In principio era il regime fascista e il Partito Fascista, vale a dire la ragione ultima e il culmine della nazionalizzazione delle masse perseguita dal Risorgimento in avanti nella storia d’Italia. In principio era la progressiva negazione del concetto di nazione in nome di un concetto più ampio, meno limitato: il concetto di patria ideale. La patria ideale del fascismo era ovviamente il fascismo stesso. D’altra parte essere italiani diveniva sinonimo dell’essere fascisti. Ai soli fascisti veniva riconosciuta la pienezza dell’italianità laddove agi altri, agli italiani anti-fascisti o indifferenti, era comminata l’espulsione dalla comunità nazionale. Come sostenuto da Gentile, una tale sintesi avrebbe condizionato non solamente il sentimento nazionale italiano ma anche il modo con il quale i due più grandi partiti di massa post-fascisti, Democrazia Cristiana e Partito Comunista, avrebbero convogliato su di sé il concetto di italianità ed anti-italianità. Fu sotto il fascismo che una parte degli italiani cominciò a percepirsi come straniera in Patria, rinnegando i propri sentimenti di fedeltà e di lealtà verso lo Stato.

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La guerra costituì in effetti soltanto il momento più drammatico di questa spaccatura, laddove l’antifascismo la percepì prevalentemente come guerra fascista, anziché come guerra nazionale. Il concetto predominante divenne quello dell’anti-nazione, come se il ventennio costituisse una parentesi da rinnegare completamente. Nel 1946 Jemolo scrisse come, in conseguenza di questa scissione ideologica:

Si ama la propria patria desiderando vedere attuato in essa il regime che si crede migliore, e nei cui tratti agli occhi degli uni ha il primato la fede religiosa, agli occhi di altri l’ordine e la disciplina, di altri ancora la giustizia sociale e la protezione dei più umili.

La fede nella Patria ideale superava e rendeva superfluo qualsiasi attaccamento ad altre patrie. Una simile doppia fedeltà aveva in verità caratterizzato buona parte della storia unitaria italiana, almeno a partire dall’ostilità mazziniana allo Stato unitario di impianto sabaudo. Agli inizi del Novecento e soprattutto prima e durante la Prima Guerra Mondiale, un tale dualismo sembrava essere tramontato in luogo di un sincera adesione patriottica, dinanzi alla difesa dall’offensiva austro-tedesca. La fine del fascismo, portavoce ed erede, tra gli altri, anche del sentimento patriottico e militare successivo alla Grande Guerra, fece ritornare di moda l’ostilità verso la patria tradita, ad un livello mai visto prima. Dopo la guerra, era facile sentirsi più vicini ad uno straniero della medesima fede politica piuttosto che ad un qualunque nemico politico interno. La fine del fascismo segnò, altresì, la fine di un concetto di Stato etico spiritualmente pre-esistente al concetto stesso di nazione, superamento e completamento della stessa ed incarnato dal Partito e dal Duce. Ai valori assoluti propugnati dal fascismo seguirono i nuovi valori di un partito come il Partito Comunista.

Lo slittamento dalla fedeltà nazionale a quella ideologica lo si deduce, a livello simbolico, dal carattere spirituale e liturgico che accompagnava l’adesione al Partito di Togliatti. Il tesseramento comportava una serie di obblighi materiali e morali un giuramento di fedeltà ai principi del marxismo ed alla lotta delle masse. Figli di un’idea di disciplina e di sacrificio gramsciano grazie ai quali educare le masse, i comunisti giurarono fedeltà alla nazione, invertendo parte degli atteggiamenti anti-italiani manifestati nel corso dell’esperienza partigiana. Il 29 dicembre del 1945, nel corso del V congresso del PCI, Togliatti difese l’unità nazionale e la sua integrità, negando però nel 1948 qualsiasi sostegno ad un nuovo regime clerico-fascista di impianto democristiano ed atlantista. Italianità ed antifascismo si ritrovarono così a coincidere. E dato che il Partito comunista si percepì come diretto erede della lotta partigiana, ciò significava dare vita ad un pericoloso sillogismo: essere anticomunisti voleva dire tradire o insultare lo spirito della resistenza. Dunque essere contro il Partito comunista significa essere contro la Repubblica e contro la stessa Italia. Gli effetti sono tutt’oggi percepibili, laddove la narrativa comunista (o presunta tale) ha monopolizzato buona parte della storia della Resistenza. Tutto questo anche con effetti duraturi nella storiografia, dato che, come già avvenuto nel corso di altri momenti storicamente fondativi della Nazione, quale il Risorgimento o la Grande Guerra, a farla da padrone nel raccontare la storia italiana sono sempre gli sconfitti e non i vincitori.

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La Resistenza tradita ha molto in comune con il Risorgimento mancato o con la vittoria mutilata. D’altra parte non si può fare a meno di notare come il PCI tentasse di incarnare un concetto nazional-popolare, in cui la doppia fedeltà lasciava comunque spazio ad una sorta di sentire patriottico. L’esempio propagandistico della grande guerra patriottica condotta dall’Unione Sovietica di Stalin risultava emblematico agli occhi di Togliatti e dei dirigenti del partito: il cambio di paradigma dall’internazionalismo era stato piuttosto netto. Più internazionalista, in veste cattolica, fu invece il discorso dell’altra grande forza politica post-fascista italiana, la Democrazia Cristiana. Le stesse accuse rivolte dalla DC al Partito comunista, ovvero il problema della doppia lealtà, furono rivolte dai comunisti ai democristiani, accusati di tradire i veri interessi italiani in nome del capitalismo mondiale e americano. Lo scontro ideologico tra questi due partiti etici assumeva così i caratteri di un vero conflitto religioso, laddove anche nella Democrazia Cristiana il progetto da attuare trascendeva la semplice sfera politica, avvicinandosi a quella morale.

Da parte democristiana risulta altresì una visione meno esclusivista del problema della nazione, tanto da manifestarsi in una volontà di comprensione persino verso gli ex militanti della Repubblica sociale italiana. Tema centrale del rinnovato mito nazionale era l’unità religiosa degli italiani e il ruolo dell’Italia e di Roma come centro di una nuova civiltà cristiana europea. In tale ottica si comprendono le parole di De Gasperi, il quale spingeva per una armonizzazione dei valori nazionali italiani prima e dopo l’unità. Da tale unità che raccoglieva insieme cattolici, monarchici, liberali ed ex fascisti, dovevano essere esclusi i comunisti, responsabili, a detta di De Gasperi di aver tagliato il vincolo ombelicale che ci congiunge, noi generazioni del 1945-1946, alle altre generazioni della civiltà italiana e cristiana.

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L’eticità e la visione totalizzante dei due schieramenti impedirono qualsiasi avvicinamento. Una certa idea manichea della politica caricava di tutti i valori negativi il nemico e di tutti quelli positivi il proprio partito. Figliastri di tale concezione, gli italiani hanno visto così la propria Repubblica sorgere sulle ceneri di uno Stato nazionale incarnato dal fascismo e poi diviso a metà. La negazione e la demolizione dell’avversario, visto come nemico ideologico prima che come connazionale, sopravvive ancora oggi in occasione delle grandi feste nazionali italiane. Si pensi al distacco e all’indifferenza di una parte d’Italia verso l’anniversario dell’Unità nazionale o verso le celebrazioni per la vittoria nella Grande Guerra; o si pensi, dalla parte opposta, alle critiche costanti ed ambigue in coincidenza con il 25 aprile. La Repubblica Italiana sembra faticare ancora a trovare quella coesione nazionale che i padri del Risorgimento auspicavano per il nascente Stato unitario. Se in passato la doppia fedeltà era stata quella comunista o democristiana, oggi è la fedeltà europea a costituire talvolta, per alcuni, un elemento di negazione dell’appartenenza nazionale. La nuova dimensione politica europea sta consegnando alla storia un nuovo scontro, quello tra europeismo e sovranismo, per quanto entrambi dai caratteri ideologici non ancora definiti.