Onde evitare da subito inutili polemiche e incomprensioni, è bene premettere che questo articolo si concentrerà essenzialmente sul nucleo ideologico originario del Partito della Resurreziona Araba, riducendo al minimo i riferimenti alla più stringente attualità. Questo nucleo, nonostante le evidenti evoluzioni e il rapido susseguirsi degli eventi – l’ascesa al potere della famiglia al-Assad, l’avvicinamento all’URSS, il conflitto libanese, le prime rivolte capeggiate dalla Fratellanza Musulmana negli anni ’80, e così via fino ad arrivare ai giorni nostri – è rimasto più o meno identico nei suoi assunti di fondo.

La sostanziale comunità di intenti tra la grande maggioranza del popolo siriano e l’élite miltare e di governo, nel corso dell’attuale conflitto, ha dimostrato come le teorie “occidentali” che hanno dipinto la Siria come uno Stato “clientelare” (si utilizza spesso il termine “crony capitalism” negli studi anglosassoni), o “Stato rendita” (quando non si parla di brutale dittatura), siano decisamente fuorvianti. Queste, infatti, riproducendo un vizio proprio della moderna civiltà della tecnica, si limitano all’analisi dei soli aspetti economici e umanitaristi, rifiutando di considerare che, spesso, la mano dell’uomo viene mossa da idee e ragioni più alte che esulano dal mero economicismo (cui si aggiunge la stessa “economia dei diritti”). In questo senso, l’odierna capacità di resistenza del popolo siriano, dopo la vittoria ottenuta da Hezbollah sul sionismo nel 2006, può rappresentare il ridestarsi della coscienza “nazionale” araba: un evento che può, in qualche modo, fungere da esempio per l’intera regione, rilanciando, al contempo, un’idea di cooperazione che superi i limitati interessi piccolo-nazionalisti.

Le rovine di Palmira

Fu proprio Michel ‘Aflaq, uno dei padri del Ba’ath siriano, a dichiarare nel 1950:

Noi lottiamo e combattiamo contro il frazionamento della Nazione araba in staterelli artificiali […] Quando ci libereremo di questa situazione innaturale, gli Arabi ritroveranno la loro anima, le loro idee saranno purificate e il loro senso morale sarà privo di qualunque macchia.

E ancora nel 1956:

Il carattere rivoluzionario dell’idea unitaria araba fa si che l’unità non possa essere realizzata dall’alto […] Essa deve nascere dalle profondità delle masse arabe, confondersi con le intime necessità del popolo […] Tutte le nostre iniziative devono mirare all’unità, collegarsi ad essa e condurre ad essa. In tal modo, molti interessi regionali e locali dovranno essere sacrificati, molti ostacoli connessi a prospettive particolari dovranno essere superati.

Queste affermazioni si rispecchiano perfettamente nello stesso statuto del partito che nel suo Primo Principio dichiara: “Gli Arabi sono una sola Nazione che ha il diritto naturale di vivere in unico Stato e di essere libera nel dirigere le sue possibilità”. Questo Primo Principio, articolato su tre punti, prosegue sancendo l’unità politico-economica, culturale e identitaria della Patria araba. Esso, inoltre, rifiuta quella “inetta cooperazione tra i Paesi arabi” stabilita dalla Lega Araba che, di fatto, ratificava lo smembramento della Nazione araba e riteneva la Palestina “indegna di accedere all’indipendenza” a causa della sua presunta “immaturità politica”.

Michel ‘Aflaq in un incontro con Saddam Hussein (1988)

La continua insistenza dei padri fondatori del Ba’ath sull’unità nasce dalla precisa consapevolezza che il primo avversario (e il più insidioso) degli Arabi era proprio il “piccolo-nazionalismo”: una tendenza diffusa nel mondo arabo – anche da parte occidentale per favorire quella politica del divide et impera di cui l’entità sionista è divenuta campione (basti pensare al celebre Piano Yinon degli anni ’80 che preconizzava la frammentazione del Vicino e Medio Oriente lungo linee etnico-settarie).

Una delle tendenze politiche e geopolitiche contro le quali dovette combattere il Ba’ath sin dalle origini fu quella della “Grande Siria” (Bilad al-Sham), dal Sinai al Kurdistan, idealizzata da Anton Sa’adeh. Ma non mancavano neanche dei chiari riferimenti all’irredentismo curdo che in qualche modo hanno previsto e anticipato fatti più recenti. A questo proposito, in un documento politico del 1969 dal titolo “La questione curda e la rivoluzione araba” si leggeva:

Il movimento nazionale curdo non può entrare in contrasto con la rivoluzione araba, e qualora lo faccia significa che l’imperialismo deve essere dietro a tale contrapposizione o attraverso l’instaurazione di propri agenti ai vertici oppure coinvolgendo i regimi arabi secessionisti o reazionari in modo da provocare il movimento curdo e aggravare la crisi […] Il movimento nazionale curdo è parte legittima e integrante della rivoluzione araba contro l’imperialismo, il sionismo, lo sfruttamento di classe, l’arretratezza e il settarismo. Tutto quello che devia il movimento nazionale curdo e lo porta a collaborazione e collusione con imperialismo e sionismo deve essere denunciato e smascherato come cospirazione tanto contro la rivoluzione araba quanto contro lo stesso movimento nazionale curdo.

Ora, fatte queste prime precisazioni, si rende necessario tornare ulteriormente indietro nel tempo per meglio comprendere quello che è stato l’humus culturale e ideologico nel quale si sono sviluppate queste idee. È bene altresì ricordare che le traduzioni in italiano dei testi dei padri fondatori del Ba’ath sono estremamente scarse, se non del tutto inesistenti. L’unica pubblicazione italiana ascrivibile a Michel ‘Aflaq, ad esempio, è rappresentata dal pamphlet “La resurrezione degli Arabi”, pubblicato dalle Edizioni all’insegna del Veltro. Questo personaggio che ha segnato in modo decisivo la storia araba del XX secolo nacque nel 1910 a Damasco (ancora sottoposta a dominazione ottomana) da una famiglia borghese di religione greco-ortodossa.

‘Aflaq studiò a Parigi dove entrò in contatto con Salah al-Din al-Bitar, anch’egli originario di Damasco ma di religione islamica. I due, insieme ad Antun Maqdisi (altro greco-ortodosso), ebbero un ruolo di primo piano nella creazione del Partito socialista della Resurrezione araba (Hizb al-Ba’ath al-‘Arabi al Isthtiraki), la cui prima cellula venne creata a Damasco nel 1940. Più o meno negli stessi anni era estremamente attivo in Siria anche Zaki Arsouzi: animatore della Lega di Azione Nazionale e autore di innumerevoli studi di grande interesse scientifico sull’unità linguisitica araba. Tuttavia, non bisogna dimenticare che il primo testo del panarabismo moderno risale addirittura al 1905 e fu opera, ancora una volta, di un cristiano: il maronita libanese Christian Négib Azoury che scrisse “Il risveglio della Nazione araba nell’Asia turca”.

Durante il loro soggiorno parigino, sia ‘Aflaq che al-Bitar subirono il fascino della filosofia europea e, in particolar modo, della letteratura romantico-patriottica italiana e tedesca: soprattutto Mazzini e Fichte. Tali “simpatie” per le esperienze italiana e tedesca proseguirono per tutti gli anni ’30 e ’40. Non pochi arabi, durante questo periodo, si rivolsero verso Italia e Germania nella speranza di ottenere sostegno nella lotta contro l’imperialismo franco-britannico e la politca dei mandati sancita a seguito dal tradimento della causa araba nel corso della Prima Guerra Mondiale. A favorire questa tendenza contribuì la diffusione di veri e propri miti, come quello inerente l’origine siriana dei popoli germanici o quello della presunta conversione dei vertici del nazionalsocialismo tedesco all’Islam.

Salah al-Din al-Bitar

La realtà fu ben diversa. È innegabile il fatto che le potenze dell’Asse, per tutto il corso del secondo conflitto mondiale, favorirono gli istinti alla ribellione dei popoli arabi in chiave soprattutto anti-britannica dopo la rapida capitolazione della Francia. La rivista bilingue “Mondo Arabo”, organo del governo fascista per le relazioni italo-arabe, nel suo quinto numero dall’emblematico titolo “Il Mediterraneo ai mediterranei”, dichiarava:

Il compito assegnato ai popoli arabi nel nuovo ordine mediterraneo sarà conforme alla civiltà, alla storia ed alle aspirazioni della Nazione araba […] Non ci sarà posto nel nuovo Mediterraneo per uno Stato sionista! […] Per questo destino l’Italia si batte oggi sul mare che fu già di Roma, per questo destino la Nazione araba non potrà tardare a schierarsi dalla parte della giustizia rappresentata oggi dalle Potenze dell’Asse.

I fatti storici hanno dimostrato – come nel caso dei moti nazionalisti iracheni del 1941 – che il sostegno delle forze dell’Asse ai movimenti anti-imperialisti arabi, nonostante la fitta propaganda, fu sempre scarso e spesso tardivo. Questo fu determinato dal fatto che la Germania era ben più interessata alla ricerca di una profondità strategica nell’Oriente europeo, mentre l’Italia fascista, neanche troppo velatamente, mirava esclusivamente a sostituirsi a Francia e Gran Bretagna più che a garantire l’indipendenza dei popoli arabi del Mediterraneo. Lo stesso Adolf Hitler, negli ultimi istanti del conflitto, ebbe modo di rammaricarsi del suo errore di valutazione. Così dichiarò di fronte a Martin Bormann:

L’alleato italiano ci ha intralciato dappertutto. A causa sua non abbiamo potuto intraprendere una politica fondamentalmente nuova nell’Africa del Nord […] era evidente che l’Italia reclamasse questo spazio per sé ed il Duce aveva sempre ribadito questa esigenza. Solo noi avevamo la possibilità di liberare i popoli dominati dalla Francia. Un tale sollevamento avrebbe avuto effetti senza limiti nell’Egitto e nel Vicino Oriente sottomessi agli inglesi […] E ciò tenuto conto che tutto l’Islam fremeva di fronte alla prospettiva della nostra vittoria. I popoli d’Egitto, d’Iraq e di tutto il Medio Oriente erano pronti all’insurrezione. Quanto avremmo potuto fare per aiutarli, per affiancare il loro valore […] L’alleanza con gli italiani ci paralizzava e causava malessere nei nostri amici musulmani, perché per loro, volontariamente o involontariamente, erano complici dei loro oppressori.

Superate dall’esito del conflitto le speranze riposte nelle potenze dell’Asse, i teorici dell’unità araba dovettero confrontarsi con nuove sfide con il preciso obiettivo di non venir schiacciati all’interno dello scontro bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. ‘Aflaq fu uno dei primi a riconoscere i limiti del marxismo in rapporto alla complessa situazione araba. Pur essendo stato un attento studioso proprio di Marx, Engels e della prassi rivoluzionaria leninista, l’ideologo siriano criticò aspramente la sudditanza del partito comunista siriano nei confronti dell’URSS e la sua prospettiva internazionalista. ‘Aflaq, inoltre, rigettò apertamente il concetto di lotta di classe in favore di un’idea di giustizia sociale che concorresse al benessere e alla stabilità della Nazione tutta. L’idea socialista del Ba’ath, in questo senso, aveva una duplice funzione: la lotta contro l’imperialismo occidentale liberaldemocratico e capitalista, volto a depredare le risorse arabe, e la lotta contro le ingiustizie sul fronte interno (i residui feudali e latifondisti).

Tuttavia, il principale motivo di attrito con la visione marxista-leninista – quello che ‘Aflaq e i principali teorici del Ba’ath considervano come naturalmente incompatibile con il mondo arabo – era l’ateismo. Questo veniva considerato una posizione priva di qualsiasi autenticità: una prospettiva falsa e ingannatrice, in quanto la rivolta europea contro la religione era considerata essa stessa una religione.

A questo proposito, è bene fare chiarezza su un aspetto che viene spesso frainteso in Occidente. Il concetto di laicità propugnato dal Ba’ath è ben diverso da come questo viene inteso in Europa: non è rifiuto o negazione del sentimento religioso, ma accettazione di esso in tutte le sue forme. Anche la Siria odierna non è un Paese laico nel senso occidentale del termine: la sua Costituzione attribuisce all’Islam il ruolo di religione di Stato e il presidente della Repubblica deve necessariamente essere musulmano. Questo punto, in passato, ha causato alcune incomprensioni e tensioni visto che la comunità alauita, a cui appartiene la famiglia al-Assad, è stata per secoli ritenuta una setta eretica dall'”ortodossia” islamica. Tale posizione venne superata proprio nel XX secolo con due fatwa – una del Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin Al-Husseini (sunnita) e l’altra dell’Imam Musa al-Sadr (sciita) – che definivano gli alauiti come membri a tutti gli effetti della comunità islamica: nello specifico, come un ramo dello sciismo imamita.

Il Ba’ath ha sempre rivendicato con orgoglio la spiritualità araba e l’indissolubile legame con l’Islam. Lo stesso ‘Aflaq, pur da una prospettiva cristiana, affermò:

Verrà il giorno in cui i nazionalisti si troveranno ad essere i soli difensori dell’Islam. Dovranno assegnargli un significato speciale se intenderanno dare alla Nazione Araba una buona ragione di sopravvivenza […] Gli arabi cristiani, una volta che il loro nazionalismo si sarà risvegliato, riconosceranno che l’Islam costituisce per loro un patrimonio nazionale in cui integrarsi per capirlo e amarlo al meglio, fino al punto da difendere l’Islam come risorsa più preziosa per l’orgoglio arabo. Se la realtà attuale è ancora ben lontana da questo quadro, spetta alla nuova generazione di Arabi cristiani perseguirlo con ardore e distacco, arrivando anche a sacrificare per questo obiettivo il proprio orgoglio personale e i propri privilegi, nessuno dei quali eguaglia l’orgoglio arabo e l”onore di esserne parte.

Un precursore di questa idea è stato il grande pensatore russo Konstantin Leont’ev considerato come anticipatore della corrente filosofico-politica dell’eurasiatismo. Leont’ev, infatti, considerava l’Islam alla stregua di un “bastione della tradizione” fino ad augurarsi che le popolazioni cristiane dei Balcani rimanessero sotto dominio ottomano, affinché potessero mantenere la propria autenticità senza venir intaccate dal pernicioso morbo del modernismo occidentale. Ma Leont’ev si spinse addirittura oltre, ritenendo necessaria una vera e propria alleanza spirituale tra Islam e cristianesimo orientale, in modo da frenare la penetrazione della suddetta cultura moderna di stampo occidentale nell’Oriente russo-ottomano.

Il rapporto tra nazionalismo arabo e religiosità fu indagato anche da un altro ideologo siriano greco-ortodosso: Constantin Zureiq. Egli contestò l’idea che l’Islam fosse causa di arretratezza e ostacolo al progresso economico-sociale; al contrario, alla pari del grande pensatore iraniano Jalal Al-e Ahmad – autore del celebre Gharbzadegi – Intossicazione da Occidente – che auspicava una trasfigurazione della modernità in modo da utilizzare la tecnologia al servizio di uno Stato sciita rivitalizzato – Zureiq sostenne l’idea che l’Islam, liberato dai dogmi letteralisti e dalle credenze imposte ciecamente (dunque, dalla già evidente e minacciosa deriva fondamentalista), potesse essere coniugato con un modello di modernizzazione endogena che garantisse alla Nazione araba l’indipendenza culturale ed economica nei confronti dell’Occidente.

Negli stessi anni in cui ‘Aflaq ed i suoi compagni pensarono il Ba’ath siriano come un’avanguardia rivoluzionaria capace di infiammare l’intero mondo arabo (un vero e proprio “asse attorno al quale cristallizzare la vita” per usare un’espressione del politico e pensatore ungherese Ferenc Szàlasi), inziò a palesarsi quella minaccia sionista che, sin dal principio, puntò sulla disgregazione dell’unità araba per imporsi nel Vicino Oriente. I vertici del Partito della Resurrezione araba furono tra i primi a intuire il carattere tutt’altro che laico di un movimento che si poneva come obiettivo la ricostruzione di una “Grande Israele” secondo i confini riportati nel Libro biblico della Genesi (15, 18-21): “dal fiume d’Egitto al gran fiume, il fiume l’Eufrate”. In una dichiarazione del 6 agosto 1946 si leggeva:

La minaccia sionista non può essere ridotta ad un’invasione economica motivata da un appetito materialista, ma è soprattutto un’invasione religiosa che non ha eguali nella storia, tranne che nelle crociate. Se gli Arabi non attuano in se stessi un rinnovamento della fede e non manifestano questa fede mediante azioni efficaci e concrete, non potranno mai combattere con successo questa minaccia. È per questo che il fatto di appoggiarsi sulla politica che implica calcoli e prevaricazione agirebbe come un oppio spaventoso sullo spirito e sulla combattività del popolo e nasconderebbe agli Arabi, con un fitto velo, il pericolo che li minaccia.

Konstantin Nikolaevič Leont’ev

Ad oltre 70 anni da questa dichiarazione, appare evidente come la divisiva strategia sionista abbia avuto la meglio nello scenario del Vicino Oriente. Inoltre, nel più assordante silenzio dell’Occidente, Israele ha portato a compimento una vera e propria pulizia etnica della componente cristiana palestinese al preciso scopo di cancellarne la storia e di evitare ogni possibile forma di “empatia” tra cristiani europei ed arabi. Empatia e cooperazione di cui si fece promotore proprio il Ba’ath. Nei piani di ‘Aflaq, infatti, la futura Nazione araba avrebbe dovuto inevitabilmente guardare all’altra sponda del Mediterraneo per instaurare una forma di reciproco rispetto, fondato sul mutuo interesse geo-strategico.

Questa idea è la stessa che venne fatta propria dal movimento Jeune Europe del pensatore e attivista politico belga Jean Thiriart che vedeva in Israele una minaccia permanente per tutti i popoli rivieraschi del Mediterraneo e nel pieno controllo di questo mare, privato della presenza imperialista nordamericana e dei suoi alleati, la precondizione fondamentale per la costruzione di un’Europa realmente sovrana. Non sorpende se il primo martire europeo sul suolo palestinese fu proprio un militante di questo movimento; quel Roger Coudroy di cui a lungo si cercò di nascondere la scomparsa e le idee politiche, in quanto la partecipazione di europei alla lotta di liberazione palestinese rappresentava una realtà troppo scomoda per il sionismo.

La stessa unità ideologica delle ramificazioni del Ba’ath nei diversi Paesi arabi prodotto degli accordi Sykes-Picot venne minata quasi subito dal temuto germe piccolo-nazionalista. Se è vero che fu in Iraq che il Ba’ath (anche qui multiconfessionale e multietnico nella sua base) si fece conoscere mettendo in atto una concezione leninista di presa del potere, che mescolava il fondamentale elemento popolare all’altrettanto necessario ruolo delle forze armate, è altrettanto vero che fu qui che si produsse la spaccatura insanabile tra l’anima nazionalista (qawmi) del Ba’ath iracheno e quella panaraba (qutri) del Ba’ath siriano. Ciò avvenne a cavallo del 1966: lo stesso anno in cui ‘Aflaq rassegnò le sue dimissioni da segretario del partito, dopo aver ricoperto tale incarico ininterrottamente dal 1943. E lo stesso anno in cui lui e al-Bitar entrarono in contrasto con l’ala più filo-sovietica del Partito.

Accordi Sykes-Picot: in blu la zona di influenza e controllo francese; in rosso quella britannica, in verde quella russa.

Dunque, sin dagli anni ’60, sovietismo esasperato e piccolo-nazionalismo, due delle potenziali minacce individuate da ‘Aflaq per l’unità araba, di fatto, avevano già contribuito a corrompere la progettualità baathista originaria. Tuttavia, di fronte all’attuale panorama del Vicino e Medio Oriente o della stessa Africa del Nord, la necessità del ritorno agli ideali che furono all’origine del Ba’ath appare tanto più importante quanto più nuove e vecchie minacce incombono sul mondo arabo. Soprattutto perché questi ideali si ponevano, con decenni di anticipo, come un vero e proprio manifesto per la creazione di un ordine globale multipolare. Nel Principio Terzo dello statuto del partito, infatti, si legge:

La Nazione araba ha una missione che si rivela in forme rinnovantisi e completantisi nelle varie fasi della storia, missione che mira al rinnovamento dei valori umani, a spingere innanzi il progresso dell’umanità, a sviluppare l’armonia e la collaborazione tra le Nazioni.