Nella nuova Italia-di-mercato, le personalità più ascoltate sono gli urlatori del banco pesce.

Non bastava Beppe Grillo, il sessagenario resuscitato da un capellone quinquagenario, ad invocare l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti: ora è moda nazionale. Ogni giornale che si rispetti può vantare almeno un articolo che urli in favore di questa abolizione. E tutti portano la stessa erratissima argomentazione: bisogna togliere il finanziamento pubblico ai partiti (principio) perché i politici rubano (fatto).

Ora se è vero che nella politica di mercato i professori (o “saggi”) hanno la terza media, la differenza tra ‘principio’ e ‘fatto’ è nel programma di seconda elementare. Dunque, se non è ignoranza è malafede.

Ma allora quanta e quanto diffusa deve essere questa malafede se in un intero paese nessuno si accorge di un errore così grossolano, e tutti rimangono assorti nel surf da ondata sul mare del malcontento popolare? Com’è possibile che 60 milioni di persone siano convinte di poter cambiare l’orribile costume degli sprechi in politica attraverso il sovvertimento di un principio costituzionale (il sacro fondamento della democrazia pubblica)?

Dover difendere queste evidenti tautologie da paradossali populismi (democrazia privatizzata et similia) dà la misura di quanto profonda sia la tragedia in cui versiamo. La pluralità di ideologie è messa al bando, l’unica ideologia alla quale è permesso serpeggiare è quella liberista, purché venga ricoperta di un doppio strato antikasta.

Perchè la democrazia è come il pesce: dopo tre Repubbliche puzza.