I recenti attacchi contro la comunità ebraica statunitense da parte dei neri israeliti hanno mostrato come anche sette apparentemente innocue possano, con il tempo, assumere una natura violenta e radicale, plasmando completamente l’identità dei membri e spingendoli ad uccidere. Ma ci sono altri casi in cui, per una setta, si può commettere l’atto contrario: il suicidio. Attraverso lo studio comparato delle religioni emerge come il suicidio sia uno degli atti dalla valenza simbolica più potente.

Nelle stesse religioni abramitiche, ossia cristianesimo, ebraismo e islam, l’approccio alla questione del suicidio è molto più variegato di quanto usualmente si creda. Infatti, pur essendo un “auto-omicidio” compiuto contro se stessi, e solo Dio può decidere sulle sorti della nostra anima e del nostro corpo, non è sempre condannato. Il suicidio, infatti, può essere un gesto estremo, l’unico possibile, con cui lanciare un disperato appello e far sentire la propria voce urlante nel deserto che circonda l’uomo. Accadde con Jan Palach in Repubblica Ceca, poiché la sua immolazione servì a dar vita alla primavera di Praga e alimentare il fermento nella società civile durato fino alla fine della guerra fredda, e accadde con Mohamed Bouazizi, più recentemente, poiché la sua immolazione segnò l’inizio delle rivolte popolari in Tunisia che, nel giro di qualche mese, si sarebbero estese in quasi tutta la regione Nord Africa e Medio Oriente, dando vita alle cosiddette primavere arabe. In altri casi, però, l’auto-immolazione non ha valenza politica, ma è un atto di fede, di fede nella verità proclamata dalla setta alla quale si appartiene. Ed è questo che è accaduto il 18 novembre 1978 nella comune agricola autogestita di Jonestown, nella Guyana.

Ma partiamo dal principio. San Francisco, anni ’70: un giovane pastore, molto carismatico, di nome James Warren Jones sta monopolizzando l’attenzione della stampa locale per via del suo attivismo in favore di emarginati, senzatetto e minoranze etniche. La sua oratoria rapisce credenti e non credenti e i suoi sermoni pacifisti, antigovernativi e antirazzisti attraggono migliaia di persone, soprattutto di origine afroamericana, alle sue messe. È un forte sostenitore dell’integrazione razziale e della fine della segregazione: ha vinto l’appoggio dei neri perché ha affrontato i membri del Partito Nazista Americano e invitato la popolazione a boicottare una lista di attività commerciali, da lui personalmente schedate, che rifiutano clientela non bianca.

Jones è uno dei tanti figli della “White America” che ha deciso di ribellarsi al sistema fra gli anni ’60 e gli anni ’70, scendendo in piazza contro la guerra del Vietnam e denunciando il monopolio del potere politico e culturale detenuto da “vecchi, arrabbiati, uomini bianchi”. Insieme a sua moglie, con la quale ebbe un solo figlio biologico, iniziò ad adottare bambini coreani e afroamericani, definendo la sua una “famiglia arcobaleno e invitando i fedeli a fare altrettanto: la White America avrebbe potuto essere distrutta solo se i bianchi e i neri avessero accettato la mescolanza come un fine, un dovere divino.

James Warren Jones riceve un premio dal pastore Cecil Williams

Complementare a questo fine vi era il totale rigetto del sistema capitalistico, in tutte le sue forme e l’adesione all’utopia socialista che, secondo Jones, era stata pienamente realizzata in paesi come Corea del Nord e Unione Sovietica. Jones, inoltre, aveva iniziato a de-cristianizzare le sue predicazioni: la Bibbia, spiegava, era uno strumento d’oppressione nei confronti di donne e non bianchi. Il Dio biblico non era il “vero Dio”, ma il Dio dell’uomo bianco. L’unica via di fuga dalla gabbia spirituale che stava imprigionando gli uomini nella rete del capitalismo era il “socialismo apostolico”, una religione sincretica da lui creata mescolando insegnamenti neotestamentari, escatologia apocalittica protestante e scritti e pensieri di persone molto differenti tra loro, come Mahatma Gandhi e Vladimir Lenin. E furono proprio le sue posizioni politiche ad attirare l’attenzione della polizia federale, la Fbi, e dei servizi segreti esteri, ossia la Cia. Si sospettava che Jones fosse un agente del Cremlino, perché il suo sogno di creare una società incardinata su comunismo e multirazzialità non era tanto diverso da quello delle Pantere Nere e di altri movimenti hippie nati nello stesso periodo.

La sua immagine pubblica iniziò ad essere sporcata da accuse pesanti: abusi sui bambini, minacce, violenze ed intimidazioni sugli adepti della sua chiesa, estorsione di denaro ai fedeli per scopi non chiariti. Il clima negli Stati Uniti era diventato pesante e Jones decise di richiamare all’appello la piccola comunità da lui diretta: l’apocalisse era ormai prossima a colpire gli Stati Uniti e si sarebbe salvato soltanto chi l’avrebbe seguito. Aveva già scelto il posto, dopo aver perlustrato il cono sud dell’America latina negli anni ’60: un terreno edificabile di 3800 acri acquistato nel 1974 con le donazioni dei membri del Tempio del Popolo nella giungla della Guyana.

Jones e quasi 1000 persone partirono per Jonestown nell’estate del 1977 con l’obiettivo di mostrare al mondo che la concretizzazione della loro utopia era fattibile. I fedeli lavorarono intensamente per costruire abitazioni e campi di raccolta a Jonestown, rendendo la comune pienamente operativa ed abitabile in pochi mesi. Il sogno, però, si tramutò presto in un incubo: lavori forzati, visione obbligatoria di documentari incentrati sui problemi sociali degli Stati Uniti, lezioni per adulti e bambini di anti-classismo ed integrazione razziale, esperimenti su cavie umane a base di sostanze stupefacenti e velenose, fra cui il cianuro, ed incentrati sul controllo della mente e la modifica del comportamento, torture e pestaggi per i critici, abusi sessuali da parte di Jones sulle donne della comunità, senza importanza al fatto che fossero madri o già impegnate con qualcun altro.

Ogni settimana si svolgevano le cosiddettenotti bianche, ossia delle notti in cui tutta la comunità era chiamata a raccolta per ascoltare le prediche di Jones sulla fine del mondo, sull’importanza del ruolo giocato da loro, e sul fatto che prima o poi sarebbe stato necessario un atto di fede, ossia un “suicidio rivoluzionario”. Fuggire era difficile, ma non impossibile. Jones, che con il denaro aveva corrotto dei politici locali, aveva assoldato delle guardie armate che proteggevano notte e giorno i confini della comunità, sorvegliando che i membri non potessero uscire e gli estranei non potessero entrare. Qualcuno, però, riuscì a raggiungere l’ambasciata statunitense di Georgetown e a lanciare l’allarme.

Leo Ryan, membro del Congresso affiliato al Partito Democratico, che negli anni precedenti aveva dedicato attenzione al “fenomeno Jones”, si auto-assunse la responsabilità di investigare le denunce provenienti da Jonestown. In quelle denunce, tra l’altro, si parlava anche di presunte visite da parte di cittadini sovietici nella comunità. Ritornava lo spettro del Cremlino su Jones, sul quale avevano indagato invano Fbi e Cia. Ma Ryan era interessato a far luce sul Tempio del Popolo anche per ragioni personali: era amico del padre di Bob Houston, un ex membro della setta ritrovato senza vita fra i binari della rete ferroviaria di San Francisco il 5 ottobre 1976. Il suo corpo era stato orribilmente mutilato. Tre giorni prima, Houston aveva avuto una discussione con sua moglie, anch’ella affiliata alla setta: voleva abbandonare. Il suo caso era rimasto irrisolto: nessun indiziato, niente giustizia.

Leo Ryan

Il 14 novembre del 1978 Ryan ottenne il via libera e si recò a Jonestown insieme ad una delegazione composta da ufficiali governativi e giornalisti della NBC, del San Francisco Examiner, del San Francisco Chronicle e del Washington Post. Giunsero tre giorni dopo, il 17. Jones orchestrò una messinscena per far apparire la comunità come un paradiso terrestre: i critici furono nascosti e ai lealisti del predicatore fu dato ordine di parlare con la delegazione, furono organizzati degli spettacoli musicali e preparato un cenone all’aria aperta. La mattina del 18, Ryan e la delegazione erano pronti a partire: non c’era bisogno di stare ulteriormente, Jonestown era veramente un’oasi nel deserto, le accuse erano delle mistificazioni da parte dei detrattori di Jones, un Martin Luther King bianco. Poi accadde l’impensabile: una folla di genitori circondò la delegazione, implorando Ryan di portare i bambini in salvo, negli Stati Uniti.

I presenti iniziarono a litigare fra loro, intervenne Jones per placare gli animi: accusò le famiglie di tradimento e gli diede il permesso di andarsene. Ma la sua decisione si rivelò controproducente: altre persone iniziarono a manifestare la volontà di abbandonare la comunità. A quel punto, Ryan e la delegazione presero con loro alcuni membri, dirigendosi verso la pista d’atterraggio nella quale li attendeva un aeroplano. Giunti lì, però, le guardie armate iniziarono a sparare e alcuni adepti estrassero dei coltelli, pugnalando i “traditori” e la delegazione. La trappola si concluse con la morte di 5 persone, fra cui Ryan, e il ferimento di 11. Intanto, a Jonestown, gli oltre 900 membri della comune erano stati chiamati a raccolta da Jones per ascoltare l’ultimo sermone. Secondo il predicatore, la fine era giunta a causa delle defezioni ed era arrivato il momento di compiere l’atto di fede: il suicidio rivoluzionario. Gli addetti alla sicurezza e i dottori distribuirono bicchieri agli adepti contenenti una miscela velenosa: suicidio, a cui avrebbe fatto seguito l’entrata in un Paradiso socialisteggiante simile alla Jonestown terrena, o ritorno alla gabbia materialista, oppressiva e bianco-centrica costruita dal capitalismo.

Diverse persone furono obbligate a bere la bevanda letale, poiché minacciate dalle guardie armate, ma molte, la maggior parte, sembra che scelsero la via del suicidio rivoluzionario di spontanea volontà. Ad alcuni chilometri di distanza, nel “consolato” del Tempio del Popolo a Georgetown, a Sharon Amos, l’addetta alle pubbliche relazioni, fu dato l’ordine di commettere il suicidio rivoluzionario. Le autorità erano giunte sul posto, c’era poco tempo: la Amos si rifugiò nei bagni, insieme ai suoi tre figli, di 10, 11 e 21 anni, che uccise a coltellate, suicidandosi poi a sua volta. Quando le autorità guyanesi e statunitensi entrarono a Jonestown furono accolte da una visione scioccante: i corpi di 918 persone erano sparsi sui 3800 acri di terra, incluso quello di Jones, alcuni di essi presentavano ferite da arma da fuoco, molti giacevano accanto bicchieri, e le madri accanto ai figli.

Ma alcuni, fingendosi morti o nascondendosi all’appello, erano riusciti a sopravvivere: raccontarono l’inferno vissuto in quell’anno e mezzo a Jonestown, rendendo possibile che la vicenda fosse raccontata dalla letteratura e dal cinema.

Il massacro di Jonestown è il secondo suicidio di massa più grave della storia recente ed è ancora oggi studiato dagli esperti delle sette e dei nuovi fenomeni religiosi. Jones, che era un fervido lettore di testi politici, sociologici e psicologici, aveva realizzato un sistema di manipolazione mentale sui membri, convincendoli che la distopia nella quale erano stati intrappolati fosse un’utopia. Un alone inquietante sull’intera vicenda è indubbiamente legato ai presunti collegamenti fra Jones ed il Cremlino: nella comunità fu ritrovato materiale propagandistico di provenienza sovietica, le testimonianze dei sopravvissuti hanno confermato la presenza di russi alle notti bianche e i riferimenti del predicatore alla possibilità di traslocare da Jonestown all’Unione Sovietica.

Due dei due sopravvissuti, inoltre, furono ritrovati con delle valigette cariche di denaro contante ed assegni per un valore di oltre 500mila dollari. Jones aveva dato loro l’ordine di spedire quella somma a Mosca, destinatario: il Partito Comunista. Sebbene Jones ricopra un posto privilegiato negli annali della storia delle sette, e dei tremendi crimini che possono spingere i loro membri a commettere, ci sono numerosi casi, altrettanto inquietanti e poco conosciuti, che riporteremo alla luce nei prossimi approfondimenti.