La decisione di denunciare il “contratto” che ha partorito la più creativa ma precaria combinazione della storia repubblicana è dettata da un motivo molto più concreto e prosaico, ma politicamente per entrambi: l’ineludibile appuntamento con la manovra finanziaria, con un elefante nella stanza grande e grosso come i miliardi di euro che sarebbe costato aumentare l’Iva, la tassa più impopolare perché di immediato impatto per le nostre tasche e più rapinosa dai tempi del prelievo forzoso del padre di tutti i governi tecnici, quello presieduto da Amato nel 1992 sotto la tempesta di speculazione contro la lira guidata – è Storia, non complottismo pataccaro – dall’eminente filantropo che di nome fa George Soros.

Il cittadino medio si scorda troppo facilmente che i governi passano, ma per qualunque governo le forche caudine restano: si chiamano vincoli europei sul deficit, che si inquadrano nel marchingegno repressivo targato Ue, guardato a vista dai pretoriani della Bce, e controllato in ultima istanza dai mercati che ci tengono per i coglioni con il ricatto sul finanziamento privato del debito pubblico. Il famoso scontro sui decimali che vide il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Giovanni Tria trattare con i tecnocrati di Bruxelles per spuntare poi uno stitico 2,04% non era che la prova tangibile, e per nulla sorprendente, che dovendo muoversi all’interno delle regole europee, anche il “governo del cambiamento” non poteva cambiare nulla di sconvolgente, essendo preclusa la possibilità di incidere a fondo nella carne viva dei conti. Nessuna espansione della spesa statale è fattibile in un regime di amministrazione controllata dall’esterno, a meno di non agire di concerto con altre forze continentali con cui fare massa e conquistare il peso adeguato a sovvertire quelle regole, o almeno a modificarle. La rivoluzione in un solo Paese è un bel segnale, ma resta utopia se non diventa permanente e soprattutto se non diffonde anche negli altri, opponendo allo strapotere tedesco e al suo lacché francese una contro-potenza abbastanza minacciosa da produrre qualche crepa nel nuovo muro di Berlino che è l’austerità infinita, contraltare della crescita infinita per i profitti di lorsignori.

Matteo Salvini, abile manipolatore dell’opinione pubblica quanto considerevole calcolatore del proprio tornaconto elettorale, sta dandosi alla macchia di fronte alla prospettiva non più rinviabile di dover apporre la firma e la faccia su una legge di stabilità lacrime e sangue, che è un po’ il dovere religioso di ogni politico rispettoso dello status quo, onde evitare di dover spiegare al suo quasi 40% di consensi (secondo i sondaggi) che le promesse di rivoltare l’Ue come un calzino sono soltanto promesse. Ma anche l’ormai logoro Luigi Di Maio avrebbe dovuto giustificarsi allo stesso modo, e forse anche più drammaticamente rispetto al leghista, dato che il contenuto sociale di questo anno di realizzazioni, insufficienti ma pur sempre realizzazioni, ce l’ha messo il Movimento. Avvicinandosi il redde rationem della scure economica, il primo ministro Conte avrebbe dovuto vestire i panni odiosi di un Monti solo un poco meno vampiresco e gioiosamente europeista, ma comunque tecnicamente tenuto a far quadrare il conto della serva Italia. E né Salvini né Di Maio avrebbero retto facilmente alla reazione popolare, dato che pur con tutti i suoi limiti e difetti il ministero Conte non proviene da un programma scritto di pugno da Draghi come fu l’esecutivo montiano nel 2011.

Era una improvvisata ma pur sempre reale speranza di scardinamento dei vecchi schemi, l’alleanza inedita fra il Carroccio e i 5 Stelle. Finisce con un golpe interno deciso solo apparentemente all’improvviso, in realtà perfettamente spiegabile con gli obblighi di pedaggio che uno Stato non più sovrano da decenni ha nei confronti del Leviatano eurocratico. Spiegabile ma non del tutto prevedibile, a dire il vero. O quanto meno non così, non con questa fretta e furia. Proprio perché uniti dall’interesse comune a svicolare il passaggio dal gabelliere, Salvini e Di Maio avrebbero potuto, e anche dovuto, accordarsi per una fine pilotata e d’intesa. Ma il “Capitan Fracassa” preferito dagli Usa ha prevalso la logica di fazione, puntando invece all’incasso in termini di voti il prima possibile. Lasciando così per terra il “Gigi la Frottola” pentastellato, che poveraccio ce l’ha messa tutta a tenere in piedi la creatura “contrattuale” di Palazzo Chigi, pur sapendo anche lui che sarebbe arrivata la salutare ora della verità, ma non è riuscito a tenersi in piedi lui stesso, schiacciato dall’intasamento di contraddizioni figlie di quella originaria, ossia non aver preparato per tempo il Movimento a saper gestire lo iato fra le aspirazioni radicali e il grigio riformismo istituzionale. Ora ne paga amaramente le conseguenze (ha scritto bene il direttore Sebastiano Caputo: per l’esercito grillino destinato al fisiologico ridimensionamento adesso non c’è che una via: articolarsi in due anime, quella di governo con il popolarissimo Conte candidato premier e quella di lotta con Di Battista, auspicabilmente riemerso per sempre dai suoi cincinnatismi, per ritrovare in parte l’anima originaria adattandola al momento politico).

Al contrario di quel che va dicendo per dovere di bottega il segretario del Partito Democratico fratello del commissario Montalbano (occhio ai cabbassisi, Zinga, occhio a Mimì Renzi Augello), questo governo non finisce perché ha fallito, ma fallisce perché non finirà il suo compito storico: smascherare fino in fondo la mancanza di sovranità del popolo votante, il cui voto, cari pretini democratici, importa meno degli astratti parametri di Maastricht e del voto quotidiano dello spread. A parte qualche clamoroso scivolone dei grillos e gli eccessi demagogico-autoritari dei salvinos, era un inizio, questo monstrum oltre la destra e la sinistra. La fine poteva materializzarsi più avanti, magari cinicamente puntando sull’urto suicida, ma cristallino e coerente, con il sovrapotere euro-finanziario. La Lega ha scelto, molto italianamente, la ragion di partito. E Il M5S si è fatto fare fesso. Moriremo democristiani, si diceva un tempo. Moriremo appesi sulla croce Ue, si dirà in questo futuro così somigliante al passato.