Secondo l’economista tedesco Schumacher, autore del celebre saggio “Piccolo è bello”, una delle molte malattie di cui soffre il sistema capitalistico è l’ossessione per il “gigantismo”, riscontrabile oggi nella propensione all’accentramento dell’attività economica al fine di aumentare efficienza e competitività, non solo nel settore produttivo ma anche e soprattutto in quello finanziario. Per questo motivo le casse rurali – artigianali e le banche popolari-cooperative, che prediligono una finanza dedita alle necessità delle comunità locali, sono spesso considerate alla stregua di romantici cimeli del passato, incapaci ormai di competere sul mercato globalizzato e ritenute, pertanto, più dannose che utili. A minare la struttura e la sopravvivenza di queste istituzioni sono le stesse norme che regolano il settore bancario e finanziario a livello internazionale. Come ha più volte ribadito Assopopolari[1], la disciplina ferrea imposta dal Comitato di Basilea[2], soprattutto in seguito alla crisi del 2008, penalizza notevolmente il mondo cooperativo.

I parametri prudenziali[3] che le banche sono tenute a rispettare considerano, infatti, più rischioso un prestito ad una piccola impresa piuttosto che un investimento in strumenti derivati et similia, forzando così una paradossale restrizione dell’accesso al credito con conseguenze nefaste per le economie locali. E dire che dal 2008 ad oggi, un periodo segnato da una forte crisi di liquidità, proprio le banche cooperative si sono confermate motore propulsivo delle PMI, spina dorsale dell’economia di paesi come l’Italia. Contrariamente alle grandi banche commerciali, che hanno spesso abbandonato i mercati depressi alla ricerca di investimenti più redditizi, le banche popolari-cooperative hanno continuato ad erogare credito anche dove la crisi si è fatta più sentire, mantenendosi su livelli simili o addirittura superiori rispetto all’inizio della crisi. I dati parlano chiaro: tra il 2008 e il 2013 i prestiti totali alle imprese da parte delle popolari sono aumentati del 3.4% e quelli alle PMI dell’1.7%[4]. I punti di forza delle banche cooperative-popolari, che contano nel mondo 430 milioni di soci e oltre 700 milioni di clienti, sono ancora gli stessi che ne hanno permesso l’ampia diffusione a partire dalla seconda metà dell’Ottocento: identità territoriale e mutualità. A differenza dell’apolide finanza internazionale, che non conosce altra patria se non quella dei paradisi fiscali, il credito cooperativo è indissolubilmente legato all’economia locale, finanziando i nuclei produttivi e familiari e riconoscendosi in una comunità ben specifica fatta di relazioni personali piuttosto che di contratti con enti senza volto.

Nonostante persino l’insospettabile ONU abbia indetto due anni fa “l’anno delle cooperative”, le autorità internazionali e sopranazionali continuano a trascurare quella che, pur con le sue varie problematiche, rappresenta una realtà preziosissima. La stessa Unione Bancaria, approvata di recente dalle istituzioni europee come correttivo al farraginoso concepimento della moneta unica, rappresenta una potenziale minaccia per le popolari. Come ha affermato l’Associazione Europea della Banche Cooperative (EACB), l’accentramento di poteri e responsabilità nelle mani della BCE in materia di vigilanza e di risoluzione di crisi bancarie rappresenta, infatti, un modello burocratico troppo rigido, non conforme alla territorialità diffusa e allo spirito sussidiaristico che contraddistingue il credito cooperativo. Sarebbe l’ennesimo attacco ad un modello bancario ancora a misura d’uomo, in cui ciascun prestito non corrisponde semplicemente ad un anonimo numero, ma ad una relazione diretta tra la banca e l’imprenditore o il padre di famiglia. Insomma, per utilizzare un’espressione del sopracitato Schumacher, un modello bancario costruito “come se le persone contassero (davvero) qualcosa”.

[1] Associazione Nazionale fra le Banche Popolari.

[2] Il Comitato di Basilea è un’organizzazione internazionale promossa dalle Banche Centrali dei paesi più industrializzati allo scopo di perseguire la stabilità monetaria e finanziaria.

[3] Vedi i criteri di Basilea III.

[4] Fonte: MilanoFinanza, http://www.assopopolari.it/backstage/allegati/MF%2028_02_2014.pdf