La politica di potenza sembra oggi essere tornata lo strumento di risoluzione delle controversie tra gli Stati. USA, Russia, Cina, Iran e Israele rappresentano alcuni degli attori di un nuovo gioco globale, in un crescendo di tensioni dagli esiti imprevedibili.

Stante la scarsissima libertà d’azione dei governi italiani in materia di politica estera, fatto che da diversi decenni costringe lo Stivale a basarsi quasi esclusivamente su un intricato sistema di bilanciamenti e appoggi esterni – nonché sulla collaborazione simbiotica con la sua più grande azienda nazionale, l’Enil’Italia sta cercando in questo periodo di inserirsi in alcuni dei principali scenari mediterranei, in particolare quello che riguarda la Libia, sfruttando la propria centralità geografica e strategica.

Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar

Ma prima di giungere al rifiuto complessivo delle armi come strumento per garantire una certa autonomia in ambito geopolitico (se non come semplice sostegno agli interventi dettati dal potente alleato statunitense) l’Italia fu però in grado di esprimere una propria – ambiziosa – politica internazionale, la quale crollò dinanzi al disastro della Seconda Guerra Mondiale. Fu proprio sulle sponde meridionali del Mediterraneo, quelle che oggi sono il teatro delle ambizioni e delle rivalità tra le diverse componenti dell’ex Jamahiriya e dell’intervento di attori influenti, come l’Egitto di al-Sisi, la Russia di Putin e la già citata Turchia di Erdogan, che il giovane Regno d’Italia, esattamente un cinquantennio dopo la sua nascita, trovò la forza per inserirsi nei giochi di potere che, anche un secolo fa, opponevano diverse potenze al fine di accaparrarsi il controllo del Nord Africa.

Fu Giuseppe Mazzini il primo a concepire il Mediterraneo come uno spazio di azione politica atto a soddisfare le ambizioni dell’Italia unificata. Tuttavia non era alla Tripolitania o alla Cirenaica che si sarebbe dovuta rivolgere l’Italia, ma alla vicina e strategicamente importante Tunisia:

Come il Marocco spetta alla Penisola Iberica e l’Algeria alla Francia, Tunisi, chiave del Mediterraneo centrale (…) spetta visibilmente all’Italia. Tunisi, Tripoli e la Cirenaica formano parte (…) di quella zona Africana che appartiene veramente fino all’Atlante al sistema Europeo. E sulle cime dell’Atlante sventolò la bandiera di Roma quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò Mare nostro. Fummo padroni, fino al V secolo, di tutta quella regione.

Appena dieci anni dopo le parole di Mazzini vennero sconfessate. Nel 1881 fu la Francia ad assicurarsi la Tunisia, il tutto nonostante vi risiedesse una numerosa comunità di italiani. L’Italia fu costretta a rivolgersi altrove, verso le ultime dipendenze nordafricane del decadente impero ottomano: la Tripolitania e la Cirenaica. Alle ragioni, per così dire, sentimentali di vedere nuovamente il vessillo di Roma sulle sponde dell’Africa, si affiancavano ora delle ragioni meramente strategiche: a dodici anni dall’apertura del canale di Suez, il quale aveva restituito al Mediterraneo i suoi antichi fasti geopolitici, il rischio per l’Italia era di veder slittare questo vantaggio dinanzi alla creazione di un vero e proprio lago anglo-francese.

Una delle prime traversate del canale di Suez, nel XIX secolo (fonte Wikimedia Commons)

Fu Pasquale Stanislao Mancini a rilanciare le ambizioni italiane nel Mediterraneo: dinanzi alle pressioni francesi sul Marocco, nel 1884 l’Italia tentò per la prima volta di instaurare una sorta di alta sovranità sulla Tripolitania, che però fu lasciata cadere dinanzi al dietro-front della République. Non era che l’inizio di quasi un trentennio di trattative e di accordi segreti tra l’Italia, la Francia e le altre potenze europee per il dominio degli ultimi territori indipendenti del Nord Africa: il Marocco e, appunto, la Tripolitania e la Cirenaica.

Il discorso non era che rimandato. Il 5 febbraio del 1885, con lo sbarco italiano a Massaua, cominciò l’altra grande partita coloniale italiana, dagli esiti disastrosi, nei territori del Corno d’Africa. Tuttavia gli occhi del Regno d’Italia erano ancora puntati su Tripoli, per la quale ci si adoperò al mantenimento dello status quo – in funzione anti-francese – inserendo questo trattato nel rinnovo della Triplice Alleanza il 20 febbraio del 1887. Poco prima, il 12 febbraio dello stesso anno, in uno scambio di note tra il primo ministro britannico, lord Salisbury, e l’ambasciatore italiano a Londra, Corti, fu nuovamente ribadita la necessità del mantenimento dell’equilibrio esistente nel Mediterraneo, nell’Adriatico, nell’Egeo e nel Mar Rosso. Il 4 maggio dello stesso anno fu invece il turno della Spagna, la quale si impegnò a non realizzare alcun accordo con la Francia in funzione anti-italiana sullo scacchiere nordafricano.

Tripolitania e Cirenaica furono pertanto congelate, in attesa che i tempi fossero maturi per un più diretto intervento italiano, non solo grazie al rafforzamento delle alleanze militari (la Triplice fu rinnovata ulteriormente nel 1891) ma anche con un’azione di salvaguardia dei confini di Tripoli e Bengasi in funzione anti-francese, come se i due vilayet fossero già un territorio sottoposto alla sovranità italiana. Dopo la disastrosa sconfitta di Adua nel 1896 e la scomparsa del principale artefice dell’espansionismo italiano nel Corno d’Africa, Francesco Crispi, l’Italia si avvicinò ulteriormente alla Francia, dopo una stagione viziata da una crescente e reciproca sfiducia e diffidenza, alimentata dalla paura italiana di vedere sfumare tutto l’immenso lavorio diplomatico e di salvaguardia territoriale dell’hinterland tripolino.

Giovanni Giolitti

Nel 1905 cominciò la penetrazione economica italiana in Libia, soprattutto grazie all’intervento del Banco di Roma, che si ramificò in tutto il territorio, aprendo sedi bancarie e aziende commerciali e prendendo anche il controllo del settimanale locale L’eco di Tripoli. Era questo il segno di una maggiore maturità raggiunta in ambito coloniale dall’Italia, ben lontana dal roboante e fallimentare espansionismo crispino, espressione di un periodo nella storia italiana dominato dalla figura controversa e moderata di Giovanni Giolitti. Fu per iniziativa di un simile uomo politico – lontano anni luce da Francesco Crispi – e soprattutto sotto la spinta del suo ministro degli esteri, Antonino Di San Giuliano, che le operazioni di penetrazione pacifica negli ultimi possedimenti ottomani in Nord Africa e di rafforzamento della cintura diplomatica di protezione del territorio dalle ingerenze degli altri Paesi europei, che l’Italia conseguì il suo primo effettivo successo militare e coloniale. Un riscatto duplice, che voleva dire superare i fantasmi di Custoza e Lissa e quelli, ancora più pesanti, di Adua.

E così, non appena esplose la seconda grande crisi marocchina del 1911, che trasformò il regno nordafricano in un protettorato francese, l’Italia di Giolitti reclamò immediatamente la propria parte del bottino in Africa settentrionale, aprendosi finalmente la prospettiva per l’occupazione di Tripolitania e Cirenaica senza ulteriori ingerenze straniere. I presupposti erano dei migliori: il 17 marzo del 1911 fu celebrato il primo giubileo dell’Unità d’Italia. Sei mesi dopo, il 29 settembre 1911, l’Italia prese come pretesto una serie di presunte violazioni di parte del governo turco ai danni delle attività economiche del Banco di Roma in Libia per dichiarare guerra all’Impero ottomano.

Differenti e spesso in contraddizione risultano oggi le interpretazioni storiografiche afferenti al colonialismo giolittiano in Libia. Benedetto Croce lodò con toni d’entusiasmo quello che fu il primo e – fino a quel momento – unico successo dell’Italia liberale in campo coloniale:

Giolitti […] comprese quel che l’Italia desiderava, come un padre che si avvede che la figliuola ormai è innamorata e provvede a darle, dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto.

Studiosi più recenti, come Romano o Carocci, concordano invece nel ritenere come l’azione di Giolitti fosse il semplice frutto di un calcolo politico in grado, da un lato, di ritagliare un posto nel Mediterraneo all’Italia e, dall’altro, di tenere a bada i nazionalisti di Corradini in patria. Ciò che è indubbio è che il meccanismo di avvicinamento progressivo da parte dell’Italia al suo grande obiettivo, alla fine, diede i propri frutti. Fu così che il cinquantenario dell’Unità nazionale consacrò apparentemente l’Italia alla sua prima grande azione coloniale e alla sua prima guerra contro una potenza europea, quale era l’Impero ottomano, seppure in decadenza. L’Italia mise per la prima volta piede in quella Libia con la quale, ancora oggi, a più di cent’anni di distanza dall’inizio della guerra italo-turca, non è stato reciso il cordone ombelicale.