Il lavoro è uno dei temi maggiormente discussi dall’agenda politica in ogni stagione e in ogni occasione. Campo fondamentale ma al tempo stesso così vasto da poter permettere a chi della parola fine a se stessa ha fatto ormai professione ben retribuita di poter ciarlare per anni senza dire nulla. Pensiamoci un attimo: quante volte in televisione l’attuale circo barnum detto classe politica schiamazza di lavoro accompagnando sovente accenti allarmanti e toni da tregenda.

Detto con un’espressione seriosa, da maialino ben pasciuto o da pecorone macilento in giacca e cravatta, il tutto assume un ésprit a metà tra la commedia e la farsa, un divertissment squallido da superare di slancio soltanto tramite un vigoroso vaffa, capace di distruggere ridendo l’ammasso di retoricume un tanto al chilo che da prassi sommerge schermo, studio, vita e tinello del povero e idotizzato spettatore.

Lavorare stanca, diceva il povero Pavese. E dire che, beato lui!, a quell’epoca eroica di sudore e ricostruzione i retori del lavoro erano ancora al di là dal venire: innanzi a milioni di operai distrutti dall’officina e contadini cotti dal sole recitare non era né conveniente né possibile, se si aveva a cuore la propria pellaccia. Esisteva beninteso una retorica del sacrificio salariato, dell’homo faber che doveva emanciparsi dalla sua condizione di schiavo e farsi finalmente uomo in una società nuova, più libera e giusta. Fantasie? Illusioni?

Forse sì, forse no, ma non è questo il punto. Quel mito – ci rifiutiamo di dire narrazione – si basava su una realtà ben consolidata – la classe lavoratrice – che costituiva l’elemento decisivo della produzione capitalistica… di massa. Era il fordismo, bellezza!

Senza operaio alla catena, senza consumatore al supermercato, senza lavatrice nel tinello, il modello su cui l’Occidente basava la sua sfida all’Oriente rosso e immenso non poteva semplicemente funzionare. Da qui la soggettività irta di vigore combattivo della classe operaia, da qui il potente richiamo della prospettiva rivoluzionaria che rifiutava la fabbrica del padrone ma che da essa traeva la linfa vitale per il suo movimento di rivendicazione ed emancipazione. Da qui, in definitiva, la realtà storica delle masse lavoratrici come soggetto fondamentale della vita economica e quindi politica: la repubblica fondata sul Lavoro non è un artificio retorico a firma Fanfani, bensì dichiara in apertura di Costituzione il nuovo assetto su cui dovrà fondarsi l’edificio repubblicano.

Il capitalista, al tempo del fordismo, è legato suo malgrado al lavoratore. E il circolo vizioso vaticinato da quella volpe di Keynes porta alla fine a un legame mortale: più produzione, più operai-massa, più consumi, più salari, più potere operaio, fino all’assurdo (per il capitale) di dover calar le braghe per sopraggiunta piena occupazione e impossibilità di reperire nuova manodopera. Era un modello, quello del pieno impiego, che come previsto da Kalecki avrebbe presto o tardi portato il padronato a gettare la maschera e a preferire ai profitti il pieno controllo della produzione: Keynes porta come extrema ratio la scelta tra socializzazione dei mezzi di produzione e reazione.

John Maynard Keynes

Inutile dire chi ha vinto. Ecco perché oggi la retorica del lavoro risulta del tutto ipocrita, degna dei peggiori farisei di Giudea: data l’attuale condizione della struttura capitalistica, dati i presupposti di oppressione salariale, fisica e mentale, lavorare oggi vuol dire servire un moloch titanico e inaccessibile con la summa iniuria di non avere nemmeno il contentino cretino di poter consumare come la generazione precedente perché il sistema non ha nemmeno più bisogno del consumatore di massa grazie ai giochi di carta della finanza. Il livello di alienazione giunge dunque all’estremo.

Se non si lavora ci si trova in condizioni di degrado, si muore letteralmente di fame venendo etichettati dalla grancassa borghese come inattivi, svogliati, mammoni e varie amenità. Ci si colpevolizza addossandosi fallimenti tali da minare l’equilibrio psicologico e la qualità della propria esistenza; i suicidi dei giovani, paria sociali ignorati da tutti, non fanno nemmeno più notizia.

Se invece si è fortunati, ci si trova immersi in una realtà in cui nulla è dovuto e tutto dev’essere sudato, conquistato sottraendo agli altri e focalizzandosi solo sul proprio io, in una giungla fomentata dalle distopie dei manager e dalla smania della produttività. Che senso ha lavorare, dedicare la propria esistenza (che fino a prova contraria e difficile da produrre è una sola) a un carnaio in cui tutto e tutti vengono tritati per consegnare a pochi infami oro misto a sangue e merda?

Noi diciamo nessuno. Ecco perché la retorica del lavoro, del sacrificio a mezzo impiego, della fatica che fortifica ci repelle: perché è parola vuota, falsa, dettata da traditori o imbecilli legati ai fili del puparo. Ci schifa il lavoro inteso nel senso corrente dell’anno domini 2019 perché il mio lavorare non è vita, è anzi la negazione della multiforme e unica vitalità dell’uomo entro i canoni forzati della struttura capitalistica contemporanea in cui tutto viene costruito contro l’umanità. Si pensi ad esempio allo spauracchio della trasformazione digitale, agitato come ennesima minaccia – da mafia di terza categoria – per spingere il lavoratore all’assurda rincorsa della perfezione tecnica dell’automa, fino al massimo sfregio di dotare di pannoloni i lavoratori di Amazon per non perdere quei minuti fisiologici dovuti all’umana, troppo umana debolezza del pisciare.

Naturalmente il nostro non è un inno al non-lavoro come imperativo categorico, visto che di qualcosa dobbiamo pur campare. Nessun rigurgito reazionario al gioco del Capitale, anzi: vogliamo soltanto evidenziare l’ipocrisia del meccanismo per mostrare che un’alternativa è sempre possibile.

Lavorare meno, lavorare tutti, lavorare bene. Come? Socializzando i mezzi di produzione e distruggendo il capitale finanziario parassita. La dicotomia tra noi e loro è ormai lampante: utilizzare le macchine (e non venir schiavizzati dalle stesse), ridurre le ore di lavoro a parità di salario, rendere civile il sistema pensionistico, distruggere l’infamia della disoccupazione giovanile, ricostruire l’Italia. Queste misure, ogni giorno più urgenti e tassative, non potranno mai prodursi in presenza di potentati economici e interessi padronali quali quelli degli attuali detentori degli strumenti di produzione. Il tragico caso di Genova dell’estate, il dietrofront della manovra del (sic) popolo, l’antieuropeismo a giorni alterni dovrebbe mostrare a tutti la nuda realtà dei fatti: il potere del padrone finisce quando inizia quello dei lavoratori.