Torino, Corso Vittorio Emanuele II, notte tra il 13 e 14 aprile 1969: bagliori artificiali di luce militare pulsavano nel cielo nero. I lampi di razzi bengala mostravano la fortezza assediata, e quella luce da battaglia penetrava attraverso le pesanti inferriate l’oscurità dei corridoi e delle celle in sussulti giallo-arancioni ad intermittenza. Dai bastioni ancora tenuti dalle guardie provenivano raffiche di mitra in aria, chiara cupa minaccia sonora di piombo per chi avesse osato la fuga. Rivolta alle Nuove: centinaia di detenuti inferociti erano usciti dai ranghi galeotti conquistando il grande ma vecchio carcere di Torino. Fuori, gli assedianti: centinaia di carabinieri, poliziotti, guardie carcerarie con scudi e caschi osservavano quell’isola di anarchia, pronti ad un intervento massiccio per espugnare il castello caduto in mano agli insorti. 

Le carceri Nuove di Torino all’epoca erano una polveriera, come d’altronde tanti altri istituti di pena italiani. Le Nuove in realtà erano le vecchie, le antiche. Le Nuove ammuffivano obsolete, con gravi mancanze sanitarie e d’igiene, e i bracci soffocavano sovraffollati. Le celle scoppiavano di umanità ingabbiata e stretta in pochi metri quadri di muri umidi, pareti scrostate e porte risorgimentali. I detenuti erano inferociti. Reclamavano migliori condizioni, possibilità dignitose di mansioni lavorative, meno massa umana stipata in buchi fatiscenti.

Digressione storica sul carcere Le Nuove di Torino – dal 1870 fino agli anni ’80 del XX secolo, gabbia sabauda per canaglie di varia risma e pericolosità:

Il rumore di catene trascinate sul selciato si avvicinava al grande portone. Sull’ampio corso una colonna di oltre 500 detenuti incatenati tra uomini, donne e ragazzacci, era in cammino verso il loro nuovo alloggio. Trasloco di farabutti: i torinesi sbirciavano di sottecchi i grugni malvagi, le signore allungavano il passo, i marmocchi indicavano, le balie li tiravano via dallo spettacolo itinerante cadenzato dal suono di catene striscianti. Un fragore metallico privo di voci umane. I carcerati avevano lasciato le due vecchie galere di via San Domenico (di cui una dedicata ai lavori forzati), il carcere minorile di via Stampatori e l’istituto di pena femminile vicino alle Porte Palatine. Marcia di ferro per le vie torinesi.

Era il 1870 e l’architetto Giuseppe Polani poteva dirsi soddisfatto. Il Re Vittorio Emanuele II aveva espresso la volontà di modernizzare il sistema carcerario torinese, obsoleto e settecentesco. Ci volevano celle, non più umide segrete dove ammassare ladri e assassini. La reclusione non doveva essere più un’università del crimine sabaudo; i birboni dovevano essere isolati gli uni dagli altri, così per controllarli meglio, per evitare ammassamenti di troppe menti pestifere, per scoraggiare sommosse, epidemie, eccessiva sporcizia, insomma per migliorare le condizioni di vita dei cattivi, e per tentare una rieducazione in linea con le politiche degli stati progrediti. 

Il Ministero degli Interni promosse un concorso, l’architetto Polani lo vinse; dopo dodici anni di lavori sorsero su Corso Vittorio le Nuove di Torino, le carceri che 150 anni fa erano all’avanguardia. Le sbarre si spalancarono per accogliere i nuovi ospiti. Nel solido colosso di pietra, simile ad una fortezza coi muscoli di muri e torri di guardia, vi erano 648 celle, tutte singole. Le misure della stanza degli ospiti forzati erano di 2,26 metri di larghezza, quattro per lunghezza e tre di altezza. Un accogliente appartamentino metropolitano di nove metri quadri. La cameretta del birbante era illuminata da una luminosa finestra “a bocca di lupo”, posta a 2,10 metri di altezza e decorata con solide sbarre. 

Erano grandi le Nuove di Torino. Si estendevano per quasi 38.000 metri quadri suddivisi in 13 bracci, 6 cortili per l’ora d’aria e anche due cappelle per le messe. I detenuti che seguivano le funzioni si inginocchiavano buoni e pii nelle celle ricavate sulle pareti circolari delle cappelle a pregare San Leonardo di Limoges, protettore dei carcerati, per chiedere la grazia di uscire vivi dalla galera. 

La colonna dei detenuti in trasferimento entrò passando attraverso il grande portone sul corso. Passò l’ultimo della colonna affiancato da un carabiniere con il pennacchio, lasciandosi alle spalle il sole. Il portone si chiuse. 

Torniamo al 1969. Quella che nel 1870 era una struttura all’avanguardia, nel 1969 era invece una fortezza metropolitana arrugginita. Il pandemonio scoppiò la mattina del 13 aprile. Iniziò tutto dal quarto braccio. La rabbia esplose, sfogandosi fuori dalle celle. Il fuoco della rivolta, come impazzito da folate di vento, si espanse su tutta la struttura, sulle scale, dietro le grate, nelle rotonde. Dal quarto braccio la sarabanda si allargò al quinto, poi al sesto – gabbia dei più esagitati – poi al terzo e al secondo, già pronti spranghe nella mano. Il primo braccio non partecipò alla cagnara. Nel primo braccio alloggiavano i docili. 

I secondini non riuscirono ad arginare il caos crescente. Il carcere cadde presto in mano dei detenuti. Partirono gli assalti, il primo fu condotto ai magazzini viveri che custodivano il vino, tanto e desiderato vino. Il saccheggio etilico cominciò subito, ingordo. Dozzine e dozzine di carcerati si ubriacarono di vinaccio perfido come se fosse stato l’ultimo giorno sulla Terra. Senza dubbio ciò peggiorò molte le cose, perché gli animi si scaldarono ebbri di alcool e anarchia. Facce paonazze, sovversione dell’ordine, esaltazione nel caos. La cappella diventò rogo, l’infermeria fu devastata, i laboratori artigianali si riciclarono come depositi di armi improvvisate. Nei sotterranei falangi neo-medievali tentarono di aprirsi un varco verso la superficie con arieti caserecci, come topi alla ricerca d’aria fresca. I tetti fornirono proiettili sotto forma di tegole, da scagliare contro secondini e carabinieri.

Per fortuna il reparto femminile riuscì a rimanere sigillato ermeticamente da una temuta razzia sessuale di massa. Duecento detenuti tentarono l’evasione superando le mura ma furono respinti da una barriera di lacrimogeni, la cui puzza urticante quel giorno si avvertì fino ai binari ferroviari di Porta Nuova. Più scaltra fu una ghenga che nei magazzini saccheggiati s’impossessò di uniformi da polizia penitenziaria. Camuffati da agenti e sovrintendenti furono però smascherati prima di riuscire a poggiare i piedi su Corso Vittorio, mentre nei bracci e sulle scale si combattevano i corpo a corpo. I rivoltosi avevano divelto le sbarre, ricavando così delle lance rozze, delle armi post-apocalittiche: potevano sembrare zulù metropolitani scesi in guerra. Dall’altra parte della barricata di brande e materassi, c’erano compatti i plotoni antisommossa con la mano armata da fucili senza ogiva, non per sparare dunque, ma per picchiare duro, durissimo, come se fossero delle pesanti clave d’acciaio e legno per rompere ossa e teste. Non si scherzava. 

I detenuti in rivolta, nel carcere diventato un’unica grande cella a soqquadro violento, erano assediati dalle forze dell’ordine. Le guardie assedianti dovevano a loro volta buttare un occhio anche alle spalle, perché una folla urlante di parenti e amici dei carcerati si agitava isterica tutt’attorno. Ci fu pure un blitz di giovani studenti maoisti che tentarono di politicizzare la situazione, ma i babbei rimasero ai margini, come un problema di terz’ordine. Addirittura fecero l’apparizione sotto i finestroni dei bracci drappelli di puttane e papponi, accorsi sgargianti a portar conforto agli amici e clienti affezionati reclusi dietro le sbarre. 

In quei giorni le istituzioni ebbero un po’ di tremarella, ma la risposta fu condotta con mano ferma e decisa. La rivolta di Torino aveva contagiato anche San Vittore, Marassi di Genova ed altre carceri italiane. C’era il serio rischio che diventasse non più solo un’emergenza metropolitana ma nazionale. A Torino e nelle altre città le insurrezioni vennero soffocate in pochi giorni, non senza difficoltà, botte da orbi, feriti, devastazioni. 

Alle Nuove la calma tornò il 15 aprile. Anche l’ultima fazione di irriducibili, tutti del facinoroso sesto braccio, venne rimessa in riga e incatenata verso altri istituti. Tutti i partecipanti a quel sabba di protesta vennero smistati tra i penitenziari di tutta Italia. Individui pericolosi, era meglio dividerli. Più di tremila uomini in divisa furono necessari per vincere sui 790 detenuti che per due giorni furono i padroni delle Nuove di Torino.