombardi) per far andare in tilt mezzo Continente. Abbiamo dovuto assistere a un presidente della Repubblica in prima serata a difendere con il niente che gli è consono i risparmi (dei milionari) e la stabilità (del ladrocinio salariato) dovuti alla moneta unica, tabù intoccabile nell’anno di grazia 2018. E innanzi a tutto questo Lega e 5stelle zitti, balbettanti: contava fare il governo. E poi?

I morti di Genova insultati a parole e con i fatti perché non sia mai colpire la famiglia Benetton, risorsa per l’Italia. La tragica “manovra del popolo” limata ai tavolini europei di un decimale che era totus politico, e sapeva di farsesca ritirata. La politica immigratoria, fatta di grandi proclami e sterili risultati, al pari della schifosa questione TAV e dell’ancor più immonda politica autonomistica portata avanti dai nipotini di Bossi. Il silenzio sull’obbligo vaccinale, le continue pernacchie rivolte all’interno degli stessi partiti di governo (sic) a quei pochi che tentavano di formulare un minimo di proposta politica seria. E ancora i rosari, i djset, il dibattito ridotto a rutti da grande fratello, l’immondo canaio dell’opposizione, e via via via, verso l’abisso.

Non poteva andare diversamente. Un governo simile, con un pretino come premier, poteva mai condurre il terzo Risorgimento e rompere le catene che avvinghiano l’Italia ai suoi nemici mortali? Poteva mai fare tabula rasa e ripristinare la legalità costituzionale distruggendo l’orrore liberale e i suoi tragici effetti nella vita degli italiani? Poteva essere il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari e degli sfruttati?

No. E va detto forte e chiaro, oggi che tutto è finito in farsa oscena e meschina. La schiavitù nazionale e l’alienazione del profitto si distruggono soltanto con la presa di coscienza della classe oppressa: non i santoni o i panzoni, ma gli sfruttati e i reietti hanno in sé e con sé gli strumenti e la forza per rompere le catene e insorgere contro tutto ciò che è antiumano, reazionario, repressivo e infame. In questo il governo gialloverde può darci un’unica grande lezione: la lotta di classe e di liberazione nazionale non può che essere questione nostra, interna a chi la subisce e la comprende.

Il fallimento della classe dirigente è talmente colossale da impedire qualunque possibilità di salvezza. Come nel 1943, tocca a chi davvero ama questo disgraziato paese prendere in mano le redini e tentare una alternativa rivoluzionaria che si chiama indipendenza nazionale, piena occupazione, Socialismo.

Svegliamoci, organizziamoci, riprendiamoci in mano la vita. Innanzi alle rovine fumanti della terza repubblica, di fronte alla possibilità reale di un esecutivo lacrime e sangue (l’ennesimo), i lavoratori e le lavoratrici italiani hanno il sacrosanto dovere di conquistare la coscienza del proprio ruolo storico: liberare l’Italia dai suoi nemici interni ed esterni, dai succhioni e dagli sfruttatori, dai parassiti e dai servi, per salvare noi stessi e ciò che resta della repubblica.