Sono passati quasi cinquant’anni dal 1963, anno dell’Accordo di Ankara con il quale iniziarono le prime trattative riguardanti l’associazione della Turchia alla Comunità europea(adesso Unione Europea)e nonstante i numerosi “via libera”, ancora non è stato raggiunto nessun accordo definitivo che possa portarci ad immaginare un futuro trattato di adesione.

A partire dal primo ventennio del ‘900 la Turchia ha compiuto passi da gigante,soprattutto sotto il profilo politico,concedendo il diritto di voto alle donne nel 1926, anticipando Italia e Francia, due dei paesi fondatori dell’allora Comunità europea.

Questo processo,che potremmo tranquillamente definire di “occidentalizzazione”, iniziò il suo corso durante il governo di Mustafà Kemal Ataturk, e da allora non si è mai fermato; basti pensare all’adozione dell’alfabeto latino al posto di quello arabo, all’eliminazione della pena di morte e alla concessione della libertà di non utilizzo del velo alle donne, caratteristica di origine prettamente religiosa che è sempre stata vista da molti occidentali come una limitazione dei diritti e della libertà di espressione delle donne, anche se in moltissime hanno continuato ad utilizzarlo per propria scelta,considerandolo un elemento fondamentale da sempre presente nella tradizione musulmana.

Esistono ancora molti ed importanti punti di contrasto tra Turchia ed Unione europea,tali da aver portato in più di un’occasione alla sospensione dei negoziati di adesione, e tutto ciò può essere facilmente ricondotto a ragioni di carattere storico-territoriale.

Per via della sua delicata posizione geografica, considerando che effettivamente solo il 5% del suo territorio si trova all’interno del continente europeo mentre, il restante 95% è a tutti gli effetti parte integrante del continente asiatico, ancora in molti stentano ad avere fiducia nel possibile processo di integrazione europea che il paese dovrà affrontare al momento del via libera definitivo riguardante la sua adesione.

La componente religiosa senza ombra di dubbio è quella che spaventa maggiormente il cittadino europeo,soprattutto dopo quest’ultimo decennio di attentati terroristici che hanno visto protagoniste varie organizzazioni di matrice islamica facenti quasi sempre riferimento alla rete di Al-Quaeda e che,hanno contribuito notevolmente ad alimentare il sentimento di odio anti-islamico presente da secoli, in paesi la cui evoluzione storico-politica è sempre stata caratterizzata da un ruolo preponderante della chiesa, e oggi manifestato maggiormente dai gruppi politici che rappresentano le minoranze estremiste presenti in ogni paese d’Europa.

Ad oggi la Turchia si rifiuta di riconoscere il “genocidio” degli armeni, perseguendo penalmente chiunque decida di parlarne pubblicamente, secondo quanto previsto dall’art 301 del codice civile turco.

Tale genocidio,che tra il 1915 e il 1923 costò la vita ad oltre un milione e mezzo di civili armeni, ancora oggi,a quasi un secolo di distanza, è ufficialmente riconosciuto da soli trenta Stati in tutto il Mondo.

La minoranza curda ha denunciato più volte negli ultimi decenni la violazione di diritti fondamentali all’interno della loro regione arrivando ad iniziare una vera e propria lotta per ottenere l’indipendenza dal territorio turco e dar vita ad un Kurdistan libero e indipendente.

In sostanza, le motivazioni che hanno portato nel 2002 il presidente della Convenzione europea Giscard d’Estaing a non ritenere ancora idonea la Turchia per un’esperienza importante come quella comunitaria,e successivamente alla decisione da parte della Commissione europea di bloccare temporaneamente i negoziati di adesione,ci fanno rendere conto di trovarci di fronte ad una scelta estremamente delicata che potrebbe sicuramente avere delle forti ripercussioni sulla stabilità dei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione,poichè non tutti i paesi membri di quest’ultima viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, non essendo governati tutti dalla stessa “corrente” politica.

Sono ancora troppe le differenze culturali e politiche che separano queste due realtà, ed entrambe non sembrano essere disposte ad accettare troppi compromessi, per non rischiare di compromettere la propria missione e la propria identità,anche se appare come una contraddizione che un paese come la Turchia,che ad oggi si rifiuta di cessare una vera e propria occupazione all’interno dello Stato di Cipro,membro dell’Unione europea dal 2004,voglia e soprattutto pensi di poter avere i requisiti per poter divenire parte integrante di un progetto così impegnativo.