Le idee si diffondono, si impongono, si usurano. La sfida populista al vecchio establishment è stata prima di tutto una battaglia ideologica. Oggi vediamo che un vivaio di idee prima relegato ai margini del dibattito politico, lo ha insediato fino a imporvisi. Ciò che un tempo era mainstream ora rischia di diventare merce ideologica obsoleta, difficilmente spendibile politicamente ma anche socialmente, persino durante un pranzo di famiglia. Dirsi europeisti è quasi più difficile di dirsi sovranisti, così come voler accogliere gli immigrati è una posizione che ha meno dignità di quella, fino a qualche tempo fa intollerabile, di avere delle riserve sui flussi migratori. Come se Woody Allen, nel Dittatore dello stato libero di Bananas (1971), invece di dover infilare una rivista pornografica tra le pagine del «Times» per poterla comprare senza destare scandalo, adesso fosse costretto a fare il contrario.

Woody Allen in “Il dittatore dello stato libero di Bananas” (1971)

In questo conflitto ideologico «L’Intellettuale Dissidente» ha contribuito con i suoi contenuti a  dare una “ragione” ai populismi, con lo scopo di destituire il vecchio establishment, di destra come di sinistra, e portare alla ribalta una forza politica capace di iniettare nuovi temi nel dibattito. La vittoria sul piano ideologico e politico dei populismi dovrebbe sancire la fine del ruolo dell’«Intellettuale Dissidente», o almeno imporre una sua ri-brandizzazione all’interno dello scacchiere culturale, laddove al momento rischia di diventare il portavoce del mainstream, il «commesso – per dirla con Gramsci – del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico». La questione è una questione ontologica per una rivista che dice di trovare la sua ragione d’essere nel dissenso.

Quindi «L’Intellettuale Dissidente», oggi, deve dirsi anti-populista? Non possiamo omettere che il populismo ha giocato un ruolo vitale all’interno della nostra democrazia, smascherando il deficit di legittimità che comprometteva sia l’élite progressista e social-democratica che quella più conservatrice e liberista, cioè in generale tutto l’establishment che ha detenuto il primato politico negli ultimi anni, dimostrandosi incapace di mantenere le promesse e di risolvere gli scompensi generati dal sistema capitalistico; d’altro canto è bene precisare che questo populismo è solo la punta dell’iceberg di quel clima populista che la democrazia porta in grembo sin dai tempi di Tocqueville. La «marcia irresistibile» della democrazia, con il suo livellamento ugualitario e tutti i suoi meccanismi di compressione dell’alto e del basso, l’assottigliamento del confine «tra cultura alta e cultura di massa» (Jameson) a cui si aggiunge l’appiattimento generato dal medium prima televisivo e poi digitale, è una tendenza naturale del sistema; che questa oggi abbia preso un’ulteriore traiettoria revanchista e giacobina, vendicativa e giustizialista, becera e incompetente, è solo perché è stata esasperata dalla crisi. Ma la democrazia è sempre stata una storia di minoranze organizzate che attraverso narrazioni collettive si impongono come virtuali maggioranze. E quando le formule si usurano, quando l’élite perde le qualità per le quali è arrivata al potere, un’altra minoranza organizzata si impone con la pretesa di rappresentare gli interessi del popolo “tradito”, quegli interessi che il vecchio establishment non era più in grado di salvaguardare. E purtroppo questo gioco di circolazione, sembra essere, di per sé, sul campo della democrazia, un gioco al ribasso.

«La storia è un cimitero di aristocrazie». Vilfredo Pareto

Infatti chi ha detto che gli interessi del popolo siano garantiti meglio da una nuova élite? Questo passaggio non risulta automatico. Se in un sistema chiuso, ad esempio uno Stato dove i confini elettorali corrispondessero a quelli economici, questa deduzione avrebbe qualche senso, nell’asimmetria odierna tra governance internazionale, meccanismi economici e (limitata) sovranità nazionale, il nesso di accountability tra “buone intenzioni” e risultati materiali è molto aggrovigliato. Insomma, prendere Roma con un gruppetto di abili uomini da palco, senza avere reparti speciali che nel frattempo lavorino segretamente anche a Bruxelles, Washington, Mosca, Berlino, rischia paradossalmente di sciupare anche gli ultimi dividendi residuali che la vecchia burocrazia tutto sommato garantiva, facendo crollare (una volta esauriti gli espedienti mediatici per distrarre l’attenzione) l’intera narrazione in tempi ancora più brevi dei cicli standard.

La forza di chi ha guadagnato il potere negli ultimi anni è stata un salto di qualità nella comunicazione, l’aver intercettato e monetizzato una frattura nel modo in cui la massa si percepisce. Qualche settimana fa Baricco riassumeva dicendo che «Oggi, con uno smartphone in mano, la gente può fare, tra le altre cose, queste quattro mosse: accedere a tutte le informazioni del mondo, comunicare con chiunque, esprimere le proprie opinioni davanti a platee immense, esporre oggetti (foto, racconti, quello che vuole) in cui ha posato la propria idea di bellezza». Ogni politica oggi deve fare i conti con questa cosa, e l’Italia (anzi, Gianroberto Casaleggio) è stato un caso di pura avanguardia: mettere a fondamento di un movimento politico il concetto di vuoto, distruggere le piramidi della complessità e sbriciolarle in uno sterminato deserto, con un’unica panchina da arbitro al centro: il blog. Il nodo che però sta venendo al pettine, ancora una volta in Italia più che all’estero, è che nel ricambio generazionale le seconde linee hanno preso troppo in parola gli insegnamenti del capo. La nuova classe populista ha voluto rivelarsi così zelantemente inadeguata da esserlo davvero. Onesti, troppo onesti. Non c’è nessun livello ulteriore tra ciò che il governo dice di fare e quello che segretamente dovrebbe fare (se non qualche menzognuccia immediatamente smascherata). È un populismo non solo anti-elitista a parole, ma proprio non-elitario di fatto. E questa mancanza reale di preparazione non può durare, non è sostenibile. Perché il populismo richiede uno sforzo e una sofisticazione in più rispetto alla c.d. “vecchia politica”, non in meno: prepararsi più dei vecchi nella sostanza per sconfiggerli sul loro campo, e poi fingersi umili e trasparenti mentre si mangia la Nutella in diretta streaming col popolo sovrano.

Se dunque «L’Intellettuale Dissidente», nel suo piccolo, ha contribuito ad attrarre il consenso sulle nuove formazioni populiste, con l’intento di distruggere il «vecchio mondo», adesso non può che denunciare tutta la misera inadeguatezza di questo populismo nel suo passaggio da movimento a regime, da contestazione a istituzione. Questo non vuol dire ritornare a parteggiare per una rifondazione delle vecchie polarizzazioni, ma lavorare per dotare il nuovo di una sua intelligenza, coerenza e abilità politica.

Un populismo fantoccio, senza spina dorsale, potrebbe rivelarsi il miglior alleato della tecnocrazia, il custode delle nuove forme di dominio capitalista. Peggio, potrebbe diventare il simbolo del fallimento di ogni possibile ri-politicizzazione della politica, l’ennesima prova che c’è solo un’ideologia e una direzione da prendere, e ogni deviazione non può che essere sterile sofferenza. Non solo da grandi uomini, ma anche da grandi poltrone e palcoscenici derivano grandi responsabilità. Chi oggi, in qualche modo, vi è arrivato, farebbe bene a comprendere il peso del proprio ruolo nella storia, e ad organizzarsi di conseguenza.

«Il mondo non deve più essere né interpretato, né trasformato: deve essere sopportato» Peter Sloterdijk