Staticità e dinamicità sono due forze opposte che, insieme, danno vita ad un equilibrio instabile: la Storia. Questa, infatti, si caratterizza per l’alternanza di periodi di ordine a periodi di grandi trasformazioni, a volte velocissimi. In Medio Oriente, una regione in cui di equilibrio è difficile parlare, di trasformazioni e nuovi ordini ce ne sono stati (e ce ne saranno), ma probabilmente mai con la rapidità della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Il conflitto, passato alla storia con questa denominazione per la breve durata, è stato unico nel suo genere e ha portato contemporaneamente all’ascesa e al declino dei due attori principali della regione: Israele e l’Egitto di Nasser.

Gamal Abd el-Nasser (1918/1960)

Gamal Abd el-Nasser (1918/1960)

Lo stato di Israele aveva già conosciuto una prima espansione territoriale a seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, ed era considerato dal mondo arabo, una minaccia sempre più grande per la stabilità della regione. Allo stesso tempo, Nasser era il protagonista indiscusso della scena politica mediorientale di quegli anni. Forte della vittoria riportata nel Canale di Suez su Francia, Gran Bretagna e lo stesso Israele, la politica di Nasser si contraddistingueva per uno spiccato carattere nazionalista e per il tentativo d’indipendenza dall’influenza europea. I due scenari politici prima della Guerra dei Sei Giorni erano chiari: Israele cercava di affermarsi in una regione dove poteva contare solo su nemici, mentre Nasser cercava di imporsi come leader e guida del Medio Oriente. Tuttavia, non furono solo i sei giorni di guerra a costar caro al presidente egiziano, ma una combinazione di scelte politiche e militari sbagliate, portate avanti nel tempo.

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Prima su tutte, la Repubblica Araba Unita (RAU) nel 1958. Il presidente egiziano, facendosi carico della causa nazionalista araba, portò avanti quest’ambizioso progetto che avrebbe dovuto includere tutti i paesi arabi dell’area. La RAU prevedeva la nascita di un unico stato arabo, con un unico apparato governativo, a capo del quale vi sarebbe stato ovviamente lo stesso Nasser. Il progetto però non ebbe il risultato sperato. Soltanto la Siria aderì alla RAU, mentre gli altri stati della regione, in particolare Libano e Giordania, vi si opposero fortemente per paura di perdere la propria autonomia: un’intuizione che si rivelò veritiera. Nel 1961, infatti, la Siria, il cui potere era evidente che fosse stato a tutti gli effetti subordinato a quello egiziano, si ritirò dal progetto. Un evento che non solo segnò la fine della Repubblica Araba Unita, ma anche il fallimento del progetto nazionalista arabo guidato da Nasser.

La fine della RAU non scoraggiò Nasser nel portare avanti il suo progetto, almeno dal punto di vista politico. Fu l’Arabia Saudita però, a frenare i progetti egiziani nella regione. I due stati non combatterono mai direttamente, ma se la videro in Yemen, in quella che è passata alla storia come la guerra fredda araba. Ben tre anni di conflitto, dal 1963 al 1966, e vide protagoniste le procure dello Yemen del Nord e del Sud, sostenute le prime dall’Egitto e le seconde dall’Arabia Saudita. La guerra ebbe delle conseguenze importanti non solo per lo Yemen, che ne uscì lacerato in due parti distinte ed autonome, una Nord e una Sud, ma anche per le risorse belliche egiziane, ridotte al minimo. Del resto, furono proprio le scelte politiche prese dal 1966 in poi a costare caro a Nasser.

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Nasser, presidente della Repubblica Araba Unita (1958-1961)

Il presidente egiziano, essendosi fatto portavoce del mondo arabo, venne più volte accusato di aver tralasciato la causa palestinese. Stringendo, dunque, un’alleanza con Giordania e Siria in chiave anti Israele, decise di farsi carico della questione. L’evento cruciale però fu un altro. Una delle motivazioni portate avanti dal mondo arabo, riguardo all’abbandono egiziano della causa palestinese, riguardava la zona del Sinai, il confine diretto tra Egitto e Israele. Questo, infatti, risultava esser al sicuro per la presenza dei caschi blu stanziati all’indomani della crisi di Suez, affinché non si verificassero ulteriori conflitti tra i due stati. Così Nasser, per confermare il suo impegno verso il popolo palestinese, a metà maggio chiese il ritiro immediato delle truppe: un gesto che venne interpretato come un allarme in terra israeliana, dove non si intendeva affatto accettare un tal soluzione. Il governo di Nasser, a questo punto, iniziò un’intensa campagna anti-israeliana, mettendo sempre di più in allerta il governo nemico. Così, il cinque giugno del 1967, Israele portò avanti un attacco di carattere preventivo per la sempre più vicina minaccia egiziana, di cui Giordania e Siria erano alleate. La vicinanza territoriale tra i due stati favorì sicuramente la breve durata del conflitto, ma anche l’abilità strategica e militare israeliana nell’andare ad occupare e attaccare l’area egiziana dove vi erano stanziati gli aerei e le scorte belliche, decimate dopo la guerra in Yemen, non fu da meno. Al termine della guerra Israele riuscì ad ottenere: Gaza, Gerusalemme Est, le Alture del Golan e il Monte Sinai, cambiando definitivamente l’assetto territoriale dell’area.

L'avanzata israeliana tra il 5 ed il 6 giugno

L’avanzata israeliana tra il 5 ed il 6 giugno 1967

A cinquant’anni di distanza, la Guerra dei Sei Giorni è ancora uno dei momenti cruciali della storia del Medio Oriente, unico nel suo genere, in cui la dinamicità non ha lasciato affatto spazio all’equilibrio. A pagarne le conseguenze più pesanti non fu tanto l’Egitto, quanto Nasser stesso. Oltre alla disfatta militare, infatti, Nasser dovette anche accettare il totale fallimento della politica portata avanti fino ad allora. Una politica che si rivelò fallimentare, non tanto dal punto di vista degli obiettivi, quanto dal punto di vista della gestione, spesso oscurata dall’abbagliante personalità del presidente stesso. In molti casi il narcisismo e l’ambizione finirono per superare la razionalità. Dall’altra parte invece, la vittoria di Israele, permise allo stato di estendere ancora di più i suoi confini territoriali, andando a rinforzare la propria posizione, sia dal punto di vista territoriale che politico. Dal 1967, infatti, Israele ottenne importanti vantaggi politici, specialmente in caso di negoziazione con i paesi limitrofi, avendo sottratto loro territori fondamentali dal punto di vista geopolitico.


L’Egitto accetta il cessate il fuoco

Nei sei, caldissimi, giorni del giugno 1967 il destino del Medio Oriente si ribaltò completamente aprendo la porta ad un nuovo ordine futuro.