Perseo è a caccia. Vola al di là dell’Oceano d’Occidente, ai confini del Regno della Notte, nella terra d’Iperborea dove hanno la dimore le terrificanti Gorgoni dai capelli che sono serpenti vivi velenosi. Le serpi strisciano sul loro capo immondo, in una massa ripugnante che s’aggroviglia spaventosa con cento teste, cento fauci, cento lingue biforcute. Le Gorgoni sono tre e rappresentano altrettante perversioni. Steno, la perversione morale, Euriale, la perversione sessuale, e infine Medusa, la perversione intellettuale, il vero bersaglio del divino killer Perseo che a lama sguainata s’aggira nelle spoglie, cupe, fredde lande del Settentrione mitologico, addentrandosi nella lugubre foresta grigia dove statue di esseri umani un tempo vivi e in carne fanno orribile mostra di sé. Sono gli uomini i cui occhi hanno sciaguratamente incrociato lo sguardo di Medusa, cadendo così nell’eterna maledizione di pietra.

Il re guerriero figlio di Zeus sorprende la ninfa crudele mentre giace addormentata e le taglia la testa con un colpo del suo falcetto di diamante affilatissimo. Fiero coi muscoli scolpiti tesi e nervosi, l’eroe Perseo mostra il macabro trofeo alla dea Atena tenendolo per quei ributtanti capelli rettili. Perseo vince, e la sua vittoria è scelta per celebrare l’ascesa di Cosimo I de’ Medici e il rinnovato dominio della sua casata sui destini della città di Firenze. La statua di bronzo Perseo con la testa di Medusa è commissionata difatti dal duca al grande artista Benvenuto Cellini per simboleggiare la definitiva conquista di Firenze da parte di Cosimo, e dunque dei Medici.

Il club degli insonni, GOG edizioni

Perseo alto sulla città porge ai cittadini la testa del mostro, ed è come se fosse il duca a esibire ai suoi sudditi la fine della repubblica e delle sue velleità e viltà, con un taglio netto di lama che l’ha decapitata, e l’eroe che incarna le virtù della signoria autoritaria ed illuminata poggia i piedi alati sul cadavere della Medusa, dal cui collo strisciano fuori le discordie, le insidie, gli intrighi, le falsità, le miserie repubblicane sotto forma di vipere. La Signoria di Cosimo I trionfa sul cattivo governo della repubblica. Arte e potere: Firenze è sua, gli artisti sono chiamati a rendere onore immortale alla sua gloria. Tra essi, c’è Benvenuto Cellini, teppista infuocato, orafo, scultore, genio del ‘500 italiano che crea la magnifica opera Perseo con la testa di Medusa sotto la Loggia della Signoria detta anche Loggia dei Lanzi per via dei mercenari lanzichenecchi della guardia del corpo del duca che alloggiano sotto queste arcate. 

Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.

Ha scritto secoli dopo il calvo elettrico FTM Filippo Tommaso Marinetti nel suo Manifesto del Futurismo; sappiamo bene che le frontiere estetiche del manierismo cinquecentesco c’entrano poco con l’insonne avventura futurista novecentesca, però un filo conduttore c’è tra quanto scritto da Marinetti e quanto realizzato tanti anni prima da Cellini, ed è l’aggressività. Arte aggressiva plasmata da artisti aggressivi per forgiare il capolavoro. Il carattere aggressivo e violento nell’opera in piazza della Signoria rispecchia il carattere aggressivo e violento dell’artista. Lo scultore, mosso da forze di sanguigna eccitazione manesca, dà materia al proprio temperamento superbo ed impetuoso. L’opera riflette il suo creatore, è specchio di bronzo e gagliarda forma titanica guerriera. Cellini estremo uomo orgoglioso si sente Perseo? Assomiglia al suo socio il genio della luce Caravaggio che un secolo più tardi lascia sul suo cammino nella Penisola una scia di ferite – anche mortali – d’arma bianca. Cellini & Caravaggio: pittori come rockstar indemoniate, anzi artistar possedute e stravolte dalla propria autoesaltazione, superbia, genialità.

Dopo aver svelato il suo Perseo con la testa di Medusa a Firenze nel 1554 ed aver ottenuto il successo che si è meritato in seguito a tanti anni di immane lavoro alla realizzazione della statua bronzea, Benvenuto Cellini rimane con le mani in mano. Vorrebbe fare, ma per colpa della politica e della spietata concorrenza di odiati colleghi meno bravi di lui, si ritrova inattivo. Sfoga allora la sua creatività travolgente in altro modo. Abbandona il cesello da orafo sul tavolo da lavoro per impugnare la penna, dimostrando non solo di essere scultore eccezionale ma anche un valente scrittore. Compone la sua Vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze opera rimasta incompiuta prima delle ultime ribalderie pisane. È un’autobiografia scritta con il pugnale.

FTM

Ripercorrendo la sua Vita e le sue vivaci avventure si esce dal terzo millennio per cavalcare con il destriero della memoria e dell’immaginazione cinque secoli addietro, nel grandioso splendente Cinquecento italiano in arme, regione del tempo di arte e cultura nazionale ma anche di guerra e signorie in faida. L’Italia, divisa, ma eccezionale: dalla ricca Pianura Padana alla Toscana lucente e poi giù nella Roma tardorinascimentale di Clemente VII stuprata da orde germaniche, fino al Viceregno della Napoli spagnola, con una scenografia di grandi ricchezze, odi dinastici, machiavelliche strategie, duelli all’ultimo sangue, principi mecenati e guerrieri, dame in amore, invasioni mercenarie, veleni e violenze carnali. Si apre il sipario sul Cinquecento di sangue e genio di Benvenuto Cellini. 

Questa mia Vita travagliata io scrivo

per ringraziar lo Dio della natura

che mi diè l’alma e poi ne ha ’uto cura,

alte diverse ’mprese ho fatte e vivo.

Tutti gli uomini che hanno compiuto grandi imprese in vita dovrebbero scrivere la propria biografia per lasciare ai posteri una traccia veritiera del proprio cammino o un segno di qualche sorta nel Mondo, fosse anche solo uno sfregio. Benvenuto lascia alla Terra arte sublime e cicatrici da pugnale. Nasce nell’Anno Domini 1500, a Firenze. Suo padre è il maestro Giovanni d’Andrea di Cristofano Cellini, musicista di viola e di flauto, compositore e abile artigiano di strumenti come arpe, liuti e clavicembali. Il maestro Giovanni si sposa con Elisabetta Granacci per amore, e dopo due maschietti purtroppo nati morti e una figliola, ecco finalmente che da un fagotto di panni bianchi giungono per la gioia dei Cellini i vagiti del desideratissimo primogenito.

È un dono del Signore, che tu sia benvenuto… e allora che sia Benvenuto il tuo nome!

Di certo un bimbo vispo, una peste. Un giorno alla tenera età di tre anni è in cucina con il vecchio nonno e qualcosa cattura la sua attenzione. Dal lavello sbuca fuori un grosso, disgustoso scorpione nero che si rifugia sotto la panca. L’incosciente impavido marmocchio, curioso e in cerca di nuovi amici, lo acchiappa con le manine sante, noncurante che quell’essere potrebbe pungerlo, ma non capita. Tutto contento il fanciullo mostra al nonno decrepito il compagno di giochi: 

Guarda nonno, il mio bel granchiolino!

Il vecchio per poco non ci rimane dallo spavento. Buon auspicio: un bambino senza paura ha preso in mano una bestiaccia velenosa, e la bestiaccia velenosa quasi fosse complice della marachella non gli ha fatto nulla; è uno strano momento di simpatia tra il Benvenuto in miniatura e il pericoloso aracnide toscano, forse possiamo addirittura interpretarlo come un segno del destino per il Cellini animoso creativo dal sangue caldo e il coltello facile-facile che verrà. Il nonno intanto boccheggia infartato in cucina, più di là che di qua dalla strizza.

Il ragazzino cresce in un’ambiente fuori dal comune, stimolante. Tra le melodie del padre musico stimato e quell’abbondanza di flauti, liuti, arpe che ingombrano la casa fiorentina c’è da crescere con un certo orecchio. Il papà lo spinge a seguire le sue orme. Quando il moccioso si mostra reticente il babbo, che è tra le altre cose al servizio della casa de’ Medici, insiste, lo obbliga a soffiare nel flauto stringendogli la collottola. 

Suona Benvenuto, suona!

Accontenta il babbo, ed è anche bravo con il cornetto e con il flauto, ma sente altre pulsioni creative e quindicenne se ne va nella bottega dell’orafo Marcone ad imparare altre arti, per cui dimostra una naturale e straordinaria predisposizione, invero va oltre la semplice predisposizione, il ragazzo ci è nato con il cesello da orafo, ma pure con il coltello. A sedici anni assieme al fratello Cecchino, di due anni più giovane ma molto ardito e fierissimo, si ficca nei pasticci seri. Una domenica sera i due fratelli gironzolano per le vie nelle vie tra Porta San Gallo e Porta a Pinti e Cecchino si mette a bisticciare male con un garzone molto più vecchio, e spuntano le lame scintillanti al buio. Duello all’arma bianca tra teppistelli fiorentini, urla e bestemmie, Cecchino quattordicenne adatto al carcere minorile ha la meglio, affetta il rivale che gli ha mancato di rispetto, quasi lo ammazza.

Scendono in strada amici e parenti del garzone con la pancia aperta; trambusto popolare, la folla aggredisce Cecchino a pietrate, un ciottolo lo prende in pieno sulla testa mandandolo nel mondo dei sogni, in morte apparente. Benvenuto balza con il suo pugnale in difesa del fratellino svenuto, schiva sassi e sgabelli, molla fendenti come una giovane tigre a chi osa avvicinarsi, solo contro molti che lo circondano per fargli la pelle. I fratelli Cellini, baldanzosi hooligan rinascimentali, vengono salvati dal provvidenziale arrivo delle guardie. C’è mancato poco alla lapidazione di piazza. Dopo la rissa, è meglio per i due un cambio d’aria, in attesa che si calmino le acque, e si allontanano da Firenze, per riparare a Siena. Mentre Cecchino bighellona in svaghi, Benvenuto ha nuova occasione per fare da apprendista in una bottega d’un orafo senese, per qualche mese lontano dal maladetto sonare che il padre gli ha imposto. Il maestro Giovanni è testardo, quel suo figliolo discolo farà il sonatore come il suo babbo, e lo manda a Bologna a studiare quell’arte, ma l’altro è ancora più cocciuto del suo vecchio e appena può molla il flauto per trafficare da orefici, scultori e miniatori bolognesi tra cui il giudeo Graziadio che lo paga bene.

A casa Cellini, lo scontro tra padre e figlio è ormai aperto. Benvenuto vuole fare l’orafo, il babbo vuole che segua le sue orme ad ogni costo. Il ragazzo se ne va di casa per un anno di formazione a Pisa, presso il buon Ulivieri della Chiostra che gli insegna molto, e lo tratta come un figliolo, e l’apprendista è felice lontano dagli odiati liuti del padre. Si prende però una brutta febbre da cavallo che non lo molla, Ulivieri è costretto a riportarlo a casa, dal padre rompiballe che ostina a far suonare il piffero al ragazzo, anche se il giovanotto è arso di febbre e nauseato da tutto quell’odioso musicare di casa Cellini. Ad un certo punto, un famoso scultore della scuola fiorentina sembra levarlo d’impiccio. Piero Torrigiani, anche lui un bel tipo manesco incline oltre che allo scalpello pure alla pugna d’osteria, è tornato nella sua città natale dal freddo grigio Regno d’Inghilterra del futuro decapitatore seriale di mogli Enrico VIII Tudor, per scovare giovani talenti da esportare a Londra come apprendisti. Intuisce che il ragazzo ha qualità da vendere e che diverrà anche lui uno scultore di fama. Il Torrigiani energumeno si bulla di quella volta che offeso dalla strafottenza dell’immenso Michelangelo Buonarroti gli ha risposto per le rime, fracassandoli il naso con un diretto proprio ben piazzato e lasciando così all’illustre intoccabile maestro del Rinascimento un indelebile segno da cazzotto. Torrigiani ha cambiato i connotati a Michelangelo, non è cosa da tutti i giorni. Come per tanti altri giovani aspiranti artisti, Michelangelo è per Benvenuto sacro, un mito vivente, un esempio, un dio. Non si tocca. Inoltre considera gli inglesi dei selvaggi e pertanto manda il borioso Torrigiani a quel paese. 

A Firenze continua a far pratica e stringe amicizia, amicizia istrettissima – anche oltre presumiamo – con Francesco, un gentil giovanetto suo coetaneo, anche egli apprendista orafo. Lavorano assieme tutto il giorno e passano assieme tutte le notti, sempre assieme inseparabili per due anni e ciò genera in loro un tanto amore. Sono le prime esperienze omo del bisessuale Benvenuto, focoso di spada e di letto, con il vizio del pertugio proibito. Nel frattempo si fa conoscere in città; è bravo, molto bravo cólla sua mirabile arte e pensa a fare il grande salto verso Roma, verso glorie e verso i ricchi e generosi borselli cardinalizi dell’Urbe. Si mette in cammino con un altro giovane ambizioso, Giovanni Battista del Tasso, intagliatore figlio d’intagliatori e architetto anche lui classe 1500. Hanno diciannove anni, viaggiano ridendo e cantando, tutto il mondo è per loro. A Roma si fa apprezzare e detestare: si mette a lavorare in una bottega e poi in un’altra concorrente, viene alle mani con un suo padrone per questioni di spicci e invidie. En garde datore e dipendente sguainano le spade e quasi si tagliano, così si risolvono all’epoca le controversie nei rapporti di lavoro. Lui stesso afferma con voce che ci immaginiamo essere tonante e ringhiosa: 

Dissi ch’io era nato libero, e cosí libero mi volevo vivere … e come lavorante libero volevo andare dove mi piaceva … volevo essere mio e non di altri.

Ritratto di Michelangelo Buonarroti, Daniele da Volterra

L’artista, colmo di incontenibile energia e sempre inseguito dai guai e dalla sua passione violenta, peregrina per il Centro Italia e fa ritorno a Firenze per fare e per litigare. Già, perché ormai il ragazzo ha mani eccellenti, senza pari in città, e altri lo invidiano a morte. I fratelli orefici Salvatore e Michele Guasconti, proprietari di ben tre grosse e importanti botteghe gli sparlano dietro, e lui risponde dicendo che i Guasconti sono falsi, ladri, mediocri bottegai. I Guasconti si vantano allora in giro che gli faranno pentire amaramente di tali parole. Benvenuto però non conosce di che colore la paura si fusse, se ne fa un baffo di quei due tangheri, anzi decide di andare a provocarli a casa loro, spaccone. Si appoggia gradasso con faccia da schiaffi ed espressione di sfida alla porta di una delle botteghe Guasconti. Un altro del clan orafo, Gherardo, fa l’occhiolino a suoi due cugini, e appena un manovale da soma passa piegato dal peso di mattoni vicino al Cellini, spinge il cesto di mattoni contro di lui, facendogli un gran male. L’offeso si rialza come una molla tesa, furente, e quando vede che quel buzzurro si sta sganasciando dalle risate gli ficca una manata fenomenale alla tempia che lo manda subito al tappeto, poi rivolto ai cugini che non ridono più: 

Così si trattano i ladri poltroni vostri pari. Chi di voi esca della sua bottega, l’altro corra per il confessoro, perché il medico non saprà che fare.

E con l’incendio nelle vene estrae una lama piccina ma efficace. I Guasconti, pietrificati, se la fanno sotto e Benvenuto, con il ghigno soddisfatto si ritira tronfio. Ma gli offesi chiamano a dar manforte i parenti zozzi – figli, padri, zii, cuginaglia – e accorre tutta la tribù e lo denunziano agli Otto di Guardia e Balia detti Signori Otto, cioè gli sbirri giudiziari del tempo. La faida non finisce di certo dal magistrato, e il teppista viola di collera pugnale alla mano irrompe a casa Guasconti, li trova tutti a tavola ad ingozzarsi beati, e manda loro di traverso il boccone con un’entrata ad effetto. Gherardo con il livido sulla tempia gli si butta contro; Benvenuto gli parte con una stoccata sul petto attutita dalle vesti dello zotico, che lo salva. Gherardo è a terra bianco tremante dalla paura, vivo per miracolo. 

O traditori, oggi è quel dí che io tutti vi ammazzo!

Grida lo scultore con gli occhi fuori dalle orbite e i Guasconti tutti – madre, zie, zii, nonni, nipoti, padri, figlioli – credono che quello sia il giorno del Giudizio e allora preghiere e strilli, masserizie e piatti in aria, gran baccano toscano decorato da bestemmie; Benvenuto vede quell’altro in terra che sembra moribondo e gira i tacchi scansando il bombardamento di stoviglie e costine di maiale rosicchiate: vintage futurismo mediceo, che baruffa. Corre giù dalle scale ma in strada c’è per lui una brutta sorpresa. Si blocca. Davanti a lui c’è tutto il resto della casata Guasconti, dodici carogne che lo circondano a semicerchio davanti all’uscio. Agitano spranghe, bastoni, martelli, ferri come in un film di gang teppiste del Nuovo Mondo dei secoli venturi. Con un urlo bestiale si getta nella mischia come un toro invelenito, quattro o cinque ne gittai in terra, e con loro insieme caddi, sempre menando il pugnale ora a questo ora a quelli. La belva Cellini. È rissa furibonda all’ultimo sangue, una zuffa di polvere braccia gambe pugni fendenti mazzate eresie verbali, immaginiamoci pure un cane randagio che latra là nel mezzo del groviglio disumano, non stona nella scena. Benvenuto assesta e incassa una caterva di botte, ma per fortuna s’intromette il buon Dio, che evita lutti peggiori. Riesce a dileguarsi ansimante, chino, mezzo rotto con abiti stracciati e maschera di sangue in volto, verso Santa Maria Novella. Dietro, gli inseguitori che vogliono fargli la pelle. Viene salvato da un frate misericordioso dalla furia dei Guasconti, dalla giustizia dei Signori Otto, dalle punte dei soldati armati di lanciotti.

Busto di Benvenuto Cellini

Non ha altra scelta che rimettersi in cammino per la via dell’esilio, con direzione Roma, dove ora siede sul soglio pontificio Clemente VII, fiorentino e appartenente al clan dei Medici. Appena arrivato nella metropoli si rimbocca le maniche e si rimette a lavorare, aiutato dal garzone Paulino, un fanciulletto di quattordici anni che crediamo possa accendere in Benvenuto un certo appetito pederasta perché

era questo Paulino il meglio creato, il piú onesto e il piú bello figliuolo, che mai io vedessi alla vita mia; e per i sua onesti atti e costumi, e per la sua infinita bellezza, e per el grande amore che lui portava a me, avenne che per queste cause io gli posi tanto amore, quanto in un petto di uno uomo rinchiuder si possa. Questo sviscerato amore fu causa, che per vedere io piú sovente rasserenare quel maraviglioso viso, che per natura sua onesto e maninconico si dimostrava; pure, quando io pigliavo il mio cornetto, subito moveva un riso tanto onesto e tanto bello, che io non mi maraviglio punto di quelle pappolate che scrivono e’ Greci degli dèi del cielo.

In dolce compagnia del fanciullo, nelle botteghe dei maestri orefici romani, tra buffe sfide guascone con altri artigiani specializzati in coglionerie e bordellerie, Cellini realizza vasi per vescovi spagnoli e gioielli per madonne romane. Una in particolare riveste un ruolo importante nella crescita artistica del geniale toscanaccio. Madonna Porzia, ricca patrizia capitolina, gli commissiona un gran numero di lavori, lo ricopre di ducati d’oro e adora il giovane orafo con devozione erotica. E poi c’è quel lestofante del vescovo di Salamanca che gli stressa l’anima per completare quel suo vaso d’argento; ricco e taccagno pretaccio iberico dalla linguaccia pretesca e spagnolissima, cioè infima e falsa, che non vuol tirare fuori il borsello per pagare quanto pattuito. Succede però che per colpa di un ospite maldestro del vescovo, il manico del vaso si rompe e dunque l’oggetto intarsiato e decorato torna in bottega per riparazione. Ah-ha! Ride bene chi ride ultimo: Benvenuto, maledicendo tutta la Spagna e i preti loro, ripara il vaso in men che non si dica, e aspetta. Giunge in bottega un servo del vescovo, tutto rosso in viso, sudato fradicio e la lingua a penzoloni. Come un bravo cagnolino fedele ha corso per tutta la città per compiacere il suo padrone e recuperare il vaso in tempo per una festa. Ma Benvenuto fa no no con il dito indice: prima pagare e poi il vaso. Il servitore mette la mano all’elsa della spada e fa per entrare nel laboratorio, ma Cellini con beffardo sorriso di sfida gli si para davanti, anch’egli pronto a sguainare. Quel fattorino ha solo da provarci… ma il domestico non ci prova, sa che testa matta ha di fronte, e non osa. Piagnucola, piuttosto, e lo prega come se fosse di fronte alla Croce, lo supplica di dargli quel vaso maledetto. Imperturbabile, per nulla commosso, l’artista lo manda al diavolo. Al che il servo si ritira non prima di lasciare una scia di minacce, assicurando anzi giurando di venire con tanti spagnuoli, che mi arieno tagliati a pezzi. Benvenuto si prepara all’assalto degli spagnuoli preparando il suo archibugio da caccia. I picchiatori del vescovo non tardano ad arrivare, per sprangarlo di santa ragione e l’artista pronto alla pugna con faccia da guerra li accoglie in bottega con: 

Marrani, traditori, assassinas’egli a questo modo le case e le botteghe in una Roma? Tanti quanti di voi, ladri, s’appresseranno a questo isportello, tanti con questo mio istioppo ne farò cader morti.

Gli spagnuoli, vedendo che anche i vicini di Cellini stanno scendendo in strada per prendere a calci i bravi del monsignore evidentemente non troppo amati a Roma, alzano i tacchi e alla svelta. Vittoria per Benvenuto; è convocato dal vescovo di Salamanca che seppur stizzito non ha altra scelta che pagare il conto. 

Contemporaneamente a quest’avventura, al toscano gli capita l’occasione di affacciarsi alla corte pontificia, come suonatore di cornetto. Viene arruolato in occasione di una festa estiva al Cortile del Belvedere, per aiutare l’orchestra. Mentre Clemente VII pranza di buon appetito, i suonatori lo dilettano con mottetti davvero riusciti, poiché Sua Santità gradisce moltissimo. Per Benvenuto è occasione d’oro per entrare nelle grazie del Santo Padre. Cattura la simpatia di Clemente perché tutti e due fiorentini, perché il papa si ricorda di mastro Giovanni, stimato genitore di Benvenuto, perché anche se il ragazzo disprezza la musica che suona è comunque dotato di inconsueto talento musicale e al papa piace ascoltarlo, perché quando Clemente scopre qual è la vera vocazione artistica del giovane si meraviglia e perché il pontefice prova un affetto naturale per quel discolo scapestrato. Insomma, a Benvenuto gli si spalancano le porte del paradiso in largo anticipo, quando il papa in pubblico dice che gli vuole un gran bene e così cardinali e potenti romani fanno a gara per commissionargli opere.

È l’artista del momento a Roma, i suoi gioielli sono di gran moda. Guadagna molto bene, così bene che si mette in proprio e apre la sua bottega, padrone di se stesso ma schiavo della propria veemenza. Durante un’allegra tavolata in festa, dove siedono artisti con le coppe colme di vino tra risa, canti e balli, sopraggiunge un guastafeste in compagnia di una puttana. Il bulletto strafottente canzona gli ospiti per far ridere la sua baldracca, esagera poi senza pudore nella sua scornacchiata ad offendere sfacciato Firenze e i fiorentini, e Benvenuto s’accende subito di fuoco e fiamme.

“Sei tu quello che parla male dei fiorentini?” Chiede Benvenuto ad un paio di centimetri dal brutto grugno del bullo. 

“Sono quello.” Risponde l’altro con faccia da schiaffi. 

“E io sono questo!” Replica Benvenuto mollando una sberla sonora SCIAAAF! sulla guancia dell’altro. 

Segue immancabile duello all’arma bianca. Nello stesso periodo, scampa al flagello della peste bubbonica – che invece si porta via tanti suoi parenti, amici e conoscenti – ma non a quello della sifilide. Si prende il mal franzese da una servetta di quattordici anni che è al servizio di una bagascia bolognese, ma per fortuna sua viene curato in tempo. A Roma si diletta con una combriccola di scavezzacollo suoi pari, tra osterie, lazzi, guasconate e ragazze allegre. Un giorno per fare uno scherzo ai suoi compari perditempo convince il delicato e bel giovinetto Diego a conciarsi da dama e i somari ci cascano leccandosi i baffi per quella misteriosa e birichina Pomona, e le altre fanciulle della compagnia pure sono ingannate, e sono palpate risolini tastatine fino a quando non scoprono che Pomona è in realtà Diego e ha la salsiccia nelle braghe. Son ragazzate. Un’altra volta si infuria come un toro perché la battona Pantassilea, già sua amante, gli ha soffiato l’amicizia e l’amore del giovincello Luigi Pulci di grazia e di forma oltramodo bello ma tutto pieno di mal franzese e allora tende un agguato a tarda sera per punire i due traditori e i loro accompagnatori sgavazzanti.

Nascosto in un cortile di un’osteria lungo il Tevere, sbuca all’improvviso da un cespuglio di marruche; un pazzo ricoperto di spine, e dichiarando la volontà di fare strage, regala ferite a destra e manca. Un poco di pazienza Benvenuto, da lì a poco non ti mancherà di certo l’occasione di menare le mani. Corre l’anno del Signore 1527, dal Nord scendono nubi di guerra sulla Penisola Italica. Era di già tutto il mondo in arme. Cala in Italia l’esercito mercenario di Georg Von Frundsberg, il brutale, coraggioso e astuto capitano supremo dei lanzichenecchi al servizio dell’Impero di Carlo V d’Asburgo. Benché vecchio e malato ma non stanco di battaglie e crudeltà, comanda un esercito di 14.000 uomini, eccitati dalla prospettiva di abbondanti saccheggi di città-prede, con l’obiettivo finale di prendere la “Novella Babilonia”, cioè Roma di papa Clemente VII. Leggenda vuole che attaccata alla sella del suo destriero da guerra ci sia un cappio di corda d’oro che mostra beffardo ai suoi uomini: con quel cappio ha intenzione d’impiccarci il papa. Le sue truppe fanno paura: luterani per fede, i “lanzi” svevi, franconi, bavaresi e tirolesi odiano con accesa passione i papisti. Per quei soldati di ventura, Roma rappresenta la capitale del regno demoniaco cattolico, la viziosa, avida, lussuriosa metropoli di Lucifero, l’Urbe meretrice.

Georg von Frundsberg

Combattono a piedi con ardore e decisa violenza, organizzati in falangi di picchieri. Marciano sporchi e affamati, da troppo tempo a digiuno di bottino; l’estetica pittoresca delle loro vistose divise colorate con ampi camicioni dalle maniche a sbuffo e ornati di fiocchi, le calzamaglie attillate a scacchi e i grandi cappelli piumati sul capo stride con quei musi da forca dall’irrefrenabile desiderio di massacro nonché con tutto quell’armamentario per la distruzione con cui si accompagnano. Archibugi, giganteschi spadoni a due mani Zweihänder, picche, alabarde, lame larghe e corte Katzbalger – Lanzichenetta, micidiali nelle mischie ravvicinate, scimitarre Kriegsmesser – la Coltella da guerra, mannaie per affettare uomini, mazze spaccateste, pugnali per ferite che non si rimarginano più, punte affilate, ferri del mestiere, attrezzi paurosi per dolori estremi: sono le armi che usano con maestria e ferocia quando vengono a contatto con il nemico. L’unico serio ostacolo che hanno prima di Roma sono le schiere di tenebra di Giovanni dalle Bande Nere, ma ora che un colpo di un moderno falconetto – ultimo grido dell’industria bellica cinquecentesca – ha falciato la vita del Gran Diavolo Giovanni difensore del papa, tra l’orda e le mura capitoline non c’è più alcun intralcio. I lanzichenecchi attaccano la città di Pietro; boati d’artiglieria, grida a squarciagola nella nebbia da polvere da sparo, massi schiacciano teste, le scale sono sui bastioni. Arrivano! Cellini è lì anche lui, quel momento, in quegli stessi metri quadri al centro del mondo e della Storia. E non è uno spettatore passivo, al contrario. Con il suo fedele schioppetto da caccia spara indemoniato dagli spalti sull’ammasso in movimento di uomini e alabarde: la guerra gli garba.

Cellini è un cecchino eccezionale. Ferisce a morte nientedimeno che Carlo di Borbone, il comandante supremo del contingente spagnolo affiancato ai lanzi. Bel colpo! Però gira male ai papisti. Il tumulto lanzichenecco preme a Porta San Pietro, i crucchi stanno allargando la breccia in un durissimo braccio di ferro con le truppe di Clemente, poi per loro, c’è un incredibile colpo di fortuna. Un drappello di spagnoli scopre un passaggio sguarnito a ridosso delle mura, che attraverso un cunicolo stretto e buio, conduce ad una cantina di un palazzo. S’intrufolano quatti ghignanti. Non incontrano nessuno sul loro cammino, tornano dunque indietro e fanno un fischio alle altre compagnie. La diga è rotta, il fiume è in piena e la soldataglia lanzi si riversa a Roma urlante gioia crudele. Mattanza romana: è il famigerato sacco, le botti delle taverne sono prosciugate, le botteghe devastate, i palazzi patrizi svuotati, le chiese profanate dai sabba della razzia. Depredazione totale, depravazione completa. Preti e frati son fatti a pezzi o appesi alle finestre. Gli stupri sono collettivi, donne di ogni età vengono violentate e i mariti e i figli uccisi, le suore sono trascinate nei bordelli. Dozzine di cadaveri sono abbandonati nelle strade e sulla superfice del Tevere.

6 maggio 1527: muore il Rinascimento nella città che fu eterna. Il papa si è salvato rifugiandosi nella solida ridotta di Castel Sant’Angelo protetto dai suoi ultimi svizzeri e da Benvenuto Cellini riuscito ad entrare all’ultimo secondo nella fortezza prima che la saracinesca del portone venga abbassata sul naso dei lanzichenecchi inseguitori. L’artista è in prima fila a difendere la vita del suo pontefice e si dà un gran da fare come artigliere di bombarda. Pare divertirsi. Manovra i falconetti e fulmina dall’alto un buon numero di nemici. Instancabile ed entusiasta con la miccia, gli affidano persino la responsabilità di una batteria di cinque bocche da fuoco con relativi serventi ai pezzi con cui, per un mese intero – la durata dell’assedio di Castel Sant’Angelo – lancia saette sulle teste degli asburgici e degli spagnoli, giorno e notte, venendo anche ferito al petto. Tira con il cannone contro l’osteria del sole rosso dove fan baldoria alti ufficiali nemici e ne fa strage. Trancia in due uomini con il fuoco del falconetto per il piacere del Santo Padre spettatore d’eccezione della carneficina quotidiana, che benedice quel suo pupillo di arte e sangue, orafo d’Italia e fedele massacratore di eretici, e lo perdona di tutti gli omicidi passati, presenti e futuri sotto il servizio di Santa Romana Chiesa; amen figliolo, vai e uccidi per Cristo e per Clemente VII. 

Frattanto, Roma agonizza. I lanzi ubriachi di vino e delirio nell’ansia da rapina continua, affannati nel rubare tutto quel che c’è, dopo aver svuotato palazzi, case e chiese fin nelle cantine, come ratti mai sazi scavano nel sottosuolo, nei cimiteri e nelle catacombe, perché credono che i romani occultino i loro tesori tra i morti e si spingono ancora più giù, pirati di terra accecati dall’avidità, e sguazzano nelle fogne e nella cloache, forse l’oro si nasconde nella merda… oro, oro, oro! Ma l’oro non c’è più, ma anzi caro lanzi, c’è il veleno che si alza miasmatico dagli scoli putridi, dalle tombe profanate e dai cadaveri in pasto alle mosche sulle sponde del Tevere, e si diffonde nell’aria fetida marcia dell’Urbe diventando peste. Roma moribonda, al pari di una fanciulla violentata ripetutamente da una branco ormai esausto, è gettata nelle ortiche da suoi aguzzini, e abbandonata. Seguiranno anni di convalescenza per riprendersi dal terribile shock. Benvenuto Cellini, in attesa che la città ritorni ad essere ricca e spendacciona, si rimette in tour per l’Italia, per fare ritorno dal suo benefattore Clemente VII nel 1529, che lo nomina maestro delle stampe della zecca pontificia. In quei giorni, un grave lutto turba la sua vita. L’amato fratello Cecchino, militare di professione, finisce nel mezzo di una furibonda mischia di strada con le spade affilate e spira tra le braccia di Benvenuto che gli giura prima che l’altro chiuda gli occhi per sempre: 

chi t’ha fatto male vedrai le tua vendette fatte per le mia mane.

E subito dopo si scaglia con una furia con lama sguainata contro l’assassino del fratello, un tal Maffo, senonché altri cinque amici di Cellini si frappongono e lo bloccano in extremis, prima che sul selciato scorra un altro fiume di sangue. Aspettando il suo momento, lavora sulla lapide di Cecchino, soldato venticinquenne, e scolpisce lo stemma di famiglia: un leone rampante, di color d’oro in campo azzurro, che afferra un giglio rosso. Per il sepolcro del fratello però apporta una piccola modifica. Al posto del giglio rosso tra gli artigli del leone, inserisce un’accetta. Per non scordare di vendicarlo. Benvenuto insegue la morte. La trova una tarda sera nelle vicinanze della Tor Sanguigna, nel rione Ponte, dove l’archibugiere che ha ucciso Cecchino ha la sua abitazione. Scocca la mezzanotte, Benvenuto è vestito di tenebre, con la cappa nera calata sul volto, in agguato nel vicolo buio, aspettando il momento propizio per lo scatto mortale con le narici che sbuffano furore omicida. L’archibugiere Maffio esce sull’uscio di casa, dopo aver cenato. La tigre Cellini balza con la mano armata di un tremendo pugnale pistolese con robusta lama a sezione romboidale per tagliargli la gola con un colpo secco, ma l’altro con la coda dell’occhio ha visto l’ombra della vendetta e in un millesimo d’istante è riuscito a proteggersi dal colpo terrificante con la spalla. Il pistolese penetra fino a frantumargli l’osso.  L’archibugiere con la spalla maciullata abbandona la spada e terrorizzato sanguinante urlante prova a scappare, ma dietro c’è la tigre feroce in cappa nera con la lama assetata di sangue. Raggiunge l’assassino del fratello in quattro passi, alza il pugnale sulla sua testa e con tutta la sua forza infilza il collo del nemico, così forte che perfora l’osso del collo e lì rimane incastrato. L’uomo crolla in terra, stecchito. Benvenuto con tutte e due le mani tenta di estrarre l’arma dal collo del cadavere, ma nulla, il colpo è stato bestiale, il pistolese non viene via. È costretto ad abbandonarlo, quando quattro guardie accorrono sul luogo del delitto, attirate dal trambusto. Il papa gli perdonerà la “bravata”, non appena vede la bellezza delle opere che l’artista gli ha realizzato.

Clemente VII

Nella Vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze le avventure si susseguono ad un ritmo frenetico, mirabolante, irresistibile e violento, come in uno scombussolato sogno cinquecentesco. Intrattenendosi nelle camere del retrobottega con una bella giovane servetta per il diletto carnale non s’accorge che riceve la visita di un ladro. Per fortuna il ribaldo è messo in fuga dal fido Barucco, un cagnone con cui va a caccia, grosso e feroce. Un giorno l’intelligente bestione Barucco dall’olfatto di buona memoria riconosce in piazza Navona il manigoldo che per poco non viene sbranato. Il padrone lo aizza contro il farabutto fino a farsi riconsegnare gli oggetti rubati con l’aggiunta di interessi per il disturbo. La bella servetta di prima, con cui si sollazza di notte dopo giornate di assiduo lavoro gli attacca una malattia venerea e per alcune settimane perde persino la vista e il corpo gli si ricopre di certe vescichette, grandi come quattrini, rosse: morbo gallico o mal franzese dicono i medici segaossa. Guarisce in tempo per bisticciare con il suo primo cliente, che è il Santo Padre, per causa delle rivalità con altri artisti, delle maldicenze sul suo conto, e senza dubbio per via di quella sua dannata linguaccia arrogante e rabbiosa che lo mette sempre nei pasticci.

L’alterigia di Benvenuto lo fa abbaiare; can che abbaia non morde, si dice, ma noi diciamo che testa matta Cellini abbaia e morde. Per fortuna c’è l’amore a distrarlo. S’innamora infatti della bellissima siciliana Angelica; il bruto è proprio cotto a puntino. I due piccioncini hanno una relazione segreta nascosta da quell’avida arpia della madre di lei, e quando la vecchia li scopre, sapendo che quel pazzo non è di certo un buon partito, gli porta via Angelica, trasferendosi al sud. L’artista infatuato è disperato. Il caso vuole che conosca uno strano prete, anch’egli siciliano; un erudito molto dotto di lettere latine e greche. Oltre a fare il prete, fa anche il mago e pratica la negromanzia. Cellini gli chiede di assistere e partecipare ad un rito magico, una specie di messa nera alla amatriciana. Una notte Benvenuto accompagnato da due suoi amici se ne va tra i ruderi dentro al Colosseo dove li aspetta il prete stregone. Costui, tra le pietre che furono della Roma imperiale si mette a disegnare circoli in terra, pronunciando formule e agitandosi in cerimonie bislacche. Accendono il fuoco, brucia l’incenso tra le civette che guardano stupite e di storto quei perditempo della notte, intenti a passarsi un pentacolo tra loro, a gettare tra le fiamme erbe ed essenze, per far salire un fumo inebriante dall’interno dell’anfiteatro corroso dal tempo; e si dicono invocazioni, scongiuri, bestemmie. Che magnifico quadretto di bizzarria storica. Sembra di vederli i forsennati in quell’angolo antico romano mentre attorno al fuoco attendono l’arrivo delle legioni dell’inferno. Finalmente il prete siculo esperto di arti occulte dice che l’ora è giunta e che tutt’attorno ci sono demoni che aspettano di sapere quello che vogliono questi umani bricconcelli. Benvenuto chiede alle ombre di riavere la sua Angelica. Il prete fattucchiere gli risponde che ai demoni sta bene ma devono tornare un’altra notte, e ripetere il rito con un fanciulletto vergine. D’accordo, arruola un suo fattorino pischello dodicenne, si porta appresso anche il domestico e tornano tutti quanti tra le rovine del Colosseo per un nuovo sabba alla vaccinara.

Una banda di gatti randagi osserva incuriosita la scena. Il prete negromante ha portato con se una carriola di libri in lingue latine, greche, esoteriche ed eretiche e disegna un largo cerchio al cui interno si mettono gli esploratori dell’occulto. Di nuovo fuoco, liturgie incomprensibili greche, latine ed ebraiche, si alzano fumose zaffate di profumi cerimoniali. Lo stregone con la tonaca da prelato è su di giri, giura che stanno arrivando intere legioni di diavoli, un esercito! Astaroth, Barbatos, Jezebel, Satanachia, Zaebos! Belzebù, ci ascolti tu? Cellini tiene il pentacolo magico sopra la testa del fanciullo tremante e chiede ancora della sua Angelica. Il negromante di Sicilia gli assicura che entro un mese la riabbraccerà, mentre il piccolo garzone è terrorizzato perché vede quattro mostruosi giganti comandanti delle legioni infernali che vogliono entrare nel cerchio. Ora anche il prete perde il controllo della situazione, se la fa sotto assieme agli altri stretti l’un l’altro assediati dalle forze demoniache del Colosseo.

Pure il prode e gradasso Cellini è scosso dalla comune strizza, pallido come un cadavere. Il ragazzino si mette le mani sugli occhi, grida che ora tutto il Colosseo arde e che onde di fiamme stanno per scatenarsi contro di loro; presto, presto, dice il prete, occorre domare i demoni con l’olezzo di zaffetica, che è una miscela di zolfo per scacciare il maligno dai luoghi infestati. Ma al posto della zaffetica ci pensa il domestico dell’orafo a mandar via i satanassi molesti dall’anfiteatro. Usa un rimedio naturale. Il cameriere, mezzo morto di paura con gli occhi sgranati dal terrore mentre si china a cercar la zaffetica fa una strombazzata di coreggie con tanta abundanzia di merda che risulta essere efficacissimo antidoto contro gli attacchi dei diavoli. L’orafo se la fa sotto non più dalla fifa ma dal ridere. Il gruppetto tela via, con il marmocchio aggrappato alla cappa di Benvenuto, mentre alcuni demoni insonni li seguono correndo e saltando sui tetti di Roma. Un mese gli hanno promesso quei servi di Lucifero; un mese e ritroverà la sua Angelica. Passano i giorni e Benvenuto è costretto a far di nuovo fagotto perché ricercato per aver quasi ammazzato un notaio senese a cui ha scagliato in testa una palla di fango con dentro un bel sasso: centro! Scappa al galoppo verso Napoli dove per una coincidenza davvero assurda ritrova Angelica. Che ci sia davvero lo zampino di Lucifero, adesso gozzovigliante con trippa e vino dei Castelli nelle taverne capitoline? Si abbracciano, si baciano, si amano e alle spalle l’avida madre di lei grugnisce e borbotta. Sarà una love story che comunque durerà poco, conoscendo ormai un poco il carattere libero e bestiale dell’artista.

A Napoli è ricevuto in pompa magna dal viceré nominato dalla corona di Spagna ma non si trattiene molto sotto il Vesuvio, perché il suo protettore cardinale de’ Medici gli garantisce un ritorno senza pericolo e dunque partendomi di Napoli a notte con li dinari addosso, per non essere appostato né assassinato, come è il costume di Napoli, Cellini rientra a Roma e si riconcilia con Clemente VII, ormai malato, e da lì a poco il suo vecchio amico papa muore. Morto un papa e se ne fa un altro: sale al soglio pontificio Paolo III, della casata dei Farnese, con cui l’artista avrà ben altri rapporti, guastati in parte dalla forte ostilità del figlio di Paolo III, “il bastardo del papa” Pier Luigi Farnese, un maniaco assetato di sangue e di chiappe minorenni, mercenario spietato, rapinatore e taglieggiatore, aguzzino forte del proprio potente cognome, pederasta stupratore di ragazzini e addirittura di un vescovo nello spaventoso episodio dell’oltraggio di Fiano.

Che personaggi tenebrosi ci regala il nostro Cinquecento, dove il nostro scultore non è da meno, infatti quando incontra per strada l’odiato gioielliere Pompeo, sguaina un suo picol pungente pugnaletto e gli si avvicina per firmargli la faccia con uno sfregio, solo che lo prende dietro l’orecchio, di punta, e gli buca il cervello uccidendolo. Non voleva ammazzarlo ma, sí come si dice, li colpi non si danno a patti e Pompeo cade stecchito. Per l’ennesima volta, deve fuggire, prima a Firenze dove governa Alessandro di Lorenzo de’ Medici, detto il Moro, poi si mette in strada con destinazione Venezia e passando da Ferrara c’è occasione per un’altra rissa: dei teppisti locali lo provocano e come da copione sono botte da orbi – io vi ammazzerò tutti – e a calci in culo mette in fuga la banda di giovinastri emiliani che scappano assomigliando ad un branco di porci. Inseguito fino a Vinezia dai bulli ferraresi che gliel’hanno giurata, si porta appresso per i canali un giannettone, un’arma in asta da lancio per infilzare come un’oliva con lo stuzzicadenti qualsiasi manigoldo venga a rompergli le scatole.

La laguna non placa l’aggressività dello spaccone di Firenze e facendo ritorno verso il Centro Italia devasta un’osteria solo perché il proprietario è stato scortese. Graziato da Paolo III ma non dalla sorte, a Roma si busca una brutta malattia. Trema a letto farneticante, scotta di febbre, sulla sua fronte si potrebbe cuocere un uovo all’occhio di bue. Delira, ha le allucinazioni. E muore. Benvenuto Cellini (Firenze 1500 – Roma 1535) requiescat in pace. No, invece. Risorge! Proprio prima di essere preparato con le vesti per la sepoltura il non-morto ritorna dall’aldilà. È vivo, una folla di curiosi e di medici accorre a vedere il miracolo di San (santo, sì, come no, certamente …) Benvenuto. Il vecchio dottore matusalemme Francesco da Norcia si prende cura di lui, con medicazioni, unzioni, impiastri, nonché con venti mignatte al culo, forato, legato e tutto macinato. Durante la convalescenza ci racconta che durante un attacco di nausea comincia a vomitare, e in quel vomito viene fuori dallo stomaco un verme peloso, grande come un quarto di braccio, dai peli lunghi e spessi, e dal corpo immondo, macchiato di diversi colori, verdi, neri e rossi. Un aneddoto alla barone di Münchhausen, non sappiamo se credergli.

Pier Luigi Farnese

Guarito, s’azzuffa con il papa Paolo III, c’è la rottura tra i due, dovuta, secondo la versione di Cellini, alle malelingue che circondano il sommo pontefice. È occasione per un nuovo viaggio, questa volta con destinazione Parigi e la Francia di Francesco I, mecenate e sovrano dei franciosi bestiali. Ma non trovandosi a proprio agio, fa solo una toccata e fuga e rientra in Italia. Questa volta però, c’è un’amara sorpresa per l’artista: le manette. Gli sgherri di Paolo III lo arrestano con l’accusa di essersi appropriato indebitamente dell’oro pontificio durante l’assedio di Castel Sant’Angelo nei giorni del ciclone lanzichenecco del sacco di Roma. Ingiurie messe in giro da quel criminale patentato del “bastardo del papa”, Pier Luigi Farnese. Calunnie o meno, il trentasettenne Benvenuto finisce nelle galere papaline e torna dentro le mura di Castel Sant’Angelo, adesso da recluso. Il direttore del carcere, cioè il Castellano fiorentino Giorgio degli Ugolini, è uomo buono e all’inizio di quel rapporto forzato con l’illustre ospite anche accomodante e gentile, ma soffre di notevoli disturbi psichiatrici. Talvolta gli prendono questi attacchi di follia, e durante le sue passeggiate sui bastioni comincia a parlare e straparlare e a credersi oggetti o animali: una volta pensa di essere un orcio per l’olio, un’altra è convinto di essere un ranocchio e si mette a saltare sugli spalti, un’altra ancora è sicurissimo di esser morto stecchito e non si muove più dal pavimento e tocca metterlo dentro una bara.

Un giorno è fare due passi con il detenuto Cellini e improvvisamente si mette a fare dei versi striduli e ad agitare braccia e mani a modi di ali. Il direttore degli Ugolini fa il pipistrello, il suo alter ego preferito. Invita il carcerato alla sua tavola, dove gli attacca dei bottoni micidiali senza capo né coda, completamente alienato, per ore e ore di discorsi assurdi a sfiancare la scarsissima pazienza dell’ospite. Benvenuto approfitta per pranzare come Dio comanda, ma dopo un po’ non ne può più, con le orecchie logorate da tutto quel blaterale sconclusionato del Castellano insonne e a digiuno da giorni, con l’espressione da pazzo allucinato, e gli occhi strabici dalle pupille squilibrate che roteano su e giù. In realtà chi spiccherà il volo non sarà il pipistrello Ugolini, ma il falco Cellini, che medita la sua grande fuga dall’inespugnabile Castel Sant’Angelo. Ruba attrezzi di falegnameria alle guardie, taglia lenzuola, lavora di notte a togliere chiodi ed allentare i battenti della porta ferrata della sua cella, riesce a procurarsi persino un pugnale. In una notte al chiaro di luna, vediamo quello scalmanato calarsi dall’ultimo piano del mastio della fortezza con il più classico dei metodi delle più classiche delle evasioni, ovvero con il lenzuolo, e scendere a forza di braccia lungo l’alto muro del torrione e atterrare nel cortile interno. Adesso c’è il muro di cinta da scalare e oltrepassare per raggiungere la libertà. Ha una fortuna sfacciata: trova tra la paglia una lunga pertica con cui si issa con fatica disumana fino ai merli. Una guardia lo scopre, ma spaventata dal luccichio del pugnale e da quegli occhi da tigre determinatissima a uscire dalla sua gabbia si gira dall’altra parte, senza dare l’allarme. Il fuggitivo ha i palmi delle mani squarciati che fumano, ci orina sopra per darsi sollievo. Con l’ultimo lembo di lenzuolo si cala per qualche metro all’esterno delle mura, poi però la corda finisce e allora si lascia andare verso il buio ignoto del terreno. Crack! Si è spezzato una gamba, dannazione, ma non demorde, ce l’ha quasi fatta, riesce a capire il meccanismo giusto per aprire il portone verso Ponte Sant’Angelo e la libertà … via, coperto dalla notte romana, trascinando zoppo la gamba rotta, tenendo a bada con il coltello branchi rabbiosi di cani randagi parecchio affamati e assassini. Si nasconde sotto la protezione di potenti amici fiorentini e del cardinal Andrea Cornaro, “l’abate nero”. Ma il papa non dimentica. Vuole scovarlo e punirlo, questa volta con il pugno di ferro. È il 1539, il ricercato latita nel palazzo del cardinal Cornaro, a letto con la gamba steccata. Una notte sciagurata, scoccano le quattro. Gli scagnozzi del papa fanno irruzione ed entrano duri nella stanza dell’ospite. Il cane di Benvenuto, eccezionale guardia del corpo, sbuca da sotto il letto con i denti in vista e solo contro una banda di uomini attacca senza paura per azzannarli. Ringhi, morsichi, ahia! degli sbirri, cappe strappate, chiappe lacerate. Purtroppo, quella dell’amico fedele, è battaglia eroica ma persa: le guardie son tante e nel putiferio della camera lo legnano forte coi bastoni fino ad acquietarlo in un angolo di guaiti. Liberi da ostacoli e da fauci rabbiose, la soldataglia può dedicarsi all’evaso, immobilizzato a letto. Lo trascinano su una sedia e lo legano come un salame. Si riaprono per lui le porte della fortezza di Castel Sant’Angelo, e questa volte non ci saranno trattamenti di favore, lenzuola pulite e caminetti accesi. Lo gettano in una segreta, un buco da incubo, nel buio, nell’umidità, nella sporcizia. Ragni e scarafaggi gli corrono sul corpo infermo e lurido. Dalle pareti ammuffite, si tuffano vermi e blatte. Passano giorni, settimane, mesi su un giaciglio fetido in compagnia di ratti. È l’inferno in terra di Benvenuto; recluso e abbandonato tra i suoi stessi escrementi desidera la morte, e se avesse una lama, non esiterebbe a recidersi la gola. Barba e capelli crescono in una matassa pidocchiosa, le unghie nere e lunghe sono diventate come rasoi con cui deve stare attento a non ferirsi, i denti marci iniziano a cadergli di bocca. Nelle ore scarse in cui entra nel buco un po’ di luce, legge la Bibbia per trovare conforto ed è una lettura che lascia il segno. Sprofonda in sogni agitati da apparizioni divine, di notte gli fa visita un angelo bellissimo che gli parla. A morsi, riesce a strappare alcune schegge di legno dalla porta della cella e intingendole nei mattoni corrosi dall’umidità ottiene una matita preistorica con cui scrive versi timorati sulle pagine bianche della Bibbia, e con un pezzetto di carbone disegna sulle pareti icone di Dio Padre circondato da angeli e un Cristo resuscitante vittorioso, davanti alle quali s’inginocchia nel fervore religioso. Sarebbe morto così Benvenuto Cellini, di tedio, di follia, di malattia o avvelenato come hanno provato a fare usando polvere di diamante nel cibo per devastargli budella e viscere, invece arriva a salvarlo da quella fine miserabile Ippolito d’Este, cardinale di Ferrara e consigliere regio di Francesco I di Francia. Una nuova vita attende Benvenuto; un’altra volta risorto, e per la seconda volta galoppa verso le terre francesi in cerca di fortuna. 

A questo punto della storia, ci si chiede se dopo l’esperienza terribile del carcere d’isolamento, a cui è seguita una sorta di conversione alla fede e al pentimento, ci sia stata una profonda redenzione in Benvenuto. Risposta: no, assolutamente. Durante il viaggio infatti si scontra con un mastro di posta senese, altro buon attaccabrighe della sua stessa pasta, e alla stazione lo fredda con un’archibugiata in testa. S’aggiunge un’altra croce alla lista di morte, redatta durante il cammino di sangue celliniano su questa Terra. 

Alla corte di Francesco I, nel castello di Fontainebleau, viene accolto a braccia aperte dal sovrano amante dell’arte. Si mette subito all’opera, eccitato dalle enormi possibilità di arricchimento. Scudi d’oro: Benvenuto è perennemente alla caccia spasmodica di denaro, ne spende, ne è avido. Il re gli commissiona dodici statue d’argento massiccio, alte come lui, raffiguranti sei dei e sei dee, e che possano fungere da candelabri da collocare tutt’intorno la tavola reale, per deliziare gli ospiti e per ricordare loro la magnificenza d’Orléans anche nei momenti lieti e frivoli. Il re adora il toscano, quel suo ultimo acquisto per la sua personale scuderia di artisti italiani. Ne apprezza finanche l’eccentricità e il carattere balordo; per esempio c’è quel gustoso episodio di quando Francesco fa una visita a sorpresa al laboratorio di Cellini, che non sente arrivare l’arrivo del re e del suo seguito perché con gran baccano è intento con gli aiutanti a martellare e scalpellare. Proprio mentre il monarca fa il suo ingresso, un garzone francese fa arrabbiare il maestro e dunque l’artista molla al ragazzetto un robusto calcio in culo, tanto che il putto spicca il volo d’angelo fino a finire in braccia al sovrano. Francesco invece di prendersela, si sganascia dalle risate. Tanto però sappiamo come andrà a finire questo idillio: male. Colpa di certo della superbia e dell’impazienza del protagonista, per essersi distratto da altri progetti di opere invece di ubbidire senza tante storie al volere del re e ai suoi desideri; colpa della sua incorreggibile tracotanza e della rivalità con l’altra primadonna di corte Francesco Primaticcio, detto il Bologna, pittore e architetto a cui giura io subito vi ammazzerò come un cane; e senza dubbio colpa dell’odio (ricambiato) nei confronti della favorita Madame Anne de Pisseleu d’Heilly, duchessa d’Étampes. Madame d’Étampes dichiara guerra totale all’italiano dopo che quest’ultimo teppista in un raptus d’ira ha sfasciato la casa del domestico della favorita del re, spaccando tutto e gettando i mobili del poveretto dalla finestra. Si fa tanti nuovi nemici da aggiungere alla sua nutrita collezione in immancabili risse con la daga affiancato dalla sua gang di aiutanti di bottega e picchiatori da strada, contro franciosi insolenti e ribaldi, fino a lasciarli senza l’uso delle gambe. Alla corte si sparla alle spalle di Cellini (parlargli in faccia è rischio da roulette russa), alle orecchie di Francesco I arrivano brutte voci, le lingue franzose della cerchia reale bisbigliano e ricorrono al lombardesco ispediente, ovvero alla calunnia. Accade poi l’episodio più infame della sua biografia già fin qua molto violenta. 

A Cellini Clockwork Orange – Arancia Meccanica tardorinascimentale. Tra la sua squadra di garzoni e domestici c’è il giovane fidato e promettente Pagolo e c’è Caterina, la sua cameriera personale di giorno e cortigiana esclusiva di notte – con me ne son servito ai mia piaceri carnali – di cui è gelosissimo e non vuole che nessun’altro si azzardi a sfiorarla. Un giorno l’orafo è invitato ad una festa di altri italiani espatriati ma rientra prima del dovuto nella sua dimora e trova l’infedele Pagolo e quella lasciva di Caterina “con le mani nella marmellata”, a darsi da fare traditori sul materasso del padrone. Il fiorentino dà di matto, caccia di casa a suon di vergate l’infingardo Pagolo, la ninfomane Caterina e quella ruffiana della vecchia madre di lei. I tre decidono di vendicarsi a modo loro. Denunciano Benvenuto Cellini ad un tribunale francese, accusandolo di aver praticato sodomia con la povera innocente Caterina, costretta dal bruto a sottostare alle voglie più peccaminose, pervertite e contro natura di quella bestia senza Dio del padrone. Il sesso anale è reato grave in Francia, punibile con la galera e con forti risarcimenti in quattrini che il sodomizzatore deve alla sodomizzata. I tre sperano di estorcergli un bel gruzzolo di scudi d’oro con la calunnia e lo scandalo. Al processo, l’accusato si presenta con una decina di bravi suoi e il giudice gli chiede di rendere conto dell’ignobile pratica sessuale della maniera “all’italiana”, e l’imputato ribatte che no, non è il modo “all’italiana”, bensì è la via “alla francese”. Interessante vedere come secondo gli italiani il peccato d’orifizio licenzioso è da intendersi “alla francese”, e viceversa per i francesi è sicuramente metodo “all’italiana”. Sia vizio di Francia o d’Italia, la sostanza non cambia come ci ricorda il grasso giudice che siede in aula, dicendo che “ella vuol dire che tu hai usato seco fuora del vaso dove si fa figliuoli”. Scoppia il putiferio in tribunale, urla, grida, proteste, l’imputato rammenta ai presenti la sua amicizia con il sovrano e invoca il rogo per la puttanella Caterina e per la strega di sua madre. Se la cava con la promessa di pagare 500 scudi alla sodomizzata. Dopodiché, scatta la brutale vendetta celliniana. Non siamo più a raccontare l’ennesimo aneddoto dettato dall’arroganza e dalla superbia del personaggio facinoroso, ora è episodio di vera crudeltà. Aizzato da tale bestiale passione e dalle spacconate che Pagolo va a dire in giro sul suo conto, Benvenuto parte alla carica. Scopre dove sono andate ad abitare le tre carogne. Fa irruzione con la spada, li trova tutti e tre assieme nella stessa stanza e appoggia la punta della lama sotto il mento di Pagolo, terrorizzato, tremante, balbettante pietà, mentre un suo servitore che l’ha accompagnato sbarra la porta di modo che l’iscellerata puttanella e l’arpia madre di costei non possano fuggire. Poi gli viene un’idea balorda, e ordina al suo bravo di andare a chiamare due notari ed alcuni testimoni. E lì, sotto la minaccia delle armi, in presenza di funzionari civili, obbliga i due traditori a sposarsi. Ecco, adesso che Pagolo è marito ne farà immediatamente un cornuto. Riprende a servizio Caterina. Gettandole in terra trenta denari la fa lavorare in casa tutto il giorno completamente nuda, davanti a tutti, trattandola come una cagna. Lei gli prepara la colazione e serve lui e gli ospiti del padrone senza uno straccio addosso e ogni volta che il teppista ha voglia la prende con la forza. La stupra ripetutamente, e sadico ricorda al marito di tutte le corna violente che ogni giorno gli mette in testa. Venuto a noia anche di quel gioco malvagio, un dì perde la tramontana più ferocemente del solito, e prende per i capelli Caterina, la trascina in camera sua e la pesta a sangue fino a quando non si sente esausto. La massacra. Pazzo cattivo, quasi si vanta nella sua autobiografia; altri tempi sicuramente, non si hanno le nostre sensibilità certo, ma oggi per una crimine del genere ci sarebbe la fine di Cellini come artista e la damnatio memoriae. Sempre secondo le sue parole, la vicenda si conclude con un assurdo colpo di scena. Caterina, dopo che è rimasta a letto per due settimane per le botte ricevute, torna scodinzolante dal suo padrone e lo abbraccia, lo riempie di baci, gli chiede perdono per tutto e i due fanno pace copulando felici giorni e giorni, immersi nelle piacevolezze carnali

Nello stesso periodo prende come modella la giovine Gianna, una fanciulla di quindici anni circa. Un’adolescente brunetta molto bella di fisico e di volto, di cui l’artista s’invaghisce. Essendo la ragazzina un poco selvatica, di pochissime parole, dalla camminata lesta e iperattiva, dall’espressione sempre corrucciata, le dà il soprannome di Scorzone, come il tartufo nero. Scorzone, che prima di incontrare l’indemoniato più vecchio di lei di trent’anni era vergine, gli dà una bimba, Costanza. Questo fu il primo figliuolo che io avessi mai, per quanto io mi ricordo.

Come accennato prima, parte della corte di Francesco I gli è ostile e il re ormai lo ritiene un ospite ingombrante. Benvenuto torna in Italia, nella sua Firenze ora retta dal governo ducale di Cosimo I de’ Medici per realizzare il Perseo con la testa di Medusa, il suo capolavoro assoluto, per cui si consacrerà all’immortalità nell’Olimpo dei grandi artisti italiani. L’opera verrà collocata sotto la loggia in Piazza della Signoria, in onorevole compagnia delle statue dei mostri sacri Michelangelo e Donatello. Come modello prende il bel fanciullo Cencio, figlio della vituperosa puttana Gambetta, meretrice fiorentina. Per creare il suo Perseo, Benvenuto Cellini compie uno sforzo immane; è un’impresa epica, rischia azzardi di tecniche audaci con il bronzo, lavora insonne giorno e notte insieme alla sua equipe di assistenti attorno all’impalcatura della statua e alla fornace che esala fumi metallici; più che un laboratorio sembra una piccola fabbrica dall’aria incandescente, sperimenta la fusione a cera persa, si ammala di febbre, quasi perde tutto quando il bronzo non fa il mestiere che dovrebbe fare, e si rapprende, allora lesso dall’influenza si alza dal letto, si precipita alla fornace in uno stato di esaltazione febbrile con gli occhi che mandano folgori di saette rosse e ordina di prendere tutte le stoviglie di stagno di casa sua e scaglia piatti, scodelle, cucchiai nel calderone infernale; sfida le leggi dell’arte e della scienza, e il metallo torna a liquefarsi morbido e incandescente, la fucina del diavolo sprigiona la pelle bronzea di Perseo. Quasi morto dalla fatica, ma vittorioso.

Cosimo I De Medici

Il suo Perseo con la testa di Medusa è opera sublime. Quando mostra l’opera alla città, è un trionfo totale, il duca, affacciato alla finestra di Palazzo della Signoria, ne rimane meravigliato, la folla fiorentina lo acclama. È l’apice dell’artista ma anche l’inizio del suo declino: brilla in alto tra le stelle la luce accecante della gloria, e subito quella luce comincia ad affievolirsi. Le rivalità con altri artisti della corte medicea, l’inimicizia con la duchessa Eleonora di Toledo, la poca affinità con il duca Cosimo I che Benvenuto reputa un taccagno, le beghe, l’incorreggibile caratteraccio sfrontato, gli atteggiamenti psicopatici, lo portano verso una vecchiaia rancorosa. Viene persino truffato e avvelenato: solo pochi anni prima si sarebbe vendicato facendo a pezzi chiunque avesse osato una cosa simile, ora invece si lagna come un povero vecchio dei soldi che gli hanno gabbato e della malagiustizia che non gli dà ragione. È in questo periodo di inattività da scultore che decide di comporre la sua biografia, che detta ad un ragazzino. Racconta tante cose, e anche se tace su alcuni episodi disonorevoli come una doppia condanna per sodomia omosessuale e rissa aggravata, il volume è una magnifica macchina del tempo che ci fa viaggiare nel Cinquecento italiano, forziere temporale custode di arte, passione e spada. Il testo termina brusco con il capitolo CXIII del libro secondo con la frase dappoi me ne andai a Pisa. L’opera rimane pertanto incompiuta. Benvenuto Cellini, sociopatico teppista sublime muore a Firenze nel 1571, dopo aver realizzato grandi cose e averne combinate di tutti i colori. È stato artista di oro e anarchia che credeva di essere al di sopra della legge. L’estetica dell’ultraviolenza, come Alex DeLarge in Arancia Meccanica: Benvenuto, compagno drugo.