La storia del tormentato rapporto tra i fieri abitanti delle grandi pianure del Nord America e i wasichu, quegli uomini bianchi venuti da lontano con le loro diavolerie, le cattive abitudini e gli incomprensibili atteggiamenti, è costellata di crudeli battaglie, ridicoli trattati e personaggi a dir poco pittoreschi. La mitica epopea del West si è alimentata di tutti questi elementi riempiendo pagine e pagine di libri, ispirando fumetti, facendo grande l’industria cinematografica di Hollywood.

Col passare degli anni, però, e grazie anche a una nuova e più oggettiva ondata di studi, è emerso un quadro ben diverso da quello tanto a lungo reiterato: in una pressoché generalizzata indifferenza, nel corso di qualche secolo le popolazioni dei nativi americani sono state letteralmente spazzate via dall’uomo bianco. Più di qualcuno ha parlato persino di genocidio e, pur in assenza di dati certi, Thornton stima che nel solo Nord America siano scomparsi ben 18 milioni di individui. Sono cifre che riescono certamente a restituire l’immagine di una tragedia di proporzioni considerevoli.

Gli ultimi atti di questo dramma si consumano nella seconda metà del XIX secolo: sono le Guerre indiane, una serie di conflitti e rivolte che vedono opporsi ai colonizzatori e al potente esercito statunitense le tribù degli altipiani con i loro leggendari guerrieri: Cavallo Pazzo, Geronimo, Nuvola Rossa, per citarne alcuni.

È un po’ come rileggere della lotta tra Davide e Golia, ma in questo caso è il più debole a soccombere e non c’è il lieto fine. Sul finire dell’Ottocento, infatti, questi “indesiderati” sono ormai confinati in apposite riserve, i loro usi e costumi stanno per essere fagocitati dalla civiltà del progresso, i loro capi sono stati quasi tutti ridotti al silenzio o eliminati.

Cosa c’è, allora, di più pericoloso che vedere in un popolo prostrato il riaccendersi della speranza?
Per uno strano scherzo del destino, quel cristianesimo a lungo ignorato dalla maggior parte dei nativi comincia a penetrare la cortina dell’indifferenza e a farsi strada, attraverso il dolore e lo scoramento, nei loro cuori. Wovoka, uno sciamano Paiute che ha lavorato a lungo per gli uomini bianchi, predica l’imminente fine di ogni sofferenza e l’arrivo del Grande Spirito: gli indiani riavranno le terre, saranno finalmente liberi e in pace, anche i loro defunti rivivranno; la selvaggina sarà di nuovo abbondante e i wasichu verranno spazzati via da una grande inondazione. Bisogna prepararsi, dunque, celebrando il lieto evento con una nuova cerimonia, la danza degli spettri, ma stando bene attenti a non combattere né fare del male all’uomo bianco: il Grande Spirito non vuole la violenza.

La danza degli spettri

È assai evidente che si tratta di un culto che riprende e rimescola insieme diversi elementi della religione cristiana e della spiritualità indigena, creando una bizzarra amalgama che però subito spaventa le autorità.

Dalle varie riserve sparse sul territorio, gli agenti comunicano allarmati che i nativi sono particolarmente irrequieti: cantano e danzano per giorni e giorni fino a cadere in trance, addirittura si allontanano dai territori assegnati per riunirsi in grandi gruppi e celebrare insieme un nuovo e misterioso rituale.
Al governo centrale la situazione appare poco chiara ma estremamente pericolosa: gli indiani stanno tramando qualcosa e se si tratta di un focolaio di ribellione va subito spento, prima che divampi in incendio. Nell’ottobre del 1890 la decisione è presa: la danza degli spettri deve finire.

Distaccamenti di soldati si muovono alla volta delle riserve per controllare e, se necessario, intervenire.

Toro Seduto, confinato a Standing Rock, nonostante lo scetticismo palesato nei confronti della nuova religione, deve essere arrestato al più presto nel timore che possa fuggire unendosi ai danzatori e causare disordini: la sua autorità è riconosciuta da tutti, le sue parole ascoltate. E’ una minaccia. La mattina del 15 dicembre la polizia indiana va a prelevarlo. Lui rassicura i suoi e ordina di lasciarli fare, ma mentre gli agenti lo stanno portando via viene assassinato: tra i Sioux si diffondono paura e panico.

La tribù di Piede Grosso, accampata poco distante, alla notizia decide di allontanarsi in fretta e dirigersi alla riserva di Pine Ridge per cercare la protezione di Nuvola Rossa, l’ultimo grande capo ancora in vita. Viene intercettata poco dopo dagli squadroni del Settimo Reggimento di cavalleria, lo stesso che aveva un tempo guidato il generale Custer: sono circa 120 uomini e 230 tra donne e bambini affamati, infreddoliti e terrorizzati. Vengono presi in custodia e fatti accampare sulle rive del torrente Wounded Knee.

All’alba del mattino seguente, il 29 dicembre 1890, circondati dai fucili spianati e sotto il tiro di quattro cannoni Hotchkiss, vengono disarmati gli uomini di Piede Grosso, arresosi pacificamente e talmente malato da non riuscire neanche a uscire dal suo tepee. Cosa sia accaduto in quegli istanti concitati è poco chiaro: pare che un colpo fosse partito accidentalmente dall’arma che un nativo sta deponendo. Ben chiaro, però, è quello che è accaduto dopo.

Immediatamente si scatena l’inferno: i soldati iniziano a sparare sulla folla, le granate spazzano il campo, le urla e il pianto si mischiano al crepitio delle armi e delle esplosioni. In pochi minuti è tutto finito: quando il fumo si dirada, la riva imbiancata del Wounded Knee è tinta di fiori rossi. I cadaveri giacciono ammucchiati gli uni sugli altri e i pochi che tentano la fuga vengono inseguiti e fatti a pezzi dove sono. Poi i soldati, messi al sicuro in tutta calma i commilitoni feriti, prelevano i pochi ancora vivi e li trasportano a Pine Ridge, dove vengono ammassati in una umida e fredda chiesetta.

Il grande capo indiano Piede Grosso agonizzante nella neve

È da qualche giorno trascorso il Natale e tra gli addobbi della festività campeggia sopra al pulpito uno striscione che recita beffardo: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Dei circa 350 individui che componevano la banda di Piede Grosso restano sul campo o muoiono per le gravi ferite quasi in 300, e sono per lo più donne, bambini e anziani. L’esercito statunitense paga il suo piccolo tributo di sangue: 25 soldati caduti, principalmente a causa del fuoco amico. Alce Nero avrebbe detto molti anni più tardi, ricordando il massacro, che insieme a quegli uomini:

Morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo.

Quel giorno, a Wounded Knee, ha fine la speranza dei nativi di poter vivere finalmente liberi come un tempo.
Quel giorno ha avuto luogo l’atto finale della tragedia di un popolo intero. Ancora oggi, nonostante l’esercito statunitense abbia infine ammesso le proprie responsabilità e definito quell’evento per ciò che è stato – non una battaglia, ma un ignobile massacro – le venti medaglie d’onore conferite all’epoca dei fatti ad altrettanti soldati che vi avevano preso parte non sono state revocate.