Chi dice giornalismo oggi, dice meme tribale. Dice replica del pregiudizio usando la cronaca come pretesto. Dice guerra di punti di vista attraverso le news, che diventano fakenews grazie alla cara schifosa propaganda, vecchia come il mondo moderno. Dice rassicurazione e ricarica del proprio piccolo ego mediante l’auto-arruolamento in greggi che seguono (“lo seguo sui social”) capi-mandrie che dettano la linea alle pecore. Dice fatti vagliati a priori tramite le opinioni, con buona pace della falsa retorica anglosassoidiota che vorrebbe i primi separati dalle seconde, quando invece la faccenda è più complessa: un fatto è un fatto (il giorno x è accaduto l’avvenimento x), l’interpretazione interviene sempre e inevitabilmente (il modo e l’angolatura da cui si racconta non possono non essere soggettivi e parziali), ma il commento deve dichiararsi come tale, perseguendo il difficile compito dell’onestà intellettuale, non dell’impossibile e truffaldina obiettività.

Chi dice giornalismo nell’anno di grazia 2019, dice flusso lutulento e ibrido di notizie serie, semi-serie, cazzate industriali, vaniloqui, perle rare, imput minimi e raro oro a fatica setacciabile nel magma indistinto del web, rullo compressore che macina in tempo reale, istantaneo, caotico, in cui è arduo raccapezzarsi senza mettere insieme i due opposti della fedeltà a criteri di fondo e dell’apertura a nuovi stimoli e parametri. Chi dice giornalismo, o almeno così dicono i saputi del click, non dice più neppure giornale, inteso classicamente come strumento prodotto da professionisti che forniscono tutto quel che c’è da sapere sulla giornata, poiché una “giornata” non esiste più, come non esistono più le edizioni del mattino o della sera, e il professionismo è stato minato dalla rincorsa affannosa al video virale e al bombardamento continuo che rende durissimo il lavoro di analisi e approfondimento. Chi dice giornalismo attuale dice informazione senza riflessione. Comunicazione, ma non conoscenza.

Per tutti questi motivi è puro progresso il ritorno vagamente reazionario all’antico buon giornalismo fatto come dio comanda, con i crismi del mestiere, unendo capacità selettiva e abilità narrativa, pensato con la testa sgombra di preconcetti, consumato con gli occhi e con le suole delle scarpe e solo poi di nuovo con una mente arricchita di impressioni e realtà vive. Per questo il futuro è di chi riscopre la passata professionalità dei maestri, di chi li cerca negli anfratti del caos luccicante evitando i soliti tre o quattro guru di massa, di chi si ricorda che per imparare serve studiare, studiare, studiare. Per questo non bisogna farsi abbindolare dalla mitologia fradicia di ideologia che ci presume tutti disintermediati e liberi di farci un’idea senza prima esserci fatti un minimo di cultura, consapevoli che non tutti possono sostituirsi a tutti.

Il giornalista ridiventa indispensabile proprio perché il giornalismo è screditato, squalificato, deprezzato, annegato nel fluido, abbassato a ripetitore automatico dell’eco di Rete. Il giornalista competente e insofferente di sé, che si smazza la fatica di riflettere lo specchio opaco del newsfeed, che guarda in tutte le direzioni, che smentisce e spiazza le correnti “narrazioni”, i suadenti quanto banali “storytelling”,  il marketing straccione della “libertà dai padroni” (un padrone c’è sempre, fosse anche montanellianamente il lettore – e persino Montanelli aveva un editore, Berlusconi), il giornalista necessariamente solitario o di minoranza se non vuol esser servo, il giornalista che ambisce a raccontare e spiegare e non solo a rendicontare e confermare, questo giornalista è prezioso come il pane in tempo di carestia.

Il giornale non come piattaforma (forma piatta), non come educatino e innocuo caffè (al bando gli intellettualismi), non come centrale di dopamina per identità insicure (io la vedo così perché l’ha detto il mio preferito), ma come voce di coscienza per l’incoscienza di chi legge o ascolta senza capire. Informarsi e basta non basta: l’obiettivo deve essere comprendere. Comprendere dinamiche e logiche, a volte molto prosaiche e di regola non innocenti, che costituiscono il retroscena della quotidiana costruzione del discorso pubblico, giusto per usare un termine molto postmoderno e poco simpatico. Se si vuole, siamo ancora e sempre all’adagio illuminista di accendere una luce nel buio. Con la differenza che siamo inondati di luci, accecati e assuefatti dalla trasparenza, sappiamo tutto di ogni cosa – e invece non sappiamo tendenzialmente niente delle cose che davvero importano, non solo i segreti e i lati oscuri che si ostinano a restar nascosti (Snowden e Assange insegnano), ma soprattutto siamo indotti a ignorare il senso complessivo da dare all’incessante accadere di questo, quello e quell’altro.

Perciò, cari manipolati e disinformati cronici, è necessario tornare a scuola. A scuola di giornalismo. A ricercare la verità, che non è mai una, non è con la maiuscola, non è mai vera fino in fondo perché c’è sempre qualcos’altro da vedere e rivedere. Il giornalismo non è finito, non ha fine e non avrà mai fine. Almeno fino a quando sarà permessa la libertà di provarci. E se così non sarà, troveremo un modo per prendercela. A costo di scrivere sui muri.