Il 25 aprile del 1945 ci fu la liberazione dell’Italia dalla dittatura. Un evento a tal punto rilevante che tale giorno viene festeggiato ogni anno con grande solennità. Non voglio qui entrare nel merito del fatto che gli americani sbarcarono grazie ad un accordo con la mafia, né, molto prosaicamente, che anche in questa festività oramai i supermercati tengono aperto. No, semplicemente vorrei ragionare sul significato di democrazia. Demos e Kratos, potere del popolo. Perché con la liberazione dal nazifascismo il potere tornò al popolo. E qui non voglio neppure soffermarmi sul fatto che in realtà non c’è stato in questi sessantaquattro anni un vero potere del popolo, ma piuttosto, come in qualsiasi paese democratico, un potere delle varie lobbies, in primis quella del cemento. Ma dove voglio allora arrivare, vi chiederete. Voglio arrivare a questo: siamo sicuri, davvero sicuri che la democrazia sia un bene? Dopo anni di lotte (passatemi la parola un po’ grossa) in difesa della natura, dopo anni di approfondimenti delle tematiche ambientaliste, non solo io, ma anche altri compagni di strada con me sono giunti alla conclusione che forse no, non è proprio un bene.

Partiamo dal presupposto inoppugnabile dell’impronta ecologica dell’Italia. Se tutti gli abitanti del globo avessero il tenore di vita di noi Italiani, sarebbero necessarie ben 2,6 pianeti Terra. Questo significa che stiamo vivendo molto più che al di sopra della sostenibilità. Questo significa inoltre che è semplicemente ridicolo pensare di perseguire uno sviluppo sostenibile. Non è infatti ipotizzabile svilupparsi ulteriormente (con buona pace dei cultori del PIL), né, come ho già detto precedentemente, svilupparsi o anche soltanto mantenere lo status quo utilizzando energie alternative. Questo significa anche che sviluppo non equivale a progresso. Premesso questo dato di fatto, se ne evince che per poter garantire un futuro alle generazioni umane che verranno, occorre necessariamente adottare provvedimenti che vadano in senso diametralmente opposto a quello perseguito attualmente. Quindi non più sviluppo, ma decrescita.

È quello che Latouche (e, prima di lui, Georgescu Roegen), sostiene, peraltro facendo ben pochi adepti. Fra questi, da noi, Luca Mercalli, che da anni si prepara ad un futuro sostenibile, riducendo al minimo il suo impatto sulla Terra. Ma se parlo di Mercalli è solo per domandarmi: quanti sono disponibili ad adottare spontaneamente provvedimenti in linea con la decrescita? Ben pochi, di solito riuniti in piccole comunità che cercano di tendere all’autosufficienza, come la rete degli ecovillaggi.

Ma se il singolo non è in grado di aderire spontaneamente alla rinuncia, al cambiamento radicale dello stile di vita, non resta che pensare ad una politica che imponga comportamenti sobri in linea con la decrescita. E qui vengo all’incipit del presente articolo. È pensabile un governo che imponga questo cambiamento? In un regime democratico il popolo vota e la maggioranza governa. Ma se un singolo mai e poi mai adotterebbe spontaneamente uno stile di vita che garantisca l’esistenza delle future generazioni, perché mai dovrebbe votare un politico che questo stile di vita glielo imponga per legge? E quindi, mi domando, ci domandiamo: è ipotizzabile in un governo democratico una politica che imponga drastiche rinunce, pesanti cambiamenti all’attuale stile di vita per preservare la Terra e le future generazioni? Direi di no. Ed allora: la democrazia è il bene assoluto? O semplicemente è un male di fatto irrinunciabile?