Dopo i grandi sconvolgimenti di quest’anno (Brexit, Trump) e in tremolante attesa di quelli dell’anno prossimo (Francia, etc.) la geniale reazione dell’establishment occidentale sta arrivando: si chiama Bufala©. All’interno della Bufala© rientrano, per ora, gli argomenti del no al referendum, ogni possibile convergenza tra Isis, Turchia e servizi segreti occidentali, ogni discorso c.d. “populista”, ogni giornalismo che esca dal recinto tracciato dalle fonti mainstream*.

Nata nell’era della semplificazione e della post-ideologia, la Bufala si propone come dispositivo forte che sostituisce la traballante complessità epistemologica esistita fino ad oggi. Dove prima c’erano i punti di vista, le posizioni inesorabilmente filtrate dalle appartenenze individuali, la maggiore o minore parzialità dei fatti riportati, e solo in casi estremi (e sempre da dimostrare) si parlava di notizie false tout court, oggi sorge l’ecumenico marchio Bufala.

E come si combattono queste Bufale? Non c’è ancora nulla di certo, ma sembra che i progressisti si stiano attrezzando con novità altrettanto potenti e innovative, strumenti che vadano oltre la fatica del debunking, l’educazione dei lettori, la deontologia giornalistica. Ad esempio, Facebook, Twitter e Google da parecchio tempo stanno cercando di sviluppare un algoritmo capace di intercettare ed eliminare le notizie false (leggi Bufale©). E di idee simili se ne discute spesso, in giro per la rete: è del tutto naturale, ormai, pensare a macchine che stabiliscano cosa è vero e cosa è falso.

Kurt Gödel, nel 1931, con i suoi due teoremi di incompletezza dimostrava che nessun sistema coerente può dimostrare la propria coerenza, fornendo un argomento solidissimo contro ogni deriva autoritaria e tecnocratica. A distanza di quasi un secolo, sembrerebbe che molti di quelli che gridano all'”allarme ignoranza” non ne abbiano ancora avuto notizia.

(*) Il signore nella foto in alto ci ricorda che la bufala più mortifera degli ultimi decenni (“le armi chimiche di Saddam”, più di mezzo milione di morti nella guerra in Iraq) è stata lanciata dal Dipartimento di Stato americano, ma le sue pagine social non sono ancora state bloccate.