Si fa presto ad accusare Gianfranco Fini. Si fa presto a metterlo alla gogna, a deriderlo, ad accusarlo di aver mandato in pensione quanto restava di una destra variegata, diversa, ma, certamente unica forza in grado di formare uomini resistenti alla corruzione dei tempi, almeno in linea di principio. Certo, niente è stato rose e fiori, specie se i residuati del Movimento Sociale, e poi di Alleanza Nazionale, hanno finito per ingrassare le fila dei berlusconiani. Li vedi oggi parlare, sornioni, di Europa e di compromesso. No, non è questa la nostra Europa, però, che vuoi, una pacca sulla spalla, mio buon piddino, non te la nego. Anche due, e, magari, chi ci negherà una bella cena fuori porta? In fondo, caro mio, non siamo anche noi uguali? Non siamo anche noi liberali e moderati, non siamo, in fondo in fondo, putridi conservatori liberali?

E allora, voi radicali, abbandonate il sovranismo, giacché la sconfitta della Le Pen parla da sé, abbandonate questa supercazzola, abbiate il buon senso di scendere a compromessi con la destra liberale e moderata, proprio quella che da venti anni a questa parte è responsabile, come la sinistra, del fallimento di questa Europa. Ma cosa importa a noi? La politica è compromesso. Allora compromettiamoci, no? Di mutamento antropologico, di opposizione al declino liberale, nessuna traccia: l’importante è fare la grande abbuffata, darci una pacca sulle spalle e presentare il nostro bel libro alla presenza dell’Onorevole Trombetta. Se non fosse che di scendere a patti con Berlusconi («la signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre») a noi, che non siamo né conservatori né moderati, non importa nulla.

Restateci voi con le destre liberali e moderate, siate voi i tessitori dei compromessi. Siate realisti! – ci rimproverano. E fanno del realismo la tattica del compromesso e del galleggiamento.

Insomma, come sempre ritorna, dopo ogni elezione in terra straniera, la litania sull’assenza di una destra liberale e moderata in Italia. I populismi sarebbero falliti, come dimostrerebbe la disfatta (sic!) del Front National, perciò sarebbe necessario cercare di parlare non alla pancia, ma alla testa dell’elettorato, evitando di alienare i voti dei moderati, per non essere costretti ad assistere impotentemente ai governi dei partiti progressisti. Senza tenere conto che sarebbe già una disfatta andare e governare con uomini vecchi (perché sono vecchie le idee che incarnano), tali analisi sono simili a quelle di coloro che, sul finire del ventesimo secolo, annunciavano, con ottimismo, la fine della Storia. Ed invece, no. La Storia non finì e, purtroppo per loro, neanche oggi lo è, né sono finite le ideologie. Perché muoiono le forme, ma la sostanza resta – questa sì che galleggia.

Ebbene, cari moderati, voi che spuntate come le lumache dopo la pioggia ad ogni elezione, no, la nostra non è politica. La nostra è lotta spirituale: formazione di uomini nuovi e non riesumazione di esperienze cadaveriche e, perciò, fallimentari. E’ la vostra politica a fallire, a latrare come un cane che avverte un terremoto e non sa come scappare. Siete voi gli alienati della storia, giacché è la storia a passarvi davanti senza che voi ve ne accorgiate, intenti come siete ad esorcizzare lo spettro del populismo. Ma il populismo è solo il mostro che voi avete evocato per cacciarvi di dosso l’incapacità di spiegare a voi stessi com’è che è il Popolo a fare la storia. Forse che il populismo sarebbe fallimentare alla luce di questa tornata elettorale? Eppure alle presidenziali del 2012 il Front National non riuscì neanche a superare il primo turno, piazzandosi al terzo posto con il 17,9%. Chi se lo sarebbe aspettato che cinque anni dopo sarebbe invece rimasto l’unico partito politico della Francia investito di un peso e di una responsabilità determinanti? E’ facile parlare di sconfitta quando invece attorno al Fronte si è organizzata una stretta difensiva che ha tenuto aggrappate destra e manca l’una all’altra. Ma Marine si è preparata, intelligentemente, al rinnovamento del Fronte, con l’obiettivo di rendere trasversale l’unica forza politica storica uscita intatta da queste presidenziali. Lo farà da una posizione di forza, cercando di rivestire il partito di una veste istituzionale e liberandolo dalla pur pesante eredità di cui è portatore.

In questo senso resta vera l’analisi che Sallusti ha pubblicato nei giorni scorsi sulla prima pagina del Giornale: di sola destra non si vince. No, certamente non si vince. Ma di solo centrodestra si muore

Ed è per questo che il Fronte Nazionale può sfruttare l’occasione nel migliore dei modi: aprirsi al dialogo con gli altri partiti, confrontandosi e raccogliendo idee, evitando, però, di dipendere troppo strettamente dai progetti dei Repubblicani. Tutto il contrario di quanto accade in Italia, dove la Lega è costretta a fare i conti con l’oste, a meno che non voglia rinunciare, già in partenza, ad un’esperienza di governo.

Marine Le Pen esce a testa alta da questa tornata elettorale, checché ne dicano i moderati ed i liberali nostrani: su di lei ricade la responsabilità di mantenere compatta una sana forza d’opposizione. Ogni caduta di Macron sarà la sua forza (e delle cadute non dubitiamo affatto, come danno a credere i punti del suo programma). Più che altro, occorre che i moderati prendano atto di quanto poco utile sia la strategia degli abbracci e delle pacche, e di quanto stupido sia credere che il populismo sia, ormai, giunto a destinazione. E, difatti, non ci aspettavamo parole diverse da quelle pronunciate dal presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, il quale ha affermato che «questo voto è la conferma che l’ondata populista si sta ritraendo» e che si sta verificando una «crescita del sentimento europeo». Si deve essere davvero ciechi per non vedere che i dieci milioni che hanno votato per Marine Le Pen hanno in mente un’altra idea di Europa. A meno che si voglia far finta di ritenere inesistenti dieci milioni di persone.

No, non ci proponete le vostre ricette liberali – Dio ce ne scampi e liberi! L’unica politica possibile per riformare questa Europa è una politica umanista, che abbia come unico obiettivo quello di formare uomini nuovi a cui fornire coordinate culturali orientative. Opporsi all’Unione Europea significa rifiutare questo mondo e, più in profondità, l’ideologia che lo sostiene, il mondialismo. Solo di una politica simile abbiamo bisogno, giacché è nostra convinzione che, crogiolarsi in un conservatorismo liberale da piccoloborghesi, è l’arma più efficace per mettere a punto il suicidio della nostra civiltà. Lotta o compromesso? Basti, una volta per tutte, una eloquente canzoncina del 1985, tratta dal film I pompieri di Neri Parenti:

«Era meglio morire da piccoli,

con i peli del culo a batuffolo,

che morire da grandi soldati,

con i peli del culo bruciati».

 No, non possiamo essere liberali. Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo. Almeno a venti anni, non vogliamo morire pompieri.