Nuovo giorno, nuovo scontro. Stavolta sul ring troviamo Matteo Salvini e la rediviva Michela Murgia, simbolo per antonomasia dell’intellettualismo potenziale che stenta a diventare atto. La politica nostrana è così: ci propone lunghe serie di scontri dialettici altissimi, purissimi – levissimi, per dirla alla Messner – di cui nessuno di noi vorrebbe mai privarsi. Il “macchisenefrega” non è ammesso, te le devi sciroppare tutte queste diatribe: anche se ti annoiano, anche se ti angosciano, anche se, più che raggiungere l’altissima vetta assieme a Salvini e Murgia, preferiresti incrociare una valanga a metà strada.

L’incipit è naturalmente puerile. Salvini lancia un’invettiva – così, dal nulla – contro Michela Murgia, definendola una “radical chic”. Già questo basterebbe per generare nel lettore un certo prurito sottocutaneo all’altezza del perineo. Ma, prima che vi parta il raptus, lanciamo un paio riflessioni minimamente strutturate: anzitutto, non sapevamo che rientrasse, tra le mansioni di un Ministro dell’Interno, l’attività del dissing. Matteo Salvini è definibile, dunque, come una creatura mitologica, a metà tra un politico ed un rapper anni ’90 della West Coast – o East, lasciamo al lettore una scelta libera e democratica. Di seguito, il termine “radical chic” ha stancato. Non ce la facciamo più, ovunque ci giriamo c’è un abuso costante di queste due magiche paroline, indirizzate sotto forma d’invettiva contro personaggi che non sono né chic né, tanto meno, radical.

Ed è su queste basi che giunge la risposta della Murgia. Una risposta epica – roba da far impallidire i migliori debunker – che fa leva sul paradosso. “Sinossi del curriculum”, così viene chiamata. In pratica, la Murgia ha banalmente fatto un confronto fra il suo curriculum vitae e quello di Salvini, costringendo lo spettatore di questa diatriba ad ammettere l’inevitabile: Salvini è il vero radical chic, la Murgia è invece una tipa tosta, che ha fatto la gavetta. Insomma, una vera proletaria.

E’ innegabile, la Murgia ha perfettamente ragione. Il confronto fra i curriculum, se consideriamo come criterio valutativo i lavori umili svolti dai due pretendenti, è impietoso. Senonché, sorge un dubbio, amletico come nella migliore tradizione shakespeariana. Come può una donna che ha svolto tutti questi lavori umili, che dovrebbe conoscere profondamente il proletariato e le sue necessità e che, questo è innegabile, possiede una discreta erudizione, aver partorito quel terribile sondaggio che fu il “fascistometro”? Come può una donna di siffatti principi sparare assurdità a raffica ogni singolo giorno?

Non vi fasciate la testa, la risposta è in realtà molto semplice e si può riassumere in un solo concetto: cretineria. Cretino è Salvini che affibbia il termine radical chic anche ai muri intonacati di rosso. Doppiamente cretino è (nuovamente) Salvini, che non sa distinguere un radical chic da una persona affetta da cretineria acuta. Perché, diciamocelo in tutta sincerità, operazioni di marketing come il “fascistometro” possono nascere solo nella mente di una persona instabile o affetta da cretinismo. Tertium non datur.

Perciò, parafrasando il celebre e compianto Gianfranco Funari, ricordiamo al “doppiamente cretino” Salvini che «Se uno è cretino, non je puoi dì Radical Chic, sennò si crea delle illusioni. Je devi dì cretino!».