In Inghilterra l’FA Cup è più di una semplice Coppa Nazionale e vincerla equivale a entrare nella leggenda. 5 maggio 1956, nel mitico impianto di Wembley si sfidano il Manchester city e Birmingham. I Citizens sanno dell’importanza di questo trofeo, sia per vendicare la finale persa nel Maggio precedente che per la First Division oramai molto vicina all’altra sponda di Manchester, quella dello United. Dopo il triplice fischio dell’arbitro Alf Bond, saranno proprio i ragazzi di Les Mcdowell a festeggiare per la vittoria della coppa. Un secco 3-1, che al di là del risultato consacrerà Bert Trautmann, l’estremo difensore della sponda azzurra di Manchester. In un tempo dove il calcio ancora non era esclusivamente delle pay tv, dove le sostituzioni durante la partita erano un’utopia, è il minuto 83’ l’evento che cambia la partita, che iscrive questo match nella storia. Il numero uno dei blue si tuffa in una uscita bassa sul centravanti avversario Murphy, cercando in tutti i modi di impedirgli un facile tap in. Un terribile scontro tra il ginocchio del numero 9 e la testa di Trautmann lo lascia a terra privo di sensi. Quando si rialza la sua faccia è segnata da una smorfia di dolore, ma continua inesorabilmente a giocare la partita. Cinque giorni più tardi gli esami strumentali evidenzieranno una frattura alle vertebre cervicali. Ma la storia di Trautmann è di per sé un romanzo, al di là di questa impresa eroica.

Nasce nel 1923, a Brema, in una Germania ancora piegata dal peso della Grande guerra. Non ancora maggiorenne si arruola nella Luftwaffe come futuro Parà dell’esercito teutonico. The second world war, per dirla all’inglese, caratterizzerà la sua vita nel bene e nel male. Sempre in prima linea nelle operazioni belliche, più volte al fronte aveva visto la morte sorridergli in modo beffardo, ma con caparbietà e coraggio, come in quella notte di coppa Inglese, riuscì sempre a sopravvivere. Nel 1945, con il conflitto oramai nelle sue fasi conclusive, viene catturato dalle truppe di Giorgio VI e deportato oltremanica. La vita all’interno della prigione, specialmente per un militare dell’oramai sconfitto Hitler, non è semplicissima e per ovviare a questo soggiorno forzato Trautmann passa le giornate giocando a pallone negli spazi comuni del penitenziario. Le sue qualità non passano inosservate agli occhi di un secondino che di calcio se ne intende. Da li, al calcio vero e proprio il passo fu veramente breve. Il suo primo club è il Saint Helens Town, minuscolo club del Lanshire. Il tedesco si mette in luce nella quarta divisone, attirando le attenzioni dei club ben più blasonati della prima. Il Man City decide di puntare su di lui offrendogli un contratto decisamente lontano dagli standard dell’attuale squadra degli emiri, ma ottimo per mantenersi fuori prigione. Il suo ambientamento nella cupa Manchester, in un ambiente prevalentemente industriale, non è dei più semplici.

L’ingaggio di un tedesco, con presunte simpatie filo-nazionaliste, in un campionato composto quasi esclusivamente da giocatori britannici comporta una vera e propria levata di scudi con tanto di una manifestazione di protesta. Nella sua vita ne aveva passate molte e di certo quest’ultima prova che gli si palesava di fronte non lo scosse minimamente. Nel calcio si sa, esiste un solo linguaggio, quello del campo. Ottime prestazioni, lealtà e massimo impegno cominciano ad attenuare quei mugugni del popolo britannico. A Manchester rimane fino al 1964, riuscendo a conquistare l’affetto dei propri tifosi, grazie anche ai suoi compagni di squadra, alcuni reduci della Normandia. Dal cacciate quel nazista, Trautmann fu quasi considerato un figlio di Albione, un eroe nazionale insignito anche di onorificenza dalla regina. Durante la sua carriera in Inghilterra colleziona 545 presenza, consentendo di mantenere la categoria alla sua squadra, portando i tifosi ad esultare per quella storica Fa Cup in un epoca in cui il Manchester concludeva il campionato in totale anonimato, in posizioni poco nobili della classifica.