Caro Marco Travaglio, non facciamo i finti ingenui. “Salvando” Salvini, il Movimento 5 Stelle non ha tradito i suoi ideali: ha scoperto che la realtà della politica non è fatta dal solo codice penale. E’ un movimento, dopo tutto: si muove, si adatta, cambia. Ma anche fosse diventato già un partito, o se non vogliamo chiamarlo partito chiamiamolo come vi pare ma basta che si doti una buona volta di uno straccio di organizzazione interna, di un indirizzo univoco e dio voglia di un pensiero strutturato e definito, anche fosse quel che gli avvelenatissimi cantori del vecchio andazzo chiamano “politica” (per meglio tacciare di antipolitica tutto quel che non aggrada loro), a maggior ragione non si capisce come non possano – e non debbano – tener conto non solo dell’opportunità del momento (tradotto: restare in sella, se si va a elezioni quest’anno si va giù, ma soprattutto acquisire un credito presso Salvini), ma del sentire maggioritario dei loro stessi aficionados.

Anche il più accanito nemico dei 5 Stelle, magari in confidenza, riconoscerà facilmente che l’evoluzione percorsa negli ultimi anni e l’intesa “contrattuale” sfociata nel governo con la Lega, hanno via via modificato su alcuni temi la sensibilità della massa votante per la creatura di Grillo e Casaleggio. Il voto sull’autorizzazione a procedere contro Salvini, se giuridicamente vale quel che vale (cioè poco o niente perché in effetti gli iscritti a Rousseau, non essendo tutti giudici o avvocati e dovendo esprimersi su un quesito formulato genericamente, non potevano avere tutti gli elementi per valutare con cognizione di causa), certifica quel che già era noto da un bel po’: e cioè che in questi anni – anni, non mesi o settimane – chi sta coi grillini ha accettato, sia pur in certi casi mugugnando, una linea sull’immigrazione che molto semplicemente non è più quella tendenzialmente immigrazionista, diciamo pure di sinistra, che dominava alle origini, ai tempi degli Amici di Beppe Grillo, quando a formare i meetup erano quasi esclusivamente, appunto, delusi di sinistra.

Già da tempo, già con Grillo ancora “capo politico” e Gianroberto Casaleggio vivente e imperante, l’orientamento si era spostato su richieste più restrittive, più severe, e fra l’altro, imperniandosi su un sacrosanto “vaffa” al Trattato di Dublino, più coerente persino dell’anti-immigrazionismo troppo facilone e con qualche venatura razzistoide del Carroccio (che fa convivere le rivendicazioni identitarie, in sé legittime se non travalicano in pura fobia dello straniero, con la concezione tipicamente liberale dell’immigrato che va bene solo come carne da lavoro e schiavo industriale di riserva). Per quanto pochi siano quei 52 mila iscritti alla piattaforma tanto, troppo santificata dal casaleggismo – questo tratto originario, aziendalistico e privatistico, che andrà prima o poi superato, si spera – l’indicazione che ne viene è una conferma di una trasformazione in atto da mo’.

E non solo su questo. Pensiamo all’accantonamento secco del vincolo di mandato, che era un principio caro a Casaleggio sr: via, esplicitamente messo da parte dal ministro Fraccaro che sta lavorando in parlamento per portare a casa i referendum propositivi (e anche qui, sempre per la necessità tutta politica di dover mediare, non più col quorum zero, ma al 25%, altrimenti l’alleato leghista sarebbe rimasto fermo sul no).

Pensiamo alla prosecuzione delle sanzioni alla Russia, nonostante le accuse di essere poco meno che dei pupazzi di Putin affibbiata spesso e volentieri ai pentastellati: vuoi per conquistare un ruolo diplomatico in Libia, vuoi per accompagnare l’uscita dall’Afghanistan, vuoi per avere una sponda oltre Atlantico nello scontro con l’Ue a trazione tedesca e francese, è stato un pegno da pagare per avere le spalle coperte da Trump. Uno sbruffone Trump che significa ora e sempre imperialismo Usa, ma declinato secondo una strategia ben diversa, e per l’Italia obiettivamente più conveniente, rispetto a Obama.

Pensiamo, per dircela proprio tutta, alla stessa figura del “capo politico”, oggi impersonata da Di Maio, che contraddisse in pieno già illo tempore la visione degli inizi, davvero ingenua, di una forza politica che non doveva avere leader, in cui uno vale uno e ogni decisione, non solo qualcuna, avrebbe dovuto essere messa ai voti. Illusioni utopiche che potevano andar bene come slogan e che potevano essere capite e volendo giustificate dal marciume clientelare e sclerotizzato in cui erano caduti i partiti e partitini del passato. Diverso, sia detto en passant, il caso del Tav: battaglia storica del Movimento, inscritta nell’ispirazione ambientalista e anti-sviluppista di fondo che, questa sì, incarna un ideale in positivo, su questo fronte ogni retrocessione sostanziale equivarrebbe all’autodistruzione.

Eppure, dice Travaglio e con lui i nostalgici dei primordi: la legalità era un principio fondante, e inoltre era il motivo principale per cui alle ultime elezioni il M5S ha fatto man bassa di consensi. Allora, tanto per cominciare la legalità, ovvero il rispetto delle leggi vigenti, è un principio giuridico fondamentale, ma non può essere un ideale politico. Un ideale ha a che fare con l’etica, quindi con la giustizia, o con la libertà di espressione, o con l’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Una legge può essere ingiusta, può negare la libertà di espressione (pensiamo ai reati d’opinione che ancora esistono e sussistono indisturbati), può violare il diritto all’uguaglianza sociale.

La lotta alla corruzione in politica come nella società è un ideale e deve restare tale perché chi corrompe frega tutti i cittadini, facendo la cresta sul pubblico denaro. Ma una scelta tutta e interamente politica come aver ritardato lo sbarco di una nave della Marina non calpesta il diritto dei cittadini, semmai – questa è l’ipotesi di reato avanzata dai magistrati – può configurare sequestro di persona di migranti che cittadini non sono. Aver deliberatamente e alla luce del sole optato per il rischio di trasgressione di una legge che ostacolava una precisa politica di governo, mostra che quella legge poteva confliggere con essa.

Sta qui la differenza fra il legalitarismo, che sta bene per un magistrato o un carabiniere, e il compito che è chiamato a svolgere un politico. E’ un po’ alla rovescia, e fatte le differenze di livello, quel che è successo al sindaco di Riace, Mimmo Lucano: le toghe non potevano non indagarlo, avendo accumulato abbastanza prove per aprire un’inchiesta; ma politicamente, era stralegittimo che lui decidesse in coscienza di forzare le leggi, in nome di una sua idea, dei suoi ideali, di una sua visione amministrativa. Ri-dice il nostro interlocutore travaglista: ma allora anche Salvini andava fatto processare. Ma caro amico, è in questo passaggio che la politica, ovvero l’opinione, si immette per stabilire che questa particolare scelta politica, questa decisione del governo gialloverde è avvenuta nel pieno esercizio di attuare la propria. Da parte del governo, organo esecutivo, sostenuto da una maggioranza parlamentare, organo legislativo, sui quali cui la magistratura, organo giudiziario, può intervenire solo per l’appunto – così stabilisce la stessa legge, che si può sempre cambiare – secondo modi che garantiscono ai primi due il diritto-dovere di esprimersi.

In secondo e più pregnante luogo, non è affatto detto, anzi non è affatto vero che la maggior parte di chi ha votato il 4 marzo 2018 il Movimento 5 Stelle lo ha fatto per il sacro fuoco del sentimento legalitario. Forse poteva essere così, anche qua, anni or sono. Sicuramente ai tempi in cui Travaglio teneva una (bellissima) rubrica di analisi e commento ogni lunedì sul blog di Grillo. Ma l’ultima volta, a far diventare il M5S la prima forza in Italia è stato il micidiale combinato disposto del rifiuto del renzismo e del berlusconismo da una parte, e dall’aspettativa di una politica sociale ed economica nettamente diversa dall’altra (leggi: reddito di cittadinanza).

Ecco, per concludere prendiamo quest’altro esempio: i grillini ancor più della Lega hanno intercettato l’appoggio elettorale di quelle centinaia di migliaia di risparmiatori saccheggiati dal crac delle banche, e ora per mandare in porto un decreto di indennizzo da 1,5 miliardi corrono il serio pericolo di violare le normative contro gli aiuti di Stato dell’Unione Europea – che sono il portato di una ideologia che ha un nome e un cognome, e che si chiama liberismo.

E’ giusto contrastare quelle norme? , un miliardo e mezzo di volte sì (e son pochi, e con limiti e difetti trascritti in quel decreto su cui ora non ci dilunghiamo per non andare off topic). Siamo sicuri che sia legale, sul piano della legislazione europea, andarci di traverso? No. E quindi che facciamo, Travaglio, il governo deve rinunciare, e genuflettersi alle tavole della legge Ue perché altrimenti ne va del principio di legalità? La Politica, con la maiuscola, si fa con la legge. Ma non si fa per la sola legge, per un feticcio, per la lettera del comma scritto e sigillato. La Politica è decisione. E le decisioni cambiano con il cambiare della realtà. Senza tradire se stessi. Ma senza neanche fare del se stesso di un anno il se stesso per l’eternità, in saecula seculorum, inchiodandosi alla bara del passato.