Ammettiamolo: dopo decenni di arretramento culturale a sinistra e vuoto pneumatico a destra, e proprio mentre queste categorie classiche diventano sempre meno efficaci nel descrivere il reale scontro politico in atto, in molti avevano riposto nel volto nuovo Salvini almeno qualche speranza in direzione delle famose nuove sintesi. Dove la lista di argomenti da “sintetizzare”, soprattutto in Italia, sarebbe lunghissima: recupero della sovranità nazionale e valorizzazione delle irriducibili peculiarità locali; una critica dell’immigrazione che vada di pari passo con la critica del capitalismo, che con una mano la alimenta e con l’altra fomenta la guerra tra poveri; una proposta sociale radicale, che non rimanga ancorata alla contrapposizione tra proletariato (che culturalmente non esiste più) e borghesia (in graduale via di estinzione), e non si esaurisca nel mantra per allodole che dice “usciamo dall’euro”. Insomma, sarebbe bastato anche solo un pizzico di tutto ciò, ma impostato almeno come percorso serio, filosofico, su cui costruire un consenso solido e realmente diffuso. E proprio Salvini, nell’incontro a porte chiuse tenuto di mattina a Trastevere, aveva promesso di “non essere interessato a vincere subito” con un’armata Brancaleone, ma piuttosto a costruire “un progetto radicalmente nuovo e a lungo termine”.

Così non è stato.

In una Piazza del Popolo dove gli unici romani sono i saluti che si scambiano i ragazzotti di CasaPound, insieme ai quattro o cinque sotenitori di Giorgia Meloni e alla stragrande maggioranza di leghisti in gita col pullman, l’accozzaglia si è manifestata. Un’operazione così frettolosa che non si è fatto in tempo neanche a cancellare la scritta “Padania” dalle bandiere della Lega.

"Mario Borghezio", di Altan

“Mario Borghezio”, di Altan

Dopo la bassa qualità degli interventi che lo hanno preceduto (basti citare la presenza di Gianni Tonelli, segretario del Sindacato Autonomo di Polizia, vedi anche ‘applausi al caso Cucchi’), in cui al filo conduttore “Renzi Vaffanculo” si aggiunge poco o nulla, il discorso di Salvini ha rappresentato non la sintesi, ma la giustapposizione di frammenti che accontentassero i vari azionisti. Ai pidiellini ha promesso un’aliquota fissa per tutti al 15%, regalando anche un balletto sulle note di “chi non salta comunista è”. Per intrattenere gli iperattivi “fascisti del terzo millennio” ha ripreso la loro brillante idea di dichiarare guerra all’India per riportare a casa i marò. Poi però, nonostante le croci celtiche che sventolavano, ha voluto infilare nel polpettone anche Oriana Fallaci (già staffetta partigiana) ed il suo compagno, eroe greco, Alekos Panagulis.

Un fronte esteso ma così poco amalgamato che è difficile ipotizzare per quanti minuti potrebbe restare unito in un ipotetico governo; un’elaborazione teorica semplicemente assente, in nome di un realismo politico che però non manderebbe avanti neanche un condominio a due scale.

Tra un esperimento politico nuovo, solido e trasversale, ed un grillismo a presa rapida in salsa destrorsa, Matteo sembra aver già scelto. Sicuramente la Lega (unica insieme a Forza Italia ad aver votato contro ogni riconoscimento dello Stato palestinese) non è il luogo adatto per far partire le rivoluzioni, ed evidentemente Salvini stesso, tolta una certa capacità comunicativa, non ha lo spessore necessario per cambi radicali nelle sorti del paese.
Insomma, ancora una volta la persona giusta al posto giusto, affinchè non succeda nulla di interessante. Avanti il prossimo.