L’Oriente trabocca di rocce sacre. Dai betili innalzati nelle pianure di Canaan, fino alla Pietra Nera attorno alla quale – da ben prima dei giorni del Profeta – si radunano in venerazione i popoli d’Arabia, ampio è il novero dei monoliti venerati come manifestazione divina. Alcuni di essi ci sono noti fin dalla più remota antichità: è il caso del simulacro aniconico di Afrodite/Astarte conservato a Kouklia, cantato da Omero e adorato dai suoi adepti già secoli dell’arrivo dei Micenei, o anche del celebre bolide solare di Emesa, fulcro dei rituali che videro danzare attorno ad esso il famigerato imperatore Eliogabalo in veste di ierofante. Ma soprattutto, della roccia sacra di Pessinunte, reliquia della Magna Mater Deorum, Cibele.

Quando i Greci la conobbero, identificandola con la loro Demetra, Cibele regnava già da millenni nel suo santuario al centro della regione di Frigia, in Anatolia. Ella era, in origine, tutte le dee, perché veniva prima di loro, e le raccoglieva tutte: era la primordiale sposa di Zeus, e regnava prima di lui a Dodona, ma ne era anche la madre e la sorella; era assieme Gea, Rea, Demetra, Artemide… e ciascuna mostrava un aspetto di lei. Era la Potnia Theron dei primitivi popoli mediterranei, signora delle belve e delle foreste, e nonostante le immagini ce la raffigurino come una matrona solenne, ieraticamente seduta su un carro trainato da leoni, l’origine del suo culto rimanda alle forze primigenie e selvagge della Natura, incontrollabili e terribili.

Statua in marmo di Cibele del I secolo a.C.

Così come senza freni era l’estasi che portava i suoi sacerdoti, i famosi Galli (o Coribanti), vestiti abiti femminili, ad autoevirarsi nel corso di sfrenati rituali, imitando il destino dello sfortunato Attis, paredro della dea e figura al centro di un culto che, come per Adone e Tammuz, adombra i misteri della morte e rinascita della vegetazione e delle anime. Superati i monti della Cappadocia e gli arcipelaghi dell’Ellade, i suoi riti – e soprattutto il suo simulacro di roccia meteorica, caduto dal cielo – giunsero infine a Roma nei giorni fatidici del secondo conflitto cartaginese. Era l’anno 204 a.C., il 549º dalla fondazione dell’Urbe, e prodigi nefasti, assieme alle ripetute catastrofi causate dagli eserciti di Annibale, mostravano al popolo romano quanto profondo fosse il turbamento nella Pax Deorum, il secolare patto con gli dèi che assicurava i destini soprannaturali della città. 

È Tito Livio a riportare, nel libro XXIX della sua Storia di Roma, come ormai alle strette, al collegio pontificale non restasse che compulsare gli antichi libri sibillini, sperando di trovare in essi le indicazioni necessarie a placare, se possibile, i numi aduggiati. E i testi sacri non falliscono, rivelando la soluzione: un’ambasciata deve essere subito inviata presso il re di Pergamo Attalo II, nel cui regno si trova il santuario di Pessinunte. Solo se la pietra sacra a Cibele, vera e propria “incarnazione” della dea, sarà portata a Roma, quest’ultima potrà salvarsi. E così avviene. In un rinnovarsi di prodigi (come l’episodio – narrato da Ovidio nei Fasti – della vestale Claudia che da sola, per dimostrare la sua purezza, trascina la nave che trasporta la reliquia oltre le secche del Tevere) la Madre degli dèi giunge nell’Urbe sconvolta, accolta dalle acclamazioni del popolo, e la pietra che la rappresenta viene trasportata in processione fin sul colle Palatino, nel tempio già dedicato alla Vittoria.

Da quell’augusta sede, vicina ai luoghi più cari delle memorie della città, il simulacro non si muoverà mai più, rivelandosi la sede più acconcia per il suo soggiorno. Del resto Cibele, venerata anche come “Idea” per via del culto rivoltole presso il monte Ida nella Troade, veniva considerata grazie a queste sue origini una divinità solo in parte straniera, almeno nella misura in cui i miti dell’ascendenza troiana della stirpe romana acquisivano sempre più status di ufficialità, corroborando la parentela. Ciò nonostante, se al popolo venne senz’altro concesso di onorare la dea durante i famosi Ludi Megalensi, che si tenevano in primavera (di solito in un ciclo festivo che andava dal 15 al 25 marzo), almeno per diversi secoli solo a sacerdoti provenienti dalla natia Frigia, già iniziati al culto di Cibele, sarà permesso tenere i riti sanguinosi e segreti della Magna MaterAlmeno in pubblico, essi avevano fasi ben note, più volte descritteci dagli autori antichi.

Cibele e Attis

Un corteo in cui erano portate canne e giunchi, ad opera dei Cannophoroi, dava inizio alle celebrazioni, alludendo con quelle fronde alla scoperta di Attis neonato operata da Cibele presso le rive erbose del fiume Sangario in Frigia. Seguivano poi, dopo il sacrificio di un giovane toro, vari giorni di astinenza che culminavano nell’abbattimento rituale di un pino, figura di Attis ferito a morte, e poi portato in pubblica processione da sacerdoti detti significativamente DendrophoroiSi arrivava così il giorno del sangue, il “Sanguis dies”, quello in cui i galli placavano il dio ucciso da un cinghiale mutilandosi e facendo sprizzare il proprio sangue in segno di lutto. Era quello il culmine macabro dei Ludi, accompagnato da una successiva veglia funebre che si concludeva, in un capovolgimento miracoloso, nell’esplosione di gioia degli Hilaria, la celebrazione del ritorno alla vita di Attis, e di tutti coloro che con lui avevano percorso il viaggio tenebroso oltre i cancelli della morte.

Era solo allora, conclusi gli ultimi banchetti sacri, che avveniva il rituale finale della Lavatio, in cui la pietra nera di Pessinunte veniva purificata con acque lustrali, unta con olii profumati e cinta di bianche bende (anche se sappiamo che, in un periodo non precisato, essa venne poi inserita a mo’ di volto in una statua d’argento della dea e che in tale modo fu vista intorno al 330 dal polemista cristiano Arnobio). Anche solo da questa breve ricognizione, è facile evincere i motivi per cui tali cerimonie, rumorose e sgargianti, in cui la musica di cembali e tamburi si accompagnava a danze frenetiche, fossero considerate aliene alla sobrietà dello spirito religioso romano, che aborriva tutto quanto deviasse dai mores degli antichi padri. Analogamente, anche la dea Ma, una versione guerresca di Cibele affine alla Bellona romana, e venerata da Silla dopo le sue campagne orientali, rimase a lungo nel recinto ambiguo del culto privato, per poi unirsi – assieme alla sua congrega di sacerdoti nerovestiti e scarmigliati – al corteo della Magna Mater, di cui è sicofante.

Costituisce quindi un’utile esemplificazione, riguardo la percezione ambigua che avevano i Romani del culto di Cibele ancora nella tarda Repubblica, un episodio riportato da Diodoro Sicuro nella sua Storia Universale, e riferito al tempo di Pompeo. Un sacerdote della dea, giunto a Roma appositamente dalla Frigia, commise l’imprudenza di mostrarsi in pubblico con le vesti rituali, coronato di diadema. Non solo: adducendo una non ben definita profanazione della pietra sacra, avrebbe preteso particolari espiazioni pubbliche del sacrilegio. Ammonito da un tribuno circa l’utilizzo del diadema in una città che aveva cacciato a suo tempo i re, venne presto circondato dalla plebe tumultuante, e in tutta fretta costretto a riparare negli atri del tempio sul Palatino, evitando solo per fortuna il linciaggio.

Erano quelli, del resto, anni di crisi, in cui persino il culto tradizionale aveva perso ossequio. E dove ciò che suonava straniero e “asiatico” risultava assai sgradito ai comuni cittadini, memori del nome di Mitridate. Solo in età imperiale, all’incirca sotto il regno di Claudio, anche ai cittadini romani sarà infine permesso, seppur gradualmente, di entrare nel consesso dei Galli, e solo per concessione del collegio dei Quindecemviri Sacris Faciundis, che deteneva l’incarico di sovrintendere alla regolamentazione delle cosiddette religiones externae

Il quadro religioso romano, pur mantenendo carattere sostanzialmente conservatore in campo rituale, era ormai più aperto agli dèi che mostrassero di poter vantare così antiche tradizioni, e anche Cibele – apprezzata da personaggi come Virgilio e Augusto, e in parte “sterilizzata” dei suoi aspetti originari più sanguinosi – diverrà definitivamente parte del pantheon pubblico. Solo l’evirazione rituale degli adepti, ancora considerata disgustosa e indegna, diverrà per queste ragioni sempre più rara, prima accompagnata e poi sostituita dall’immolazione comunque cruenta di un toro, cui vennero attribuiti da una speculazione teologica più raffinata significati soteriologici che andavano oltre le concezioni primordiali relative alla fecondità. L’iniziato che viene asperso col sangue è ormai “in aeternum renatus”, misticamente unito alla sorte di Attis, di cui condividerà la resurrezione in un nebuloso aldilà che in età antonina e severiana univa sincreticamente scenari astrali e metempsicosi.

Cibele e Attis sul carro rituale, dalla patera di Parabiago, risalente alla seconda metà del IV secolo

Non mancarono, in questo contesto in apparenza dominato quasi sempre da eunuchi, le figure propriamente femminili, donne devote denominate anche Melissae, “api”, poiché nutrivano gli iniziandi col “miele della pura dottrina”. Era ad esse che spettava tutta una serie di compiti preparatori per le celebrazioni della morte di Attis, fino a quando anche loro non si univano al corteo estatico di Cibele in un atteggiamento di entusiasmo furioso che ricordava quello delle Menadi al seguito di Dioniso. Anche al crepuscolo del mondo antico, quando giunsero i giorni della decadenza per molti degli dèi del culto ufficiale, Cibele rimase a lungo assisa sul suo trono contornato di belve. 

L’imperatore Giuliano le dedicò uno dei suoi famosi inni, e i calendari del IV secolo mostrano ancora le sue feste tra le principali ricorrenze dell’anno; nomi illustri dell’aristocrazia tradizionale dell’Urbe, come il nobile praefectus Vettio Agorio Pretestato e Virio Nicomaco Flaviano, gareggiavano per ottenere, dopo l’iniziazione, i gradi più alti della sua gerarchia sacerdotale. Inutili parevano gli strali dei commentatori cristiani, scandalizzati dai riti della dea e impauriti dal permanere del suo fascino presso molti novizi: nel santuario della Grande Madre al Phrigianum, sul colle Vaticano, il toro viene immolato almeno fino al 390. Ma erano gli ultimi fuochi.

Colpiti dalla legislazione antipagana successiva alla svolta costantiniana – all’inizio moderata, poi via via più intransigente – anche i fedeli della Magna Mater cedono il campo al cristianesimo trionfante, disperdendosi in cenacoli privati, o disertandone del tutto gli altari.

Celebre resta l’episodio narrato da Zosimo in relazione all’idolo di Cibele conservato sul Palatino. racconta lo storico – vigorosamente avverso ai cristiani – che Serena, la moglie del generale Stilicone, avrebbe avuto l’ardire blasfemo di impossessarsi di una collana che adornava il collo della statua della dea, ormai abbandonata nel suo tempio in disuso. Sarebbe allora intervenuta l’ultima anziana vestale, lì rifugiatasi, che avrebbe maledetto la donna e predetto la sua morte per via di quel sacrilegio sconsiderato. La datazione dell’episodio non è certa: forse accadde nel 389, quando Stilicone visitò Roma, oppure più probabilmente nel 407, sotto il regno di Onorio, ma ci mostra lo scenario di un sacrario sì abbandonato, ma in cui persistono gli addobbi sacri, e dunque con essi la pietra nera inserita nel simulacro di Cibele. È questa l’ultima volta che essa compare nella storia, inghiottita dal mistero alla maniera di altre celebri reliquie del mondo antico, come il Palladio.

Quale sia stato il suo destino, col culto della sua dea ormai morente, è ignoto: perduta in uno dei molti sacchi di Roma, oppure conservata in segreto dagli ultimi pagani… C’è addirittura chi la immagina tornata nel nativo oriente, e lì divenuta fulcro di un nuovo culto, alloggiata in un santuario che ancora oggi raccoglie milioni di pellegrini, la Kaa’ba della Mecca di cui si accennava all’inizio. Non lo sapremo mai.