L’Iran è dall’alba dei tempi crocevia di commerci, culture, religioni e popoli, sede della millenaria e mai finita civiltà persiana, e situato in quello che sir Halford Mackinder definì il cuore della terra, ossia l’Eurasia, e per questo esposto da due secoli al grande gioco delle potenze occidentali per l’egemonia sull’Asia centrale. Fino al 1935 conosciuto come Persia, l’Iran finì travolto nella competizione imperialistica dell’impero russo e dell’impero britannico nel diciannovesimo secolo, cadendo sotto l’influenza di quest’ultimo in seguito alla scoperta di considerevoli giacimenti petroliferi nel paese, premessa per la costituzione dell’Anglo-Persian Oil Company nel 1908, che presto si sarebbe trasformato in un importante braccio dell’imperialismo economico britannico in Asia.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la politica filoaraba e filoislamica intrapresa dall’asse Roma-Berlino in chiave antialleata spinse Gran Bretagna ed Unione Sovietica ad invadere preventivamente l’Iran nel 1941, nel timore che l’ambiguo scià nazionalista Reza Pahlavi potesse unirsi ai nazisti e fornirgli un importante aiuto in termini di petrolio e altre risorse naturali. Con l’arrivo delle truppe sovietiche a Teheran, Pahlavi annunciò l’abdicazione in favore del figlio Mohammad, per poi ritirarsi in esilio a Johannesburg, dove morì nel 1944. L’inizio dell’occupazione britannica coincise anche con la messa in studio di un piano di lungo termine per il paese teso a garantire la salvaguardia degli interessi dell’Anglo-Persian Oil Company, divenuta nel frattempo Anglo-Iranian Oil Company.

Reza Pahlavi

Dopo aver pensato inizialmente ad una restaurazione al trono della dinastia Qajar, i britannici permisero infine a Mohammad Pahlavi di mantenere il titolo di scià a patto di incamminare definitivamente la monarchia dentro la loro sfera d’influenza. Lo scià inaugurò un’era di riforme sociali, economiche e culturali, miranti ad occidentalizzare e laicizzare il paese, e a ridurre il potere del clero sciita, la più importante istituzionale religiosa e sociale della nazione sin dai tempi dell’islamizzazione, inconsapevole che la situazione fosse seguita attentamente da MI6 e CIA. La decisione del primo ministro Mohammad Mossadeq di nazionalizzare l’Anglo-Iranian Oil Company nel 1951 condusse alla crisi di Abadan con il Regno Unito. L’Iran fu dapprima sottoposto ad una forte pressione economica legata alla formazione di un blocco antiiraniano, funzionalmente un embargo, capeggiato da Londra e seguito da paesi dell’Europa occidentale e Stati Uniti, ma la resistenza del governo Mossadeq e la virata nazionalista dello scià spinsero la Cia ad intervenire, in combutta con il MI6, per rovesciare il regime nel 1954.

Nel contesto della cosiddetta operazione Ajax, uno dei primi colpi di stato organizzati dalla neonata Cia, fu organizzata una forza paramilitare nell’eventualità della degenerazione della situazione, furono condotte delle attività sotto falsa bandiera fatte ricadere sul governo e sul partito comunista, furono corrotte le alte gerarchie delle forze armate, fu infiltrato il clero sciita, e minacciato lo scià di una deposizione violenta contro lui diretta qualora non avesse fornito aiuto alle forze angloamericane nel destituire Mossadeq. L’insieme di questi elementi contribuì a creare un caos controllato il cui risultato fu la deposizione di Mossadeq, imprigionato per tre anni ed in seguito condannato agli arresti domiciliari a vita nella sua residenza di Ahmadabad, dove morì nel 1967.Secondo diversi storici, tra cui Mark Gasiorowski, Malcolm Byrne e Michael Breschloss, l’operazione Ajax ha rappresentato uno spartiacque nella storia delle relazioni tra Occidente e Oriente islamico, creando le premesse per il risveglio islamico che avrebbe avuto luogo nel giro di pochi anni.

Mohammad Mossadeq

Allo scià fu permesso ancora una volta di tornare al potere, ma l’Iran cessò di essere uno stato-satellite britannico per passare nell’orbita statunitense, trasformandosi in uno dei punti cardine della strategia del contenimento sovietico in Asia centrale. Forte dell’appoggio statunitense, lo scià proseguì il proprio ambizioso piano di occidentalizzazione e laicizzazione del paese, inimicandosi l’opposizione di sinistra, la società civile e, soprattutto, il clero sciita. Dal 1954 al 1979 molte cose erano cambiate nella coscienza del popolo iraniano: innanzitutto la consapevolezza che la crisi che portò alla destituzione di Mossadeq era stata pilotata artisticamente dagli Stati Uniti per interessi imperialistici, in secondo luogo le moschee e il clero sciita erano diventati punti di riferimento per una popolazione sempre più impoverita dalle politiche liberali ed insoddisfatta dalle politiche laiciste. Totalmente alienato dalla realtà, lo scià continuò a credere che il suo pacchetto di riforme godesse dell’appoggio della maggioranza popolare e che le manifestazioni di protesta fossero espressione di una minoranza, quella sciita e di sinistra, molto rumorosa e quindi facilmente reprimibili attraverso il pugno di ferro. Lo scioglimento di tutti i partiti politici nel 1975 segnò l’inizio di un’involuzione autoritaria e liberticida fatta di migliaia di arresti illegali, violenta repressione delle proteste e dell’opposizione, e condanne a morte.

È in questo contesto di grande fermento popolare e preponderante ritorno dello sciismo nel sociale che Ruhollah Khomeini, un importante esponente del clero nazionale e dissidente condannato all’esilio dal 1964 per aver denunciato le brutalità del regime, da Parigi iniziò ad aizzare la folla alla rivoluzione, diffondendo messaggi registrati su audiocassette diretti agli iraniani di ogni credo politico, età e ceto. Nel 1978 la ribellione assunse caratteri nazionali: alle forze di sinistra, i cosiddetti Fedayyin, si affiancarono i mujaheddin, sullo sfondo della moltiplicazione degli appelli di Khomeini e della crisi politica attraversata dal governo. Lo scià decise di affidare l’incarico di primo ministro al riformatore Shapur Bakhtiar, decidendo di lasciare il paese sino al ritorno alla normalità, ma il gesto fu interpretato dai rivoltosi come un segno della prossima caduta del regime, esacerbando ulteriormente il caos. Le forze armate annunciarono formalmente il disimpegno dalla lealtà alle istituzioni nel febbraio 1979, accelerando la capitolazione della monarchia e la fuga dell’ultimo lealista dello scià, Bakhtiar. Maturati i tempi, Khomeini fece ritorno in patria, acclamato come nuovo leader della nazione dalla folla. Tra le prime azioni della giunta rivoluzionaria ci fu l’indizione di un referendum, nel quale fu chiesto agli aventi diritto di votare per la trasformazione, o meno, della monarchia in una repubblica islamica, che ebbe luogo tra il 30 e il 31 marzo 1979 e che passò con oltre il 98% dei voti favorevoli, segnando l’inizio della storia della repubblica islamica d’Iran. In accordo con la nuova costituzione, basata su una rigida applicazione della shari’a, furono messe al bando attività come il gioco d’azzardo e la prostituzione, furono vietati l’aborto, la vendita di alcolici, il divorzio, fu introdotto un sistema d’istruzione maggiormente egualitario teso ad un’equa alfabetizzazione e preparazione accademico-lavorativa tra uomini e donne, e prese vita un ordinamento politico-istituzionale incardinato sulla Guida Suprema e sul Consiglio dei Saggi, alla cui tutela fu posto il Corpo delle Guardie delle rivoluzione islamica.

Ruhollah Khomeini

Ruhollah Khomeini

Il khomeinismo è probabilmente l’ideologia, il modo di vivere e pensare il mondo, più importante che sia stata partorita nel mondo nell’ultimo quarantennio. Si tratta di una religione politica intrisa di elementi messianici, millenaristi e reazionari, mirante in primo luogo alla liberazione del popolo iraniano dal giogo dell’imperialismo economico e culturale occidentale, ed in secondo luogo all’esportazione degli ideali rivoluzionari nel mondo con l’obiettivo di portare la umma, ed in estensione l’umanità, ad una rigenerazione spirituale. Inquadrando l’esperienza iraniana da un punto di vista huntingtoniano, si potrebbe definire il khomeinismo come una spinta controrivoluzionaria di tipo identitario sorta in reazione ai tentativi di modernizzazione coercitivamente imposti dall’alto e miranti a ripercorrere le orme del kemalismo, nell’aspettativa di trasportare il paese dalla civiltà islamica a quella occidentale. Lo stesso Huntington, in Lo scontro delle civiltà, riteneva ipocrita l’avviamento ad una modernizzazione di tipo occidentalizzante dei popoli non-occidentali, alla luce dell’esistenza di modelli peculiari per ogni civiltà, oltre che controproducente, per via del rischio concreto di scatenare violente spinte identitarie.

Il khomenismo è, infatti, la risposta identitaria e conservatrice ad un secolo di rivalità imperialistiche, di colonialismo ideologico e di violente intromissioni negli affari interni, ed è solo comprendendo le ragioni della sua nascita che diventa possibile analizzare la società e la politica estera iraniana contemporanee. Il timore che la profondità del pensiero khomeinista potesse attecchire nel mondo islamico non-sciita e dar luogo ad una stagione rivoluzionaria, specialmente nelle petromonarchie del golfo persico, spinse Saddam Hussein, sostenuto dal blocco occidentale e saudita, a muovere guerra all’Iran nel settembre 1980, approfittando del caos imperante nel dopo-rivoluzione. Dalla sua nascita, la repubblica islamica d’Iran ha sostenuto ogni importante battaglia di liberazione nazionale coinvolgente popoli musulmani, in Palestina, in Libano, in Afganistan, più recentemente in Siria ed Iraq in funzione anti-Daesh, ed in Yemen, e non-musulmani, ad esempio sostenendo la causa nordirlandese attraverso la Provisional Irish Republican Army e dando ampio risalto mediatico all’insurrezione sandinista in Nicaragua. Il rispetto di cui godono i rivoluzionari, siano essi musulmani o no, in Iran è particolarmente visibile a Teheran, il mausoleo a cielo aperto del khomeinismo, dove è stata dedicata una via a Bobby Sands, il celebre patriota nordirlandese dell’IRA, nella stessa strada che ospita l’ambasciata britannica, ed una piazza è stata dedicata alla Palestina, mentre nelle vicinanze della vecchia ambasciata statunitense i muri dei palazzi sono ricoperti di murales antiamericani.

600px-Women_meeting_with_Khomeini,_1_April_1979

La rivoluzione avrebbe potuto essere esportata soltanto attraverso la costruzione di una internazionale terzomondista improntata sul solidarismo tra i popoli oppressi, a partire da quelli musulmani, e connotata da velleità antiamericane ed, in estensione, antioccidentali, ed antisovietiche. Nell’ottica khomeinista, i principali mali del mondo contemporaneo erano prodotti dalle azioni di tre entità precise: gli Stati Uniti, ribattezzati il Grande Satana, Israele, il Piccolo Satana, e l’Unione Sovietica, il Satana minore. L’ostilità nei confronti degli Stati Uniti era data sia da ragioni ideologiche, essendo la patria propagatrice del liberalismo e del capitalismo, che politiche, l’imperialismo praticato nel mondo, quella per Israele era dovuta all’ipocrisia per le velleità messianiche del sionismo, utilizzate per legittimare un regime razzista ed escludente, ritenuto un’appendice statunitense in Medio Oriente, mentre quella per l’Unione Sovietica partiva da una critica alla concezione materialistica del mondo e della storia marxista, secondo Khomeini destinata a fallire dinanzi il ritorno della religione nella scena politica, come ben riassunto dallo scambio epistolare avvenuto con Mikhail Gorbaciov nel 1989. Analizzando il khomeinismo da un punto di vista politologico, è innegabile quanto esso abbia impattato tanto sulla teoretica che sulla pratica, ossia nella politica estera iraniana, trasformando uno stato-satellite angloamericano privo di potere decisionale in una potenza regionale guidata da ambizioni continentali.

La lotta ad Israele ha trovato massima espressione nei drammatici attentati che colpirono l’ambasciata israeliana e la sede dell’AMIA, un’associazione culturale ebraico-argentina, a Buenos Aires tra il 1992 e il 1994, causando oltre 100 morti e più di 500 feriti, ed il più recente attacco al bus di turisti israeliani a Burgas nel 2012, ma si riflette anche nel sostegno alla causa palestinese e al governo di Bashar al-Assad. Il Satana minore è stato combattuto a livello culturale, sostenendo la rinascita spirituale nelle repubbliche del Turkestan, e militare, supportando la causa afgana con uomini ed armamenti, e visto infine implodere come profetizzato da Khomeini all’alba della caduta del muro di Berlino. L’agenda iraniana per gli Stati Uniti è ancora più complessa e articolata di quella per Israele, alla luce dello status egemonico americano. Dall’insediamento alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad nel 2005, la diplomazia segreta ha lavorato con difficoltà per dar luogo ad una sorta di coalizione antiegemonica formata da Russia e Repubblica Popolare Cinese, facendo leva sul comune antiamericanismo di fondo e sulla ricerca di spazi d’autonomia che guidano le visioni delle tre potenze, un progetto che, però, è ancora lontano dal realizzarsi.

L’Iran non è una democrazia nel senso occidentale del termine, ma ciò non mina la legittimità di un regime rivoluzionario ancora oggi ampiamente sostenuto e popolare tra la grande maggioranza della popolazione. Con il paragrafo di Israele, spesso definita l’unica democrazia del Medio Oriente, nessun paese della regione è infatti retto da democrazie propriamente dette, ed il più importante alleato occidentale in questo contesto è l’Arabia Saudita, una teocrazia retta da logiche dittatoriali in cui fino a pochi mesi fa’ le donne non potevano conseguire una patente di guida e non esistevano cinema. Dal 1979 ad oggi, il mondo è cambiato, ma l’Iran è rimasto lo stesso, ed il khomeinismo continua a permeare ogni aspetto della vita sociale, politica, culturale e religiosa del paese, forte di un’incredibile carica ideologica e forza attrattiva non soltanto tra gli iraniani, ma anche e soprattutto tra una rilevante fetta dei fedeli sciiti sparsi per il mondo.

È sbagliato considerare il khomeinismo dal punto di vista esclusivamente politico, perché la rivoluzione iraniana è un evento anche profondamente religioso e intriso di significati escatologici. Infatti, come gli ebrei hanno visto nella nascita di Israele un segno dell’entrata del mondo nell’epoca millenarista, e i cattolici hanno interpretato la caduta dell’Unione Sovietica come l’avverarsi delle profezie della Madonna di Fatima, gli sciiti duodecimani hanno visto nel ritorno dell’Iran all’islam un segno della fine dei tempi, della prossima comparsa del Mahdī, ossia il dodicesimo ed ultimo imam della tradizione duodecimana e alauita, di cui i fedeli stanno aspettando il ritorno dal 874, e che guiderà il mondo contro le armate dell’Anticristo insieme a Gesù.