Ad un improbabile tentativo di osservarsi da fuori risulta impressionante quanto le persone continuino  a massificarsi nel senso negativo del termine. Non l’accezione di popolazioni che formano un gruppo omogeneo per difendere i propri diritti, e non inteso nel senso del termine coniato per i movimenti ottocenteschi sulla scena politica europea  come strumento dell’abbattimento di un ancien régime o di una società classista che, di fatto, esiste ancora. Per senso negativo intendere il totale annullamento della personalità e il ridursi a mera apparenza, al diventare pupazzi con cui i pezzi grossi della società giocano, allo stesso modo con cui noi giocherelliamo con l’ultimo gingillo prodotto dalle grandi case tecnologiche internazionali.
La verità è che sembra troppo arduo prendere in mano la situazione, ragionare, riflettere e soprattutto criticare. E’ nella critica l’essenza dell’evoluzione, della rivoluzione, e di ogni mutamento significativo nella dinamica degli eventi.

Abbiamo paura, siamo terrorizzati anzi. Dalla crisi, dalla disoccupazione, dall’ Italia che si impantana continuamente nelle vicende politiche, dalla povertà, dagli immigrati, dalla troppo spiattellata ovunque necessità di emigrare dal nostro paese. Ma a noi sta bene così, qualche manifestazione e la coscienza è lavata, perché in fondo non si sta tanto male no? Sono quelle paure che vengono alimentate quotidianamente da campagne mediatiche martellanti che lasciano l’individuo, o quel che ne rimane, paralizzato, con una sensazione di impotenza di cui ci si sente troppo impregnati per reagire. Si potrebbe dire che di critica e dibattito si sente parlare tutti i giorni, ma l’errore è nel credere che siano dibattiti e critiche costruttivi e non solo un finto mezzo catartico in grado di darci l’impressione di partecipare attivamente alla vita politica e sociale del paese. Da anni si sguazza nelle acque stagnanti del dibattito fascismo-antifascismo, dibattito quanto mai superato e i cui risvolti illudono di svolgere una qualsivoglia attività politica, impedendo di arrivare a ciò che gli stessi storici hanno difficoltà a raggiungere, sia per la vicinanza del periodo sia per la difficoltà della trattazione storica di un argomento del genere: un’analisi attenta, obiettiva, una denuncia storica, una critica. Il problema è che è un dibattito che ancora non ha superato la linea di demarcazione della storia e si percepisce tutt’ora in particolar modo tra i giovani.

La realtà è che troppo spesso ci lasciamo distrarre. Dai politici e dalle loro vicende personali,  diversivi che distolgono troppo spesso l’attenzione dalla reale situazione politica creando dibattiti extra-politici che poco hanno a che fare con un necessario cambiamento reso impossibile dagli atteggiamenti astratti di oggi incapaci di ottenere qualsiasi risultato concreto. E ci lasciamo ingannare dalla pubblicità che le grandi potenze europee e non solo si fanno, facendo credere che l’Italia sia una landa desolata da cui si deve scappare il prima possibile rimanendo stupiti di fronte alla facciata che paesi come Gli Stati Uniti o la Germania si auto-forniscono sulle spalle di altri paesi.

 A noi basta che arrivino gli iPhone, o che ci venga lasciata la possibilità di scappare dal nostro paese purchè altrove ci ‘accolgano’ e ci diano lavoro ,al modico prezzo di una vita politica assolutamente non autonoma che ci viene dettata da fuori, da ‘sopra’, attraverso fili invisibili che, ahimè, non governano solo politici o classe dirigente, ma che si sono estesi al resto della popolazione, buona parte almeno. Ci siamo cascati ancora una volta.