Cirenaica, primi anni ’30 del secolo scorso. Il triangolo tra Sudan, Libia ed Egitto è un garbuglio di tracce e carovaniere traversate da intrepidi viaggiatori in cerca di fortuna: figli reietti di un occidente in fermento, scaltre personalità pronte a inserirsi nei gangli della contesa coloniale tra inglesi, italiani e francesi. La disputa imperialista è più viva che mai, seppur nelle intenzioni. Ingranaggi di morte e conquista si mettono in moto mentre le viscere delle cancellerie occidentali ribollono.

Folle corsa nel deserto abbinata a una meticolosa sottomissione delle popolazioni locali: si mappano le conquiste. L’acqua è un elemento prezioso per gli spostamenti e ogni avanzata è utile ad assicurarsi l’egemonia sui pochi pozzi presenti nella desolazione del serìr sahariano. Tutti contro tutti, la partita è aperta.

Demone delle sabbie.

22 marzo, l’anno è il 1934: notte cupa sul fronte occidentale del Gilf el Kebir. Due figure smunte e slanciate spezzano la desolazione della grande distesa di sabbia trascinandosi su un fondo roccioso, le scarpe chiodate affondano a fatica nel terreno arido, privo di vita. Manto sabbioso intarsiato da dune e silenzio micidiale: nulla si muove eccetto quei due cadaveri erranti. È una marcia forzata per la sopravvivenza nella quale l’andatura dinoccolata si accompagna a rantoli dai sentori fatali. Viscose lingue nere come pece oscillano nell’aria secca, orologi a pendolo fatti di carne umana rintoccano danzando su labbra spaccate dalla sete: sta per scoccare l’ora della fine.

Presentiamo gli sfortunati protagonisti di questa marcia fatale al chiaro di luna del deserto libico. Laszlò Almasy, avventuriero ungherese secondogenito di Gyorgy Almasy, nobile proprietario terriero della piccola borghesia austro-ungarica nonché celebre orientalista in patria; Von Heller, sventurato alpinista svizzero convinto a mettersi in viaggio con quel demone del serir sahariano.

Per la quarta volta in meno di 5 anni Laszlò è tornato a far visita al suo deserto: il Gilf Kebir è uno scrigno laccato in dura pietra rossa che ha ancora molti segreti da svelare.

Il risultato di parecchi giorni di spedizione fu la constatazione che il Gilf sull’asse nord-sud è lungo duecentocinquanta chilometri e che lo sbocco della terza valle di Wilkinson non si trova sul lato est.

Il fronte occidentale del Gilf Kebir

Notte di tormenti. Quei due poveri cristi si erano recati sull’altopiano per effettuare alcune mappature dell’area: sono stati piantati in asso dal loro autista-accompagnatore sudanese. Dell’autovettura non c’è traccia. Devono tornare al campo base sulle loro gambe: missione praticamente impossibile. Le guide del deserto sono rinomate per la loro fedeltà, non certo per il loro coraggio. «Sbandato di un sudanese», avrebbe detto Almasy.

Cronache di sopravvivenza nel baratro del grande mare libico:

ore 19. La marcia va avanti dall’ora di pranzo, acqua e alimenti sono rimasti a bordo della Ford guidata dal sudanese. Von Heller, abituato certamente a ben altre temperature, si accascia a terra e con il dito smunto traccia una parola nella sabbia: “SETE”. Gli occhi vacui e infossati fissano con un misto di dolore e odio quelli di Almasy.

ore 20.45. A distanza di qualche chilometro dalla precedente, l’alpinista elvetico traccia una nuova parola tra i fini granelli del deserto sahariano: “WADI HAMRA”. Una valle che ormai dovrebbe essere passata da un pezzo, Wadi Hamra significa direzione errata.  Diabolica allucinazione di un Von Heller ormai a un passo dall’aldilà? Il conte deve smentire quello scherzo della sete a tutti i costi.

ore 22.30. Brusco risveglio per Almasy, le mani secche e disidratate di Heller percuotono il viso del Nostro. Svenimento, un’ora circa privo di sensi;

ore 00.30. Laszlò si riprende, stavolta è lo svizzero a essere stramazzato al suolo. Rivoli di bava fanno capolino dalle sottili labbra lacerate dalla sete: Làszlo deve continuare la traversata da solo, intorno ci sono soltanto sabbia e buio pesto. La sagoma di Von Haller viene inghiottita dall’oscurità man mano che l’esploratore ungherese procede verso l’ignoto;

ore 3.00. Due grandi occhi gialli penetrano la notte del deserto libico. Le contrazioni respiratorie di Almasy aumentano a dismisura nonostante l’arsura gli stia ficcando una lama affilata lungo tutta la trachea. Poi il buio: quei grossi bulbi oculari mutano improvvisamente colore, tendendo al rosso: autovettura in allontanamento. Dita affusolate sfregano con fare frenetico le tasche degli shorts color kaki, quella che l’avventuriero ungherese sta tastando dall’esterno è una maledetta scatola di fiammiferi. Almasy è fuori di sé, letteralmente in trance: racimola sterpaglie, alcune scartoffie rimaste imprigionate nelle tasche sudicie e con le poche energie che gli rimangono accende un fuoco. Spezzerebbe il collo di un bambino a mani nude pur di non morire. Ecco accendersi nuovamente gli occhi gialli, brontolii di un motore echeggiano nella gelida notte sahariana. Almasy e il suo compagno Heller (il poveretto verrà recuperato poco dopo) hanno salvato la pellaccia. Pura tenacia magiara.

“Il Conte”, Laszlò Almasy

Tozze matite tratteggiano confini sulle mappe nordafricane: nubi violacee si addensano all’orizzonte. Tempesta in arrivo: l’alito fatale del conflitto tra le forze imperialiste d’occidente farà attendere ancora qualche anno la sua comparsa in Africa Orientale. Nonostante ciò in Cirenaica qualcuno già si diverte intrattenendosi al gioco della guerra. Caccia grande: in cima alla lista nera ci sono i ribelli senussiti. Bombe incandescenti fischiano precipitando dall’alto sui villaggi delle tribù locali, brandelli di arti, crani e cervella friggono come tizzoni ardenti sul serìr sahariano. Flessione di muscoli di Italiani, francesi e inglesi sul sabbioso tavolo delle trattative: a Laszlò Almasy questa sorta di Guernica Senussita non interessa. Il Conte, come lo chiamano in patria, vive per riempire spazi vuoti sulle carte dell’epoca. La sete della scoperta lo eccita da morire.

La grande scarpata meridionale del Gilf Kebir: un gigante di roccia rossa domina il Grande Mare di sabbia. Il plateau custodisce tre grandi vallate, fonte d’attrazione nel corso degli anni per Almasy

Restringiamo il campo di ricerca: fari accesi su uno spicchio di deserto chiuso tra Cufra, il Gebel Auenat, e il Gilf Kebir. Rombi di Ford prive di tettuccio squarciano il silenzio dell’immensa distesa di sabbia, Almasy ha lo sguardo di un folle mentre l’aria del deserto gli spazza via il viso. Sempre frenetico, sempre irrequieto il nostro Laszlò: perennemente condannato alla scoperta e alla novità. Il grosso naso proteso in avanti fa capolino dal berretto da aviatore, unghie seghettate, incrostate di sabbia e cerume vengono nevroticamente divorate da denti sudici. L’igiene nel Sahara è un concetto astratto. Almasy siede nel sedile anteriore, posto passeggero, mentre in preda al delirio verifica con accortezza l’incedere della spedizione.

Autovetture in assetto da traversata affrontano le dune, flutti sabbiosi alti svariati metri da scalare alla massima velocità. Quelle tre ford modello A del 1932 sono golette in preda a una tempesta. Per Almasy è una tempesta ormonale. Il rampollo originario di Borostyànko è un personaggio ambiguo, schivo, elusivo: gli storici lo tallonano come Setter inglesi durante una battuta di caccia nel Wessex. Missione fallita: la sua figura riuscirà sempre a sfuggire alle catene della storiografia. Sicofante al servizio dei nazisti per alcuni, abile spia al soldo degli inglesi per altri: doppiogiochista? Probabile. Una cosa però la sappiamo: il Conte non è il Ralph Fiennes de “Il paziente inglese”, famosa pellicola del 1996 vincitrice di ben nove premi Oscar. Contrariamente a quanto mostrato al cinema ad Almasy le donne non interessano: lui a quel tipo di piacere può tranquillamente rinunciare. Al calore custodito tra le gambe di una bella donna, il Nostro antepone due cose: i suoi compagni di viaggio (preferibilmente giovani, attraenti e di buona famiglia) e il fascino per i luoghi inesplorati. Uno di questi è la leggendaria oasi di Zerzura, quel fanatico di Almasy ne è ossessionato:

l’obiettivo che mi sono proposto è trovare in mezzo al deserto libico un luogo avvolto nella leggenda, dove, si dice, c’era un insediamento umano: Zerzura, la perduta “oasi degli uccellini”, laggiù, nell’inesplorato mare di sabbia.

Valli sconosciute alle cronache degli esploratori occidentali si snodano all’interno di quel grosso pezzo di roccia piantato nel bel mezzo del deserto libico che è il Gilf Kebir: sono tre e una di queste deve essere Zerzura”. Almasy ne ha fatto una questione di vita o di morte. Nella primavera del 1931 acquista un aeroplano del modello D.H. Gypsy Moth: decollo da Lympne, sud dell’Inghilterra; schianto nei pressi di Antiochia, Siria. Al diavolo i rottami, dopo tutto il suo sogno è trovare Zerzura. Breve rassegna documentale, quell’esaltato sa anche leggere e scrivere: le fonti storiche che sappiano tratteggiare con precisione il vero aspetto di quei declivi ignoti al genere umano sono scarse, il Nostro ne parla nel suo popolare diario di viaggio, “Sahara sconosciuto”.

“Sahara sconosciuto” edito per la prima volta in lingua tedesca nel 1939

Luci a intermittenza si accendono su testimonianze polverose dall’VIII secolo in poi: Il μύθος mediorientale di Zerzura è custodito nelle pagine di numerosi manoscritti arabi, dove a recitare la parte del protagonista è solitamente un pastore, o un povero beduino, casualmente giunto in una città incantata mentre si trovava alla ricerca del suo cammello. Capostipite di questi antichi rescritti è senz’altro il Kitab al-durr al-Maknuz, al secolo “il Libro delle perle sepolte”. Autore ignoto. Il Conte di Borostyànko trasecola davanti al passaggio che segue:

descrizione di una città e della via per arrivarci. Si trova a est della cittadella al-Suri. Ci troverai palme da datteri, viti e sorgenti. Segui il wadi (la valle) e Sali, finchè non incontri due colline. Lì troverai un sentiero, seguilo e arriverai alla città di Zarzura. Troverai chiuse le sue porte. È una città bianca come una colomba. Sulla porta d’ingresso troverai un uccello scolpito nella pietra. Allunga la mano fino al suo becco, prendi la chiave, apri ed entra nella città. Troverai grandi ricchezze e il re e la regina addormentati nel castello. Non ti avvicinare a loro e prendi quel che puoi degli oggetti preziosi. La pace sia con te.

Ammalianti, benchè prive di connotati geografici e temporali, tali pagine ingiallite dal tempo, abili a smarcarsi tra corti, mercanti di schiavi e periferie del medioevo arabo faranno cadere sotto la scure della rincorsa all’ignoto un esercito di folli romantici. Zerzura è una bella donna in procinto di denudarsi, Almasy è un infoiato alla testa di questa colonna di bisbetici pionieri del deserto. I punti bianchi rimasti sulla carta geografica della Cirenaica evaporano, gocce di rugiada sotto il sole cocente del deserto: il Conte è terribilmente assetato e con lui tutti i suoi contemporanei consci che l’era delle grandi scoperte geografiche sta spasmodicamente respirando gli ultimi istanti di vita.

Mappa del percorso seguito dall’esploratore egiziano Hassanein Bey nel 1924. Durante questa spedizione, considerata fondamentale dai cercatori di Zerzura, fu per la prima volta mappatto il Gebel Auenat, massiccio montuoso a sud di Cufra al centro delle cronache della seconda parte di questa storia

Toccherà al Wilkinson aggiudicarsi lo scettro di primo europeo ad aver citato la leggendaria oasi in una propria opera, Topography of Thebes and General view of Egypt. Il testo è fondamentale per l’irrequieto esploratore ungherese, l’autore vi descrive Zerzura in questi termini:

vi si trovano palme in grande quantità, fonti e alcuni ruderi d’età incerta. Fu scoperta nove anni fa (intorno al 1826 ndr) da un beduino che cercava un cammello smarrito. La si considera abitata, a causa delle impronte di uomini e pecore notate dal beduino […] gli abitanti sono di pelle nera e molti di loro, in tempi diversi, sono stati rapiti dagli arabi magrebini per farne schiavi.

Laszlò Almasy, funambolo del deserto: tra il 1931 e il 1934 si procura con avarizia contatti, informazioni e mezzi tanto che i suoi viaggi si moltiplicano, sempre puntualmente a bordo delle sue Ford e del suo fedele aeroplano del modello Gypsy Moth. Il binomio terra-aria è una novità assoluta per quel tipo di spedizione. Almasy innovatore. I suoi compagni di viaggio sono considerati dal magiaro risorse umane usa e getta, pure comparse. Lo affiancheranno più volte H.W.G.J. Penderel, sir Robert Clayton-East Clayton e Patrick Clayton: è proprio in compagnia di questa sparuta brigata anglosassone che si troverà nella sua tenda durante un episodio chiave di questa intricatissima vicenda.

 

Aprile, 1932

 

Da giorni Almasy e i suoi uomini sono alla ricerca delle famose valli descritte dal Wilkinson: le auto solcano con perizia le creste di mille e più dune, oscurate dall’ombra dell’immenso Gilf Kebir, ma senza successo. L’altopiano continua a custodire indomito il suo segreto. Rapido excursus geografico, diamo un volto alle tre valli: Wadi Talh, esposta a nord del grande massiccio roccioso; Wadi Abd al- Malik, l’indiziata principale per ciò che riguarda l’esatta geolocalizzazione di Zerzura; Wadi Hamra, la valle rossa che, come ormai sappiamo, due anni più tardi avrebbe procurato un grande spavento al povero Laszlò.

Uomo dai mille soprannomi Laszlò Almasy: per i beduini era “Abu Ramla”, il “padre della sabbia”

Spedizione a rapporto nella tenda del duca, insieme a lui ci sono i soliti noti: H.W.G.J. Penderel, sir Robert Clayton-East Clayton e Patrick Clayton. Scorte d’acqua terminate, con il cibo non va meglio: i serbatoi delle Ford rischiano di rimanere a secco. Gli inglesi, più guardinghi e compassati del loro compagno di viaggio magiaro, caldeggiano un rientro ad Ayn Dua per poi puntare dritti sul Cairo. La sicurezza prima di ogni altra cosa. Laszlò strizza nervosamente un pacchetto di Marlboro, lo sguardo torvo sul tavolo mentre vi stende una delle sue mappe: foglio d’insieme del deserto libico in scala 1:4.000.000. Scala uno a 4 milioni. 40 km, un centimetro. Pazzi furiosi.

Gli occhi ferini corrono lungo le pieghe della carta geografica, i bulbi oculari scattano saettanti seguendo un intricato susseguirsi di latitudini e longitudini: Ain Dua, Auenat, Gilf Kebir, Gialo, Ain Dua, Cairo. BAM! Un pugno ben assestato fa tremare il piccolo tavolo da campo. Nella tenda echeggia come un boato una parola, cinque lettere, pura follia logistica:

 

CUFRA

 

Il demone ha colpito ancora, i poveri inglesi, pur maledicendolo, non potranno nulla: nessun uomo ha mai raggiunto la depressione di Cufra a bordo di un’autovettura giungendo da est. Cuore oltre l’ostacolo, Almasy andrà a caccia di rifornimenti nell’oasi occupata solo un anno prima dalle truppe italiane. Lo accompagneranno i sudanesi.

Riflettete un attimo[…], Cufra è stata occupata dagli italiani solo l’anno scorso. L’intero gruppo di oasi è considerato ancora oggi zona di guerra. Senza il permesso esplicito delle autorità militari italiane non ci si può arrivare.

Almasy sorride sardonicamente mentre si precipita a preparare le sue Ford: gli inglesi rimarranno nell’accampamento. La fronte madida di sudore fa da contorno all’espressione di uno psicopatico.

Cufra.

A cavallo tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del secolo scorso l’Italia fascista stronca la resistenza senussita nel Fezzan. La regione libica viene annessa alla Tripolitania, Pietro Badoglio ha le idee chiare: «il paese non può dirsi sicuramente pacificato finchè una particella di esso possa sfuggire al nostro controllo effettivo».

Il deserto libico, tratto da “Cirenaica Pacificata” di Rodolfo Graziani

Cirenaica. Regione libica orientale posta tra la Tripolitania e il confine anglo-egiziano. Ultimo bastione da annettere per fare della Libia una colonia italiana a tutti gli effetti. La resistenza senussita è condotta dal leone del deserto, Omar Al Mukhtar: un manipolo di poche centinaia di senussi tiene testa all’invasore. Seicento carogne armate fino ai denti convinte di poter riuscire nell’impresa. Se ne muore uno, altri due rimpinguano prontamente i duar libici (milizie ndr). La popolazione si finge sottomessa pur di prestare braccia, armi e viveri agli uomini del vicario di Saied Idris ben Mohammed el Mahdi es Senussi.

Rodolfo Graziani, vicegovernatore della Cirenaica, descrive il nemico in questi termini:

La situazione cirenaica cioè era simile a quella di un organismo intossicato che emette, su un punto del corpo, un purulento bubbone. Il bubbone in questo caso era il dor (milizia) di Omar el Muktar, risultante da tutta una situazione infetta. Per guarire questo corpo malato bisognava dunque distruggere l’origine del male, perché il bubbone, anche se estirpato, era sempre pronto a riformarsi.

Il topo si prende gioco del gatto e a Roma qualcheduno comincia a sbuffare.

Rodolfo Graziani, noto anche come “il macellaio del Fezzan” passa in rassegna le autoblindo a Bengasi. Nel dicembre del 1930 gli italiani preparano la conquista finale della Cirenaica. (Foto da archivio privato)

Graziani presenta il conto, salato: centomila tra uomini, donne e bambini del Fezzan vengono deportati nei campi infernali della Tripolitania. Viaggio diabolico di sola andata nell’arido deserto sahariano: prima di varcare le porte di città costiere quali Soluch e Agedabia una gola di sabbia lunga mille chilometri deglutirà circa diecimila vite umane. Arriveranno in novantamila. Esodo di carne umana estirpata dalla propria terra:

Non furono ammessi ritardi durante le tappe. Chi indugiava, veniva immediatamente passato per le armi.

Fotografia aerea del campo di prigionia di Soluch scattata il primo maggio del 1931. (Foto da archivio privato)

Ci sono dei superstiti, miracolati sulla cruda roulette dell’eccidio: di nuovo loro, i ribelli di Omar Al Muktar. Nel Fezzan, così come in Tripolitania tira una brutta aria. Fuga disperata, destinazione Taizerbo, oasi situata 250 km a nord di Cufra: qui si pongono le nuove basi della resistenza libica. Comanda le operazioni Ab del Gelil Sef en Nasser.

Circa cento uomini armati di fucile e baionetta attendono l’arrivo delle truppe italiane: a dare una mano c’è anche Salak el Ateusc della tribù dei mogarba. Non solo attesa. Sabotaggi, incursioni, razzie nel bel mezzo del deserto, commercio di contrabbando con l’Egitto, micidiali attacchi per strappare al nemico cammelli, armi, merci: tutto fa brodo nel tragico gioco della resistenza. A Bengasi e Tripoli sono stanchi della situazione. Conclusione delle trattative.

Riparazioni in corso per un Romeo Ro.1 nella base aerea di Bir Zighen. (Foto da archivio privato)

31 luglio 1930. La linea dell’orizzonte si tinge di rosa, sono le 4.30. Alba mendace in Cirenaica, sarà un giorno di carne maciullata e sangue.

Ore 5.00, i telegrafi del comando italiano a Bengasi ribollono: quattro Romeo 1 si alzano in volo da Gialo, destinazione Taizerbo. Gli italiani vogliono la testa di Omar el Muktar.

Ore 11, l’oasi di Taizerbo è una sterile spianata di fumo, fuoco e fiamme. Taizerbo, otto lettere sulla carta geografica. Nulla più. Quattro macchine della morte si sono alleggerite di una tonnellata di esplosivo. Indigestione di ordigni, mezzi sovraccarichi. Il 31 luglio del 1930 c’è un ingrediente d’eccezione nella pancia dei quattro veivoli: l’iprite approda in Cirenaica. Rendez-vous di gas e tribù innocenti. Giungono testimonianze dal teatro di morte e distruzione:

come da incarico avuto dal Signor comandante l’aviazione della Cirenaica, ieri ho interrogato il ribelle Mohammed bu Alì Zueia di Cufra, circa gli effetti prodotti dal bombardamento a gas effettuato a Taizerbo […] Egli ne vide diversi che presentavano il loro corpo coperto di piaghe come provocate da forti bruciature. Riesce a specificare, che in un primo tempo il corpo dei colpiti veniva ricoperto da vasti gonfiori, che dopo qualche giorno si rompevano con fuoriuscita di liquido incolore. Rimaneva così la carne viva priva di pelle, piegata.

Un Ro.1 effettua bombardamenti in Cirenaica. (Foto da archivio privato)

Ore 12.30, fumi letali si diradano: corpi, corpi corrosi da escoriazioni e pus ovunque. Viscere, bubboni pestilenziali, ferite fresche. Cadaveri ancora in vita brancolano per soccorrere i superstiti di quell’apocalisse. Le donne del villaggio ragliano straziate il proprio dolore, scavano a mani nude nei detriti per trovare i propri figli: le unghie grattano via angosciosamente strati di pelle, le donne di Taizerbo si strappano i capelli per la disperazione. Nota di colore a margine: di Omar Al Mukhtar non c’è traccia. Inutile strage di innocenti. L’ara del più becero imperialismo si tinge di rosso: le pozze salmastre di Taizerbo sono pozze di sangue senussita.

Le forze ribelli si riorganizzano precipitandosi verso l’ultimo bastione: Cufra. El Giof, el Tag, Gawf e Kebabo: puzzle di oasi nella depressione cufrita, tane senussite. Le popolazioni locali non sono felici, ma tant’è; i guerrieri di Al Mukhtar sono abili a destreggiarsi nella guerriglia e nel sabotaggio grazie a uomini al loro servizio tra le fila delle truppe italiane: vi si insinuano con estrema facilità. Le bande di irregolari al servizio della colonia sono armate con un fucile assai noto: Carcano Mod. 91. Il Novantuno. 15 schioppi al minuto, gittata massima 3000 m. Un bel giocattolo, non c’è che dire. Imprevisto per le colonne agli ordini di Graziani: anche i ribelli sparano con il Mod. 91. È un vizio che si protrarrà per anni: tra le truppe ostili a Gheddafi, 2011, c’è chi ha sparato con Il Novantuno.

Terminati i combattimenti, la cortina di polvere aizzata dal fragore della battaglia oscura la vista: qualcuno si stacca dai battaglioni libici districandosi in un labirinto di freddi cadaveri lasciati a putrefare sul serìr. Richiamo all’antico, fedeltà e riverenza verso il proprio popolo: munizioni di Carcano Mod.91 vengono fatte cadere come briciole sul campo di battaglia. Sazieranno la fame dei ribelli senussiti.

Le truppe cammellate agli ordini di Maletti riposano nel deserto. Gennaio 1931. (Foto da archivio privato)

Graziani, il macellaio del Fezzan, è su tutte le furie: riorganizzazione delle forze armate. Vengono sciolti i maledetti battaglioni libici. Cambio di paradigma: al diavolo i Mod.91, le truppe di fanteria della Colonia vengono dotate del Vetterli/Vitali Mod. 70/87. Diametro del proiettile 10,80 mm, serbatoio da 4 colpi. Colpi a ripetizione, circa 15 al minuto. Un buon ripiego.

Impossibile rimpiazzare la cavalleria, nuovo ninnolo anche per questo reparto: Mauser austriaci a profusione. Le forze della colonia passano da 23000 unità a 13000. 3700 quadrupedi. 20 aeroplani. 250 km di filo spinato dividono ora l’Egitto anglo-egiziano dalla Cirenaica: i ribelli di el Muktar sono tagliati fuori dal mondo. La macchina d’assedio si mette in moto, pronta a schiacciare gli inermi resistenti.

Pietro Badoglio, Governatore della Tripolitania e della Cirenaica dal gennaio ’29, detta la linea: guerra senza quartiere per lo stroncamento della ribellione senussita in Cirenaica. Cufra deve essere schiacciata.

Istantanea di dinamismo e fatiche, foto del 1931. Mehariisti in marcia nel deserto libico, direzione Cufra. L’esercito agli ordini di Ronchetti arrivò a percorrere gli 820 km che separano Agedabia da Cufra con un’andatura media di 40 chilometri al giorno. (Foto da archivio privato)

Gennaio, 1931. Tamburi di guerra echeggiano nel deserto. Cassa di risonanza tra Gialo e Cufra. Echi di marinettiana memoria tuonano tra le dune della Cirenaica: “Tumb Tumb”. Due colonne avanzano nel deserto libico, sono partite il 20 dicembre da Agedabia, comandate a distanza dal Generale di Brigata Riccardo Ronchetti.

Introduciamole alla storia. Colonna Campini, est: 3° gruppo sahariano della Tripolitania, ottimi conoscitori del deserto; plotone Bruno della Cirenaica, Bruno il tenente. Colonna Maletti, ovest: raggruppamento sahariano agli ordini del maggiore Buselli, i suoi uomini sanno ben destreggiarsi sul dorso dei loro cammelli; centuria irregolare Mogarba, mercenari indisciplinati, dei gran figli di puttana.

Gennaio, 1931. Colonna Maletti in viaggio verso Cufra. (Foto da archivio privato)

Bestia di ferro e acciaio, compatta, nera come la notte, macchina d’assedio evocatrice di dolore: autoblinde Ansaldo-Lancia 1ZM affondano i propri cingolati nella sabbia cocente, comanda le truppe meccanizzate il Tenente Colonnello Orlando Lorenzini. Benzina, acqua e viveri sono organizzate da un uomo di tutto rispetto: guida le colonne di autocarri FIAT adibiti al trasporto il Maggiore Ottavio Rolle.

Non solo forze terrestri, qualcuno dà una mano anche dall’alto: impeto dei cieli, due tonnellate di acciaio, legno e alluminio. Artefatto di morte forgiato dagli operai della Società Anonima Officine Ferroviarie Meridionali. Romeo Ro.1, anzi no, precisione: Romeo Ro.1 flagello dei cieli di Libia. Venti bestioni da dieci metri l’uno fischiano sferzando il vento, frecce rombanti a 200 km/h. Accensione, decollo, 1000 metri in soli 4 secondi. 3000 metri in 15 secondi. Sono carichi di esplosivo: 12 gingilli da 12 chilogrammi l’uno vengono sganciati da lanciabombe poste sotto l’ala inferiore. Quando precipitano al suolo sanno farsi sentire: 144 kg di bombe per ciascun veicolo. Ro.1, macchina di morte e distruzione.

C’è un solo problema, testimonianza del capitano pilota Vincenzo Biani: “le bombe hanno scarso effetto perchè il bersaglio è diluito”. Gli ingegneri italiani hanno una soluzione: due mitragliatrici da 7,7 millimetri l’una. La prima ha il tiro piazzato in mezzo all’elica; la seconda è montata su una torretta compensato T.0.3. Un gruppo di beduini Tebu corre all’impazzata nel deserto sparpagliandosi? Taratatatatata. Razziatori provano a disperdersi tra le palme di un’oasi? Taratatatatata. Fuga tra le dune a bordo di una comoda gobba di cammello? Nulla quaestio: Taratatatatata delle mitragliatrici.

Romeo Ro.1 riposano nella base aerea di Bir Zighen. Solo la parte superiore dell’ala presenta la fantasia a bande rosse e bianche: questa tinta era applicata in modo da facilitare le operazioni di avvistamento e soccorso dal cielo in caso di atterraggio fortuito. In primo piano il carburante utilizzato per alimentare le molteplici ore di volo: per la presa di Cufra gli italiani ne trasportarono nel deserto 500 quintali (solamente destinati all’aviazione). (Foto da archivio privato)

Precisione celeste, inferno in terra.

L’aviazione fa base a Bir Zighen, 180 km da el Giof. I veivoli effettuano senza tregua ricognizione aerea tra le due colonne, guida le operazioni dal cielo il Tenente Colonnello Roberto Lordi.

18 gennaio, mattina; Rapida ricognizione di due Romeo Ro.1 su El Giof. Cerimonia di benvenuto: partono colpi di fucile dalle tende dei ribelli. Uno dei due mezzi tornerà alla base crivellato di colpi. Si aprono le danze.

18 gennaio, notte; Graziani telegrafico: “avanti a qualunque costo”.

19 gennaio, ore 10.00; uno dei due aerei partiti da Bir Zighen si lancia in una ricognizione su Cufra: dopo alcuni minuti di volo viene avvistato un gruppo di armati, circa 400 uomini appostati tra le palme dell’oasi di el Hauuari. Inizia il combattimento.

L’oasi di el Hauari prima del combattimento. Foto aerea scattata alle 9 del 19 gennaio 1931. (Foto da archivio privato)

19 gennaio ore 10.30; i ribelli ingaggiano il primo scontro, fuoco a volontà sul 1° gruppo del raggruppamento sahariano della Cirenaica. L’elemento sorpresa è dalla parte degli italiani: la conformazione delle dune cela fino all’ultimo istante 1200 bocche di fuoco allo sguardo dei resistenti. I ribelli si aspettavano un attacco frontale, i battaglioni italiani arrivano da est. Festa a sorpresa per i 500 senussi agli ordini di en Nasser: primi crepitii nel silenzio maestoso del deserto libico. Dopo il primo tremendo impatto con il raggruppamento sahariano agli ordini del Maggiore Buselli, le fila ribelli si riorganizzano: fronte compatto pronto ad accogliere le colonne Maletti e Campini.

19 gennaio ore 10.45: le autoblindo dell’esercito italiano spazzano via come foglie secche gran parte dei resistenti, le automitragliatrici sono implacabili: i ribelli senussiti provano un accerchiamento delle linee nemiche, disperdendosi sui fianchi come la miglior tradizione ribelle insegna.

Le baionette della centuria irregolare Mogarba complicano i piani degli uomini di en Nasser: sangue a fiotti e abiti bianchi tinti di rosso tra le palme di el Hauuari. Tempo mezz’ora e la resistenza senussita è stroncata: inizia la fuga verso l’oasi di el Giof. L’aviazione insegue i fuggitivi mentre le due colonne avanzano imperterrite: Cufra è sempre più vicina.

Autoblinda Ansaldo-Lancia 1ZM a Bir Zighen. Questi mostri d’acciaio e ferro venivano piazzati alle estremità delle basi aeree per proteggere i velivoli. (Foto da archivio privato)

19 gennaio ore 11.00: Venti bestie d’acciaio stanno dormendo sonni tranquilli nella base aerea di Bir Zighen. Arriva una comunicazione da Bengasi: a Cufra la festa è cominciata; è un invito ufficiale: pochi minuti dopo otto Romeo Ro.1 carichi di bombe si alzano in volo, direzione el Giof.

Il tenente colonnello Roberto Lordi (quarto da destra) attorniato dai suoi uomini nella base aerea di Bir Zighen. Fervono i preparativi, 20 bestie alate sono in attesa di una chiamata da Cufra. (Foto da archivio privato)

19 gennaio ore 12.30: Improvvisamente il cielo sopra el Giof si annuvola: nell’oasi non pioveva da anni. Sono nubi grigiastre di alluminio e acciaio: piovono bossoli e pepite incandescenti. Le mitragliatrici scaricano tutta la propria potenza di fuoco su un piccolo angolo verde di deserto. I ribelli fuggono come formiche davanti ai temibili predatori alati pilotati dai taylan: suona come una saga tolkeniana, è un crudo spaccato di carne fatta a pezzi. Di el Giof rimarrà solo un dolce ricordo.

Primi scontri delle colonne Maletti e Campini del 19 gennaio 1931, poco prima di raggiungere el Giof. Tratto dal testo “Cirenaica Pacificata” di Rodolfo Graziani

19 gennaio ore 16.30: il Tenente Colonnello Maletti pone il campo circa sei chilometri a sud dall’oasi di el Hauuari, la stessa dove poche ore prima i ribelli sono stati schiacciati dalle bocche di fuoco italiane. Il giorno successivo sarà decisivo ai fini della spedizione militare, la marcia su el Tag è fissata per le prime luci dell’alba. Il Maresciallo Badoglio interrompe la sua partita a bridge in corso a Tripoli per avvisare con un radiotelegramma Graziani: “sono sicuro pieno successo – raccomando largo impiego aviazione”. Il 20 gennaio 1931 è una data che rimarrà marchiata a fuoco nella memoria dei libici.

20 gennaio 1931: la 1° squadriglia autoblindomitragliatrici fa il suo ingresso ad Al Tag sotto l’abile comando di Lorenzini. Non è dato sapere quanti mezzi vi fossero in quell’inferno, certo è che quei bestioni da quattro tonnellate l’uno quando vengono messi in moto sanno fare male: autoblindo Ansaldo-Lancia 1ZM, baricentro meno sbilanciato del cugino modello 1Z ed equipaggiata di tre Sain-Etienne mod. 1907, mitragliatrici da 500 colpi al minuto. Efficaci ma allo stesso tempo poco affidabili: macchine facilmente inceppabili nelle avverse condizioni del deserto. Affrontare un nemico armato di baionette e sciabole con quei mezzi corrazzati equivale e conficcare una lama affilata in una fetta di brie: nessuna speranza per i ribelli.

Il forte di El Tag (oasi di Cufra) il giorno dell’occupazione da parte delle truppe italiane. Foto aerea scattata alle 15, l’assedio è partito durante le prime ore del mattino. (Foto da archivio privato)

Al Tag cade sotto i colpi del raggruppamento sahariano della Cirenaica. C’è un particolare riportato dai senussi che riusciranno a fuggire sconfinando in Egitto, un dettaglio fastidioso, troppo ingombrante per poter sottrarsi alla storia: i meharisti comandati da Maletti non si limitano alla presa del forte. Nella discrezione delle capanne Zueia e Mogarba vengono portati avanti gli stupri, sulle vie sabbiose di Cufra le donne incinte sono passate dalle sciabole dei meharisti: i ventri sono squartati mentre gli uomini sono costretti ad assistere al lugubre epilogo dell’umanità. Un gran numero di feti viene infilzato il 20 gennaio 1931 a Cufra. I tripolini corrono tra le palme dell’oasi gridando a squarciagola, preziosi trofei di guerra sono branditi tra le mani formicolanti dei meharisti al servizio della Colonia: testicoli e crani mozzati oscillano nell’aria rarefatta dell’oasi, festa sadica all’ombra del Gilf el Kebir. Diciassette capi senussiti finiscono sul patibolo. L’oasi cade mentre la crudeltà imperialista imperversa. Il 20 gennaio 1931 a el Tag va in scena la fine del mondo.

Testimonianze dal deserto stridenti con quelle che verranno riportate successivamente da un demone magiaro meglio noto come Laszlò Almasy: il Conte riporterà nelle sue memorie le testimonianze dei sopravvissuti di Cufra, totalmente differenti da questa versione della storia. Il lettore porti pazienza. Tra le due varianti circa la presa di Cufra c’è un solo punto di contatto che nessuno osa discutere: ancora una volta di Al Mukhtar non c’è traccia. Il leone del deserto sfuggirà all’invasore rifugiandosi sulle montagne, creando nei mesi successivi non pochi grattacapi al ministero delle colonie e ai gradi più alti del regio esercito italiano. Al Mukhtar, eroe nazionale in terra libica, Shaykh dei martiri. Rodolfo Graziani, il “macellaio del Fezzan”, lo irride nel suo “Cirenaica pacificata”:

Omar el Muktar si è perciò sempre comportato da perfetto capo barbaro, fuggendo sempre, obbligando gli altri a combattere più che farlo direttamente, come del resto hanno sempre praticato – e io ne ho personale esperienza! – tutti gli altri capi ribelli della Tripolitania.

Omar Al Mukhtar, leone del deserto

L’11 settembre 1931 è il giorno della cattura del capo della ribellione senussita. Interrogatorio fiume, seguirà pena capitale. Riportiamone gli ultimi frangenti, la fonte è sempre Graziani: «Ha chiara visione della sua sorte. Lo congedo. Cerca di stendermi la mano, ferrata, ma non lo può, perché non arriva. Del resto, non l’avrei toccata. Se ne va, strascicante, come era entrato».

Al Mukhtar verrà impiccato nel campo di prigionia di Soluch, davanti a ventimila libici. Non riconobbe mai alcuna forma di sottomissione a Roma:

Innā li-llāhi wa innā ilayHi rāgiʿūna

“A Dio apparteniamo e a lui ritorniamo”: ultime parole del capo della resistenza senussita prima di affrontare il patibolo.

Durante il processo svoltosi a Bengasi, Omar Al Mukhtar esprimerà le sue ultime volontà: ironia della guerra, il lascito del leone del deserto viene fatto in favore di un giovane colonnello italiano che qualche anno prima, disobbedendo ai comandi dei propri superiori, aveva segretamente recapitato alcuni medicinali nel campo detenzione di Agedabia, uno di quei campi infernali sulla costa dove gran parte della popolazione libica era stata rinchiusa. La punizione inflitta da Graziani per tale gesto fu durissima. Si tratta dello stesso Colonnello che qualche mese più tardi sarebbe stato catturato dagli uomini di Al Mukhtar durante una battuta di caccia in Cirenaica, salvo poi essere incredibilmente rilasciato. Lo stesso che nel gennaio del ’31 effettuò numerosi voli di ricognizione tra le colonne Maletti e Campini in marcia verso Cufra. Quel Colonnello era Roberto Lordi: prima di essere ucciso, il 15 settembre del 1931, Omar Al Mukhtar lo riconobbe come uomo giusto, seppur nemico.

Il Tenente Colonnello Roberto Lordi sul dorso di un cammello.  (Foto da archivio privato)

Il Colonnello Lordi partecipò alla guerra in Libia e alla presa di Cufra: l’acrimonia e la spietatezza di quegli eventi non lo abbandoneranno mai, portandolo nel corso degli anni a un crescente sentimento di ribellione e insofferenza nei confronti delle più alte gerarchie del Governo fascista. Al Mukhtar non sbagliava. Il percorso di Roberto Lordi si rivelerà essere effettivamente quello di un uomo giusto, capace di optare per giuste scelte. Fotogrammi di una vita straordinaria, meritevole di ben altra trattazione: dal maggio del 1934, soltanto tre anni dopo i bombardamenti di Cufra, divenne Capo di Stato maggiore dell’aeronautica cinese, Capo dei Consiglieri Esteri, nonché braccio destro del Generalissimo Chiang Kai-Shek.

Nel suo nuovo ruolo Lordi riuscì a chiudere un importante accordo con il Ministero delle finanze cinese per la costruzione di una fabbrica italiana di aeroplani in Cina: non si guadagnò la simpatia di Roma. Le sue costanti (e giuste) critiche mosse contro esponenti di Governo e rappresentanti di aziende italiane in Cina gli costarono l’estromissione dal Comando della missione cinese: l’ordine fu impartito direttamente da Benito Mussolini. Richiamato in Italia nel settembre del ’35, fu posto al confino presso la sua abitazione di Genzano di Roma. A fronte di questi eventi, Chiang Kai-Shek dichiarava in un telegramma al duce che:

lo si privava del braccio dritto e che non era giusto che egli ricominciasse ad affiatarsi con altri esperti.

Coperto di accuse infamanti e infondate per mano dei più alti gradi del regime fascista e in seguito estromesso dall’arma, il Generale Lordi trovò impiego presso il polverificio Stacchini, unendosi a partire dal ’43 alla resistenza contro l’invasore nazista attraverso opere di sabotaggio e sommossa. Un delatore segnalò le sue attività alle SS, portando i tedeschi a presentarsi presso il polverificio del Conte Stacchini: non trovando Lordi e il suo amico Sabato Martelli Castaldi (impegnato anch’egli in azioni partigiane) i nazisti arrestarono il proprietario dello stabile. Lordi e Martelli Castaldi, nonostante le suppliche della moglie del primo, Livia, si consegnarono spontaneamente al Comando delle SS per far scagionare il titolare del polverificio: la cella n.4 di via Tasso porta ancora i segni di una cruenta detenzione lunga più di 60 giorni. Due mesi di torture e sofferenze atroci. Nel buio e nella sofferenza Lordi non parlò mai.

Ritratto del Colonnello Roberto Lordi (Foto da archivio privato)

Il 24 marzo del 1944 un ruggito echeggiò nelle cave di pozzolana della via Ardeatina:

VIVA L’ITALIA!”

Ultimo lascito del Generale Roberto Lordi poco prima di essere abbattuto con un colpo alla testa. Quel giorno, alle fosse Ardeatine, nella fretta portata dalle ben note contingenze militari, i soldati nazisti non guardarono negli occhi gli uomini trucidati. Il 24 marzo del 1944 Roberto Lordi e Sabato Martelli Castaldi, future medaglie d’oro al Valor Militare alla Memoria furono uccisi dando le spalle al proprio esecutore: come potrebbe un ratto sopportare lo sguardo di un leone?

Dedicatosi senza alcuna ambizione personale e per purissimo amor di patria all’attività partigiana, vi profondeva, durante quattro mesi di infaticabile e rischiosissima opera, tutte le sue eccezionali doti di coraggio, di intelligenza e di capacità organizzativa, alimentando di uomini e di rifornimenti le bande armate, sottraendo armi ed esplosivi destinati ai tedeschi, fornendo utili informazioni al Comando Alleato, sempre con gravissimo rischio personale. Arrestato e lungamente torturato, nulla rivelò circa i propri collaboratori e la propria attività ed affrontò serenamente la morte. Esempio nobilissimo di completa e disinteressata dedizione alla causa della libertà del proprio Paese.