Finalmente. Era ora che il Movimento 5 Stelle prendesse atto della realtà: troppa improvvisazione nell’organizzazione interna, ha scritto sul blog ufficiale il “capo politico” Luigi Di Maio. Doveva essere messo alla prova del governo perché se ne rendesse conto, questa forza nata sul web, anarchica in basso (i gruppi locali con partecipazione fluttuante e senza un minimo di gerarchia riconosciuta, a parte gli eletti nei consigli comunali e regionali e in parlamento) e autocratica in alto (perché tale è, di fatto, il potere di veto su candidature e linea politica di Beppe Grillo prima, e di Di Maio oggi).

Il problema alla radice di tutti i problemi dei 5 Stelle è l’ostinato diniego, fin qui cocciutamente tenuto e mantenuto, a darsi una struttura minima per radicarsi nel corpo vivo della società, evitare le liti da comari che infestano l’attività sui territori, individuare per tempo e con cognizione di causa i possibili candidati, creare un senso di appartenenza basato su legami solidi e non solo sul sentimento da tifoso di curva, garantire omogeneità e coerenza di mezzi e obiettivi, promuovere quella compattezza reale che indurrebbe poi, necessariamente, a delineare una visione meglio definita del mondo che vorrebbero creare. Specie se si pensa che è passata da un pezzo l’epoca della raccolta gioiosamente disordinata di idee e spunti disparati, prendendo qua e là, a destra e a sinistra, molto creativamente ma, ormai, troppo caoticamente.

A questo riguardo, va ricordato che il lavoro fatto dallo storico blog di Grillo nella fase antecedente e iniziale del Movimento è stato eccellente, sotto il profilo culturale, dando voce alle istanze più diverse e feconde; ma non è mai seguita una seria elaborazione ideologica, limitandosi il duo Grillo-Casaleggio a scolpire qualche idea-cardine, come la democrazia diretta o le famose “cinque stelle” di marca ambientalista, decisamente insufficienti per dar conto di tutti i principali bisogni dei famosi “cittadini”.

A cominciare da quelli economici. Lo stesso reddito di cittadinanza è stato presentato come una misura contro la povertà e trasformato in un sussidio di disoccupazione vincolato, mentre nella sua impostazione originale vuol essere, come dice il nome, un diritto legato alla cittadinanza in quanto tale, contro il feticismo del dio-lavoro e del dio-mercato, per recuperare il tempo di vita sul tempo della stritolante “megamacchina” produttiva.

In  pratica, se hanno il merito di essere stati aperti a prospettive potenzialmente dirompenti rispetto alla dittatura del pensiero unico liberale e del politicamente corretto, nei fatti poi ne restano invischiati, perché non hanno mai voluto investire energie in un “discorso sulle idee” (ideologia, non è una parolaccia) che chiarisca le idee anzitutto a loro stessi su cosa sono, cosa vogliono e cosa vogliono essere.

Vuoto organizzativo e assenza di un pensiero forte vanno di pari passo, e non basta la piattaforma Rousseau per risolvere ogni dilemma: ammesso e assolutamente non concesso che il voto online su tutto sia il sistema ideale, prima di arrivarci, alla votazione elettronica, bisogna che gli attivisti facciano vita di comunità, che discutano faccia a faccia in sedi deputate, che scelgano i gradi superiori responsabili di rappresentare la “base”. Insomma che diventino militanti, che è una cosa più impegnativa ma più fruttuosa, e che come bussola abbiano non solo il programma elettorale che cambia ad ogni elezione, ma un vademecum di fondo che faccia da guida e orientamento permanente. E se Davide Casaleggio non è d’accordo, pazienza: è finita l’era pionieristica in cui la Casaleggio Associati serviva di necessità a etero-dirigere la fragile creatura nata dal connubio con il carisma trascinante del comico Grillo. Ora il Movimento dovrebbe passare una buona volta all’età adulta, sempre che non voglia avviarsi verso un lento suicidio.

Il direttorio di qualche anno fa fu un fallimento. La diarchia Di Maio-Di Battista (con Fico sullo sfondo) può teoricamente funzionare per cercare di tenere unite le diverse anime, ma non potrà mai bastare per sopperire alle deficienze strutturali di quel magma etereo che è il non-partito pentastellato. Che sarebbe bene divenisse, per il suo bene, se non proprio un partito classico, almeno un’avanguardia di pochi motivati elementi che facciano da riferimento costante alla massa di generici attivisti. Una sorta di leninismo 2.0.

Ma per far ciò, bisognerebbe da un lato definire ruoli e ordinamento interno, in modo chiaro e diciamo pure militare, cambiando quel benedetto “non-statuto” magari nominandolo semplicemente statuto, visto che non è più indispensabile giocare ancora sull’effetto di pura contrapposizione formale. E dall’altro dotarsi di scuole di politica. Perché senza formazione non può esserci selezione, e senza selezione non si prepara in maniera decente il personale politico da mandare nella giungla delle istituzioni.

Fare politica presuppone conoscenze e competenze politiche: rudimenti di leggi e meccanismi amministrativi, bagaglio storico, studi e letture di dottrine e filosofie, apprendimento delle tecniche di comunicazione e propaganda. Un onestissimo esperto che sa tutto del proprio campo, che so un medico o un avvocato o un operaio, può essere animato dalle migliori intenzioni di rendere il pianeta un posto migliore, ma se non sa nulla di cosa voglia dire agire nell’agone politico, sarà un pessimo politico. Anche dovesse essere il miglior medico, avvocato o operaio sulla Terra. Le Frattocchie grilline, ci vogliono. Magari meno angoscianti e plumbee di quelle comuniste inventate dal geniale Gramsci, ma nemmeno lo zero carbonella di adesso, che assicura soltanto dilettanti allo sbaraglio e sfaceli annunciati.

Caro Alessandro Di Battista, noi, o quanto meno chi scrive queste note, si confida in te. Sarà l’ennesima volta in questi anni che vi si consiglia, inascoltati, di dare un corpo e un cervello all’anima del vostro Movimento. Pare che Di Maio l’abbia capito. Pare. Approfitta del fatto che non sei impelagato direttamente nelle grane di Palazzo Chigi, assumiti tu la responsabilità di farlo. Diventate grandi: la balia casaleggista a un certo punto potrà pure essere congedata con vivi ringraziamenti, o avete firmato un patto di sangue? Rimanete pure un anti-partito. Ma prendendo ciò che di utile, anzi oramai di improcrastinabile, può offrirvi la forma-partito. Altrimenti rischiare di fare una fine ingloriosa. E con voi l’unica possibilità di combinare qualcosa di vagamente liberatorio, fra una destra confusamente sovranista e una sinistra squallidamente ordoliberista (sinonimo di europeista, per chi non lo sapesse), entrambe accomunate, sia pur per vie e con caratteristiche diverse, dall’ideologia unica del denaro. Scaltri senza rinunciare agli ideali, flessibili nel qui e ora ma con le giuste certezze di fondo: svegliatevi, o qui si muore liberali, maledizione.