Quella romana, fu un’epoca tutt’altro che priva di caratteri tipicamente contemporanei, con le sue luci, ma anche con le sue più che normali ombre. Dei nostri antenati italici, discendenti dei Teucri secondo la letteratura mitologica, si è sentito molto, ma non tutto. Sono certamente conosciute da tutti le grandiose battaglie di Zama, Alesia e Azio, così come le grandi guerre puniche, galliche o civili con i loro rispettivi protagonisti vincitori, provenienti dalle illustri famiglie, le gentes, quali ad esempio la Cornelia e la Iulia. Prima di essere i grandi eroi che furono, bisogna innanzitutto ricordare che di carne e di ossa essi erano fatti, con virtù, ma certamente con altrettanti vizi, e se i campioni dell’antichità ebbero vizi, non ne furono sicuramente esenti i loro concittadini. Se nell’era repubblicana, sempre parlando per tendenza generale, molto sentiti erano i rigidi costumi della tradizione, facenti riferimento al granitico e ricco mos maiorum, non si può dire che essi la fecero da assoluto faro sul finire della stessa. Proprio per questo motivo ad esempio, il Divo Augusto venne sempre considerato un restauratore e protettore dei costumi degli avi.

E l’emancipazione femminile di cui si sente tanto parlare? Essa fu bersaglio dell’aspra critica del poeta Decimo Giunio Giovenale, il quale esprime la sua avversione per l’impudicizia espressa dalle donne romane, una misoginia dettata da fatti eccezionali per il suo tempo. Celebre è, nella Satira VI, l’invettiva nei confronti della “prostituta imperiale”, Messalina, moglie del Divo Claudio, la quale è accusata di “preferire al talamo del Palatino una stuoia” e nella quale l’autore vede il culmine della degradazione morale della Roma del suo tempo. Se persino l’imperatrice si permetteva di soddisfare i suoi libidinosi appetiti, si può immaginare con facilità come anche il popolo, sicuramente a conoscenza di tali pettegolezzi, svolgesse una vita decisamente libera da freni e apertamente avversa ai valori tradizionali. Ad ogni modo, le fonti antiche, come ogni buon storico sa bene, andrebbero sempre prese con le pinze e opportunamente ridimensionate.

È accertato tuttavia, che le donne romane godessero di ampie libertà anche da un fatto, poco famoso, ma che esemplifica la condizione femminile dell’epoca. Proprio il Divo Augusto, per sopperire alle palesi lacunosità della moralità romana, emanò le “Leges Iuliae augustae”, che tra gli altri mille provvedimenti, prevedevano esemplari punizioni per coloro i quali venivano accusati di adulterio. Le matrone romane, avendo raggiunto l’elevata libertà sopracitata e non volendo rinunziarvi, andarono a iscriversi all’albo delle prostitute, che, sempre per legge e logica, erano ovviamente esenti dal reato di adulterio. Dinnanzi ad una simile rivolta, da grande statista lungimirante, il princeps vide di ammorbidire alcune posizioni assunte. È questo un primo episodio di disobbedienza civile e allo stesso tempo la conferma, se ce ne fosse bisogno, di un’alta coscienza da parte delle donne di età imperiale. Insomma è evidente come la vita delle donne romane non fosse così sottoposta al controllo dei loro mariti o padri, soprattutto dall’epoca imperiale in avanti. Emancipazione femminile che ha quindi grandi precedenti nella storia antica – popoli mesopotamici, egizi, etruschi – e non è solamente una conquista moderna, come si vuol far spesso credere. Basti ricordare il senaculum mulierum – senato delle donne – voluto da Eliogabalo fra il 220 e il 222 e.v. per onorare la madre Giulia Soemia e la nonna Giulia Mesa, entrambe potenti donne della dinastia dei Severi.

Anche l’omosessualità dominava la vita nell’antica Roma ed era comunemente accettata come una pratica prettamente maschile, anche se vi sono casi di lesbismo, disapprovati però dal sentimento popolare. Degno di nota è ancora un caso di corte, quello del Divo Adriano e del giovane amante bitinico Antinoo, al quale dedicherà svariati monumenti sparsi per tutto l’impero, oltreché divinizzarne la figura in seguito alla misteriosa e prematura morte. L’amasio dell’imperatore non fu indubbiamente l’unico, anzi i casi di adolescenti che si rimettevano a ruolo di cinedo erano estremamente diffusi e la “moda greca” fu largamente condannata dai depositari dei costumi originari, la classe senatoria, che ne fece il cavallo di battaglia nella lotta politica al princeps filelleno. È chiaro come già allora la vita privata coinvolgesse ampiamente anche la sfera pubblica e ogni atto, anche quello più intimo, poteva essere usato come strumento a fini politici. In poche righe, si evince l’elevato tasso di sviluppo della società romana in un ambito poco affrontato come quello della libertà sessuale ed è interessante notare che possiamo sentirci figli, oltre che delle oltremodo sbandierate conquiste novecentesche raggiunte dai sistemi liberali, di una civiltà lontana sì nel tempo, ma vera madre culturale e vicinissima al nostro modo di vivere.