Sono state sufficienti 3 ore a Giuliano Ferrara per far rivivere ai suoi follower l’incubo del clash of civilizations (scontro di civiltà). Di fronte alla redazione romana del Foglio si è svolta ieri sera una “Veglia per Israele e per i cristiani perseguitati”, una riproposizione almeno quasi liturgica di vecchi riti teocon a cui ci eravamo  abituati tra l’11 settembre 2001 e il 4 giugno 2009, data dell’epocale discorso di Obama al Cairo. Pochi lo ricordano ma quel discorso determinò uno sviluppo imprevisto nei rapporti tra il mondo musulmano e l’Occidente. Fu realmente un nuovo inizio e ne sortì una geopolitica del caos che, nata come strategia, vide presto la sua degenerazione fino all’entropia attuale del bellum omnium contra omnes. Pochi ricordano, pochi riconfigurano le proprie convinzioni sulla base di dati reali. La platea di Lungotevere Raffaello Sanzio non rappresenta un’eccezione, tant’è che i tempi cambiano ma la ciclicità dei fatti di sangue offre sempre occasioni per coltivare la nostalgia. Così, una piccola folla, di prevedibile composizione, è corsa ad applaudire i ben selezionati ospiti di Ferrara, tutti ben equipaggiati con luoghi comuni, azzardi intellettuali e mezze verità, acconciati poveramente in un’emotività remota e in ultima battuta, poco credibile. E’ stato il revival di un clima muscolare, iniziato nel 2001 ed esauritosi nel 2009 e oggi capace, incanutito, di far ballare solamente chi ancora può permettersi il lusso di ringhiare, in difesa dei propri ornamenti, di ideali scoloriti o di qualche certezza, pur ormai residuale e precarizzata dal presente. 

Il primo prudore di corna per questo evento lo fa sorgere il nome. Perché associare Israele alle persecuzioni cristiane? Ecco l’azzardo intellettuale, “siamo qui per i cristiani perseguitati dai vari califfi nell’indifferenza dell’Occidente”, così ha tuonato Ferrara, trovando seguito anche nelle parole del giornalista Meotti, per il quale “gli stessi nemici di Israele sognano un Medio Oriente senza cristiani”. L’associazione tra nemici di Israele e persecuzioni cristiane è stata riproposta ad ogni piè sospinto da tutti gli ospiti, omettendo un dato sconfortante a prescindere dalla causa sostenuta: l’equa condivisione del patibolo iracheno tra cristiani e musulmani sciiti. Fa specie che nemmeno il bravo Antonio Socci, uomo di cuore, abbia voluto avvedersene. Nè Gardegna, né Di Segni, né Pacifici, nessuno. E di intervento in intervento, era inevitabile che si facesse largo l’insidiosa tentazione di semplificare la realtà, giungendo persino ad associare l’Isis ad Hamas, in modo artificioso e infantile. E ancora, identificazioni deboli, scricchiolanti, martellanti, reiterate compulsivamente nell’arco di tre ore: cristiani ed ebrei, Occidente e Israele, Isil e Hamas. Sorvoliamo sulla scontatezza delle antitesi, ricalcano grossolanamente la dicotomia schmittiana amicus/hostis. Qui, ci basti fare cenno alla boutade di Magdi Allam, che in un abbozzo di digressione storica ha voluto rimpiangere un Mediterraneo omogeneamente cristiano, che fu “poi islamizzato con guerre e relativismo culturale”. Un’involuzione, foriera di Aristotile, foriera di nomi quali Ibn Hamdis, Federico II e Averroè.

Non un accenno allo status giuridico palestinese nel corso della “veglia”, o alle risoluzioni ONU contro l’apartheid; non una parola sulla violazione dell’integrità di Gaza, la quale, stando agli ospiti, dovrebbe solamente spalancare le porte ai soldati israeliani, lasciandosi redimere da un esercito che punta ad espandere uniformemente il controllo sul territorio, fino al raggiungimento dei sospirati confini biblici. E i cittadini di Gaza dovrebbero apprezzare, dei soldati, la moderazione. Sì la moderazione; sono parole di Raffaele Sassun, per il quale “il prossimo premio Nobel per la pace dovrebbe essere consegnato proprio ai soldati di Tsahal, per il loro comportamento”. La sproporzione numerica dei morti, il bombardamento sconsiderato delle scuole e degli ospedali rimangono un “dettaglio della storia”. La colpa sarebbe di Hamas, unico nemico e flagello dei palestinesi. Ammettiamolo, nessuno si aspettava misericordia, né acribia di analisi da parte dei politici presenti. I Gasparri, i Compagna, lo yesman di Comunione e Liberazione Maurizio Lupi, o il suo consettario Formigoni, che ha espresso solidarietà con un tweet. Nessuno si aspettava nulla nemmeno da  Marina Ripa di Meana. Li conosciamo bene, tutti. Piuttosto, c’è da chiedersi per quale motivo degli uomini pratici di studi e sacre scritture arrivino a dichiarare che “l’esistenza di Israele è la condizione perché l’Europa impari il dialogo con il mondo arabo”. Quale dialogo? Questo dialogo? Che cosa dovremmo imparare? Che cosa ci dovremmo attendere dopo il disarmo di Hamas, proposito ribadito dallo stesso ambasciatore Naor Gilon? E’ il tema dell’ultima guerra, signori, non facciamoci abbindolare. E’ quella che dovrebbe portare chi la conduce all’eliminazione completa e definitiva del conflitto. Purtroppo ne abbiamo già viste tante, siamo nell’ambito del politicamente impossibile: ogni dottrina che abbia predicato la fine del conflitto si è sempre risolta in un’accentuazione della logica conflittuale, del conflitto e della repressione. Sempre. Questa guerra, possiamo esserne certi, non sarà diversa dalle altre che l’hanno preceduta.