Sarebbe bello potersi occupare di politica internazionale in modo serio, con la gravitas che questo tipo di studi impone a chi mira ad occuparsene. Purtroppo la realtà sembra volgere in altra direzione e si rivela più ironica della stessa ironia: sterile la realtà, sterile l’ironia, sterili così come lo si potrebbe dire di una garza, anch’essa sterile, quando gettata in una vasca di batteri. L’Ouest déraciné non sa più a che santo votarsi e nemmeno un riferimento alle radici giudaico-cristiane dell’Europa sembra poter più permettere al Signore degli eserciti di dispiegare la potenza del suo braccio, con conseguente dispersione -a voler cauterizzare il vulnus- dei superbi nei pensieri del loro cuore. I superbi non pensano più, subiscono anch’essi il cronico deficit di narrazione che attanaglia le nazioni esangui. E’ di superbia che l’Occidente abbonda ed è proprio la sua ultima appendice tumorale, l’Europa incoronata di spine su fondo blu, a non esser paga della canonizzazione del nazionalista polacco Karol Woytjla. Oggi l’Europa scopre nuovi altari ed avendocela con Vladimir Putin, l’agente KGB in kimono che non vuole bene ai gay, questa supera se stessa e il proprio conformismo peloso riesumando Conchita Wurst. E’ una hybris plateale quella europea, che si esprime con tacchi e paillettes, tradendo però un residuo virile, una barba bruna, antico retaggio di Leonida e del più grande successo dell’euro.

Quanta grazia, Sant’Antonio! Avevamo proprio bisogno di una parousia, in questo santo sovraffollamento panico! Avevamo bisogno della voix européenne di Conchita Wurst, a cantarci di minoranze discriminate mentre ci scaldiamo le mani davanti al fuoco dei bidoni. Un girotondo in pater noster su brace di ulivo, lo stesso che i greci hanno troncato di netto nel 2013, ignari del fatto che, all’ombra delle sue foglie, Platone ci insegnasse a fuggire dalla Caverna e il Mito di Er. Ma è di musica e altari che necessitano gli europidi e i belati di Conchita sapranno certamente sublimare la bellezza di Catherine Ashton, la barba di S. Vilgefortis e il Manifesto di Ventotene. Fermiamoci qui, come farisei all’angolo della piazza: l’Europa dell’innovazione ha estratto dal cilindro una santa barbuta e molte bestemmie ci saranno perdonate ma non quelle indirizzate a il/lo/la drag queen Conchita Wurst.

Sturiamoci le orecchie, stiamo attenti al canto della Signorina o saranno guai per tutti. Guai ai meno giovani, che ricorderanno le donne barbute nei numeri dei circhi russi dell’Ottocento, guai ai devoti portoghesi, che della barbuta crocifissa hanno fatto imitazione ma soprattutto, guai ai guasconi trevigiani, ai nipotini dello Sceriffo Genty che vedranno nella voix européenne un’attualizzazione della leggendaria vecia de spade. Usuropa è questa qua, livida, incarognita, sempre incazzata ed ha perso tanto il senso dell’umorismo, quanto quello del ridicolo. E’ un monolite di arroganza e di escatologia laica, Usuropa. O forse di scatologia vera. E a furia di imboccarci a merda, un giorno si accorgerà di quanto inizi a puzzarci l’alito.