All’alba del 24 novembre 1973 un velivolo decolla dall’aeroporto Marco Polo di Venezia – Tessera con rotta verso la base NATO di Aviano. C’è vento e nebbia, non è una buona giornata per volare. L’aeroplano procede basso, molto basso. Dopo pochi minuti di viaggio, quando è sopra Porto Marghera, succede qualcosa. L’elica sinistra sfiora un lampione. Il pilota perde il controllo. Il mezzo precipita. Fa una carezza ai grandi serbatoi di combustibile della Montedison. Qualche metro più giù e sarebbero state nuvole di fiamme soffocate solo dopo lunghi giorni di manichette e pompieri. Il pilota nell’ultimo istante di vita vede il suolo ingigantirsi davanti a lui. 

Schianto al suolo

Il muso sfonda l’ingresso della palazzina del Centro di Elaborazione Dati del Polo Petrolchimico della Montedison. La botta scassa l’atrio, e i rottami di motore, schegge di ferraglia, pezzi di ala irrompono negli uffici. Miracolo, nessun impiegato viene investito. 

Parte della fusoliera si è staccata nell’impatto, balza sul piazzale antistante la palazzina; uno, due, tre salti sull’asfalto, il quarto devasta venti auto parcheggiate, il quinto sbatte contro gli uffici della Montefibre, tra l’amministrazione e il centro ricerche. 

È stato l’ultimo volo di Argo 16

Quello non è un aereo qualsiasi. Il Douglas C-47 Dakota dell’Aeronautica Militare Italiana porta il nome in codice di Argo 16, ed è adibito a compiti speciali, segretissimi. Tutti gli uomini a bordo dell’equipaggio muoiono nella sciagura. Perdono la vita il colonnello Anano Borreo, capo-equipaggio, il tenente colonnello Mario Grande, secondo pilota, e i marescialli Aldo Schiavone e Francesco Bernardini rispettivamente motorista e marconista.  

La stampa dell’epoca dà poco risalto alla vicenda. Un’inchiesta superficiale e veloce dell’Aeronautica Militare, condotta con fretta sospetta come a voler dimenticare prima del dovuto, soffoca qualsiasi congettura e dubbio sul nascere: si tratta di incidente, tragico certamente, ma nulla di più che un banale incidente. La polizia giudiziaria non trattiene i resti per esami approfonditi, semplicemente se ne disfa. La carcassa del Dakota precipitato sparisce, rottamata o finita non si sa bene dove, e nessuno potrà studiare quei pezzi d’aereo, che forse potrebbero fornire una soluzione all’enigma e rispondere alla domanda fondamentale:

Si è trattato solo di una fatalità? 

C’è chi non crede all’ipotesi dello schianto per errore umano. Nel 1974, Beppe Niccolai, deputato del MSI e fascista eretico, alza la voce cocciuto e solitario; s’intestardisce perché convinto che qualcuno nasconda qualcosa di inquietante e perché ci son morti che aspettano giustizia. Il 10 agosto di quell’anno, in veste di membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, presenta un’interrogazione al Ministero della Difesa. Niccolai vuole vederci chiaro, c’è puzza di sabotaggio e cattivo odore di trama occulta. 

Per tanti anni, silenzio. 

All’improvviso, colpo di scena, inaspettato, su una questione ormai messa nel dimenticatoio, riposta nella polvere, in un cassetto dell’archivio Storia Scomoda. In un’intervista, il generale Ambrogio Viviani, bersagliere e parà, e cosa più importante dirigente tra il 1970 e il’74 della sezione controspionaggio del SID – Servizio Informazioni Difesa (divenuto poi SISMI nel ’77) ne dichiara di belle. Sottolineo le parole chiave. 

Domanda: “Risulta che il veicolo utilizzato, l’Argo16, tre giorni dopo saltò misteriosamente per aria sopra il cielo dell’areoporto di Tessera a Venezia. Morirono i piloti. L’incidente apparve allora molto strano. Lei che ne pensa?”

Risposta: “A mio giudizio fu un avvertimento del Mossad, un consiglio un pò cruento per dirci di smetterla con Gheddafi e il terrorismo arabo-palestinese

Cinque parole evidenziate: Argo16, avvertimento, Mossad, Gheddafi, arabo-palestinese

Ambrogio Viviani

Argo Panoptes è il gigante mitologico “che tutto vede”. Argo 16 è il bimotore che ha mille occhi, per scrutare, per spiare. È un regalo degli Stati Uniti fatto trovare sotto l’albero alla giovane Repubblica negli anni ’50. Presta le sue ali al gruppo SIOS – Servizio Informazioni Operative Situazione dell’Aeronautica Militare. Esistono altri due gruppi fratelli nella stessa famiglia SIOS, inquadrati nelle altri armi di Esercito e Marina. Fino al 1977 il capofamiglia SIOS era il SID, l’intelligence militare, il papà di Argo 16. L’organizzazione è preposta alla raccolta, allo studio, al controllo di una gran mole di informazioni. È responsabile della sicurezza all’interno delle basi, al controllo del personale militare e di tutte le ditte fornitrici delle Forze Armate, nonché a compiti strategicamente più rilevanti, come l’acquisizione di informazioni sensibili inerenti i paesi ritenuti potenzialmente ostili. La Jugoslavia di Tito, per esempio. 

Vola il gigante alato dai mille occhi alla guerra elettronica sopra l’Adriatico. Misure di spionaggio, contromisure tattiche antiradar, uso attivo o passivo dello spettro elettromagnetico: la guerra fredda si fa sempre più tecnologica. Ma i compiti del Dakota, non si fermano qua. C’è dell’altro, ancora più segreto. Argo 16 presta servizio alla Gladio

Nel dopoguerra si delineano due schieramenti più o meno netti. USA e alleati vs URSS e satelliti. Il rischio di un nuovo confronto militare su vasta scala è presente. La Terza Guerra Mondiale non è fantastoria ma pericolo aleggiante. Il Babau di un nuovo macello, forse questa volta definitivo al pari di un suicidio planetario, è lì, dietro l’angolo. Strateghi CIA, cervelloni delle ipotesi, veggenti in mimetica di immaginarie e cupe visioni belliche, impegnano energie cerebrali a disegnare sulla carta offensive e controffensive, per ora solo ipotizzate. La Terra è divisa a metà, e noi, Bel Paese, sulla linea del fronte, nella trincea in allarme tra due mondi agli opposti, due specie della stessa razza umana che si contendono un solo pianeta per la supremazia totale. Il Campidoglio di Washington con la gigantografia di Breznev o l’insegna luminosa Coca-Cola sul Cremlino: sogno o incubo a seconda da quale parte della barricata la si guarda. In Italia, la Terra di Mezzo mediterranea, campo di battaglia di spie, sottospie, esperimenti di intelligence, di tensioni violente e controllate, con movimenti radicali e varie criminalità tipiche, si organizza la difesa. Allora, lo scenario operativo è il seguente: 

Immaginiamo la Terza Guerra Mondiale. 

Usciamo dai binari della Storia ed entriamo nel labirinto fantasioso e divertente dell’Ucronia, dunque lasciamo la Storia come scienza d’indagine per ricostruire la verità che adesso invece non è più tale, bensì gioco e creazione di universi paralleli. 

La Storia coi Se. 

Se Vienna fosse caduta per mano ottomana.

Se Napoleone avesse capovolto le sorti della battaglia di Waterloo. 

Se Hitler avesse vinto la guerra. 

O, come nel nostro caso, se il Patto di Varsavia avesse invaso l’Europa Occidentale. 

Immaginiamo paracadutisti siberiani lanciarsi sopra Bonn o carri T-62 con la stella rossa farsi largo per le strade di Milano e uffici del KGB nei palazzi di Roma. 

Fantasia, ma negli anni ’50-’60-’70-’80 del secolo scorso, non così inverosimile. Se le forze convenzionali della NATO fossero capitolate sotto le spallate sovietiche orientali, altre forme di guerra “alternativa” sarebbero entrate in gioco. Si tratta di organizzazioni della NATO, di ispirazione CIA, definite stay-behind.

Stay: rimanere sul posto. 

Behind enemy lines: dietro le linee nemiche. 

In caso di conquista da parte del nemico le cellule clandestine stay-behind rimangono nascoste in territori controllati dal nemico ed escono fuori nella veste di movimenti di resistenza, conducendo atti di sabotaggi e di guerriglia. Operante nei paesi NATO, l’organizzazione paramilitare è coordinata dal Clandestine Planning Committee, l’organo internazionale controllato dallo SHAPE Supreme Headquarters Allied Powers Europe.  La branca italiana di tutto questo baraccone top secret si chiama GLADIO. 

Se russi, cechi, polacchi, o jugoslavi (anche senza esser parte del Patto di Varsavia, ma in qualità di avvoltoi su una carcassa) avessero issato bandiere rosse nelle nostre città ecco che sarebbero entrati in azione i gladiatori, i nuovi partigiani della guerra contro Ivan della steppa. Avrebbero disseppellito mitra e dinamite dai cimiteri e dalle buche per impegnarsi in assassinii mirati, attentati, proselitismo anticomunista, sabotaggio, insurrezione, e supporto ai commandos alleati infiltrati nel territorio diventato ostile. Guerriglia, in una parola sola. 

Stemma dello SHAPE

Argo 16, l’aereo schiantatosi, è usato dall’organizzazione GLADIO. Ha i finestrini oscurati, non è necessario che i passeggeri sappiano la rotta. Si alza in cielo per occasioni speciali. Dà passaggi a gladiatori e trasporta armi. Fa spesso la spola verso la base segreta sarda di Capo Marrargiu, vicino ad Alghero, dove ha sede il C.A.G. Centro Addestramento Guastatori. Al C.A.G si prendono specializzazioni segrete in informazione, sabotaggio, propaganda, guerriglia, evasione. Non dobbiamo pensare a Rambo esaltati, tutt’altro, questi gladiatori sono professionisti seri e preparati. L’ultima importante missione condotta dal comandante Anano Borreo e dal suo equipaggio di Argo 16 è quella su cui dobbiamo poggiare la nostra lente d’ingrandimento.

Dunque, il 1973 non è un anno qualunque per la Repubblica Italiana: il 17 dicembre un commando palestinese mette a ferro e fuoco l’aeroporto di Fiumicino, con mitra e bombe al fosforo, uccidendo trentaquattro persone. La vicenda dell’attentato pare collegata in qualche modo all’affare Argo 16. Due mesi prima della strage di Fiumicino infatti, l’Ufficio D (controspionaggio) del SID comandato dal generale G. A. Maletti, dopo una soffiata del Mossad israeliano, cattura vicino ad Ostia cinque presunti terroristi.

C’è puzza di preparazione di attentati clamorosi. Tre li sbattono dietro le sbarre, altri due invece inspiegabilmente vengono imbarcati in gran segreto su un aereo della Gladio e accompagnati in Libia, e qua liberati. Succede quindi che i nostri servizi segreti, nell’autunno 1973, fermano una cellula palestinese che stava organizzando una grossa operazione sul nostro territorio. I cinque fedayyin volevano buttare giù aerei della compagnia israeliana EL AL in decollo da Fiumicino con missili terra-aria di fabbricazione russa Strela-2. Volevano fare una strage eclatante.  

Le autorità però liberano due pericolosi terroristi per voler mantenere fede ad un accordo occulto stipulato dall’allora ministro degli esteri Aldo Moro con le principali componenti della lotta per la liberazione della Palestina. Riporto a tal proposito, le parole di Francesco Cossiga:

Lo chiamavano ‘Accordo Moro’ e la formula era semplice: l’Italia non si intromette negli affari dei palestinesi, che in cambio non toccano obiettivi italiani. In cambio di ‘mano libera’ da parte dell’Italia, i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e l’immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici, fintantoché tali obiettivi non collaboreranno con il sionismo e con lo Stato d’Israele.  

È il cosiddetto “Lodo Moro”, cioè una stretta di mano tra Repubblica e guerriglia palestinese; una stretta che è nascosta, fatta sotto il tavolo della diplomazia ufficiale tra due parti che all’insaputa di altri si fanno l’occhiolino. Nell’autunno del ’73, al momento del rilascio dei due fedayyin, il Lodo Moro è nella sua fase embrionale, d’inizio rapporto e non ancora esecutivo, visto e considerato che alcune settimane dopo, il 17 dicembre 1973, ci sarà il gravissimo attentato all’aeroporto di Roma-Fiumicino

30 ottobre 1973: i due palestinesi, ospitati in un appartamento del SID di Roma, vengono imbarcati su Argo 16. Oltre al solito equipaggio, prende posto il capitano Antonio Labruna, ufficiale dei carabinieri e 007 italiano di grande esperienza. L’aereo si dirige su Tripoli per consegnare quegli ospiti speciali alle autorità del colonnello Gheddafi, stretto alleato della causa palestinese e che si farà carico di consegnare i due ad Al-Fatah, la corrente maggioritaria di Yasser Arafat in seno all’OLP. 

Nelle stesse ore, a Tel Aviv, altri uomini sono viola di rabbia… 

Tre settimane dopo, il Dakota precipita su Porto Marghera. 

Ma cosa è effettivamente successo quella mattina di quarant’anni fa? Ci sono tre possibilità, tre strade diverse per spiegare cause e responsabilità. 

Spiegazione numero uno: l’incidente. Argo 16 si sarebbe schiantato al suolo per un’avaria che è stata comunque solo ipotizzata e non provata da fatti e analisi tecniche in sede processuale. Ma i guasti capitano agli aerei e son dolori quando accadono in volo, perché difficilmente si può scampare. Qualcuno, sul caso affrontato dai tribunali degli anni ’90, suggerisce che il Dakota è aereo vecchio e stanco, un catorcio residuato dalla seconda guerra mondiale, tenuto assieme dal fil di ferro. No, non è proprio così, l’apparecchio è anziano ma solido. Allora anche gli errori umani possono succedere, gli uomini sbagliano nei loro mestieri, pure i più abili e preparati. Un volo troppo basso, una distrazione superficiale, un colpo di sonno improvviso… ipotesi difficili da credere quando si apprendono cenni biografici del colonnello Anano Borreo, pilota espertissimo, pluridecorato nella seconda guerra mondiale. In Libia, nelle battaglie nordafricane, più volte è costretto ad atterraggi di fortuna senza carrello lungo le spiagge mediterranee. Un asso della vecchia guardia dell’Aeronautica Militare. 

Sostenitori eccellenti di questa prima ipotesi: il generale Paolo Inzerilli, alpino e comandante tra i ’70 e gli ’80 dell’organizzazione GLADIO, e l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del servizio segreto militare dal 1984 al 1991. Martini, in un colloquio informale con l’avvocato e senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi, dice che a suo parere la tragedia di Argo 16 sia dovuta ad un errore del pilota. 

Spiegazione numero due: la pista interna. Ad organizzare il disastro aereo sarebbero stati gladiatori rancorosi. La GLADIO è investita da ristrutturazioni e smantellamenti. Si decide la chiusura definitiva di depositi segreti di armi nel Nord Est, santebarbare celate nei boschi e sottoterra. Elementi più intransigenti dell’organizzazione la prendono male. Ai gladiatori non piace essere disarmati. Certi falchi vorrebbero inoltre che la linea strategica di tutta l’operazione diventi decisamente più attiva nelle questioni nazionali. Non rimanere più cellule dormienti, ma destarsi, e agire anche con la violenza; unità mosse dal principio che la miglior difesa è l’attacco, e dunque colpire in tempo di pace il nemico, che è il comunismo e i suoi seguaci del PCI. Uscire dalle tane e intervenire immediatamente, rompendo la natura stessa dell’organizzazione, concepita per essere operativa sul campo se – e solo se – fossimo invasi. Prendono di mira Argo16 perché è l’aereo che trasporta le armi dei depositi smantellati verso la Sardegna, lontano dai gladiatori in prima linea. In questo scenario, tutto da verificare, una frangia impazzita ed estremista di GLADIO vorrebbe punire il vertice moderato e fedele alle istituzioni per affermare la propria voce. Viene in mente una piccola nostrana OAS Organisation de l’armée secrète (l’organizzazione francese, clandestina e oltranzista, che s’opponeva alla decolonizzazione).

La tesi presenta punti di forte debolezza. GLADIO è sì segreta, ma non clandestina. La differenza è importante. È la struttura fondamentale di un preciso piano militare di difesa territoriale. Ovvio che debba rimanere segreta… i sovietici devono ignorarne l’esistenza, è la condicio sine qua non della sopravvivenza stessa di un gruppo del genere. E sì, la sua segretezza rimane tale per tanti anni; l’operazione funziona bene, segnale che i suoi membri sono davvero preparati. Quindi è nascosta, ma non illegale, e non clandestina. Non nasce da devianze spionistiche o logge di cospiratori, bensì prende vita come baluardo difensivo, e gli organi istituzionali ai massimi livelli ne sono a conoscenza. Nel 1991 è difatti riconosciuta ufficialmente dal governo di allora, quando il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti dice che è una struttura di informazione, risposta e salvaguardia. 

Il suo scopo principe è la difesa dello Stato, non l’offesa allo stesso. Responsabilità nelle stragi, nelle connivenze, in progetti eversivi vanno a mio avviso cercate altrove. I gladiatori vengono scelti dai reclutatori attraverso un’accurata selezione. Non vengono presi a caso. Sono soldati ma anche civili dalla sicura fedeltà nei confronti della bandiera e dello Stato. Chi è vicino a posizioni di estrema sinistra o di estrema destra non viene nemmeno preso in considerazione. E non sono neppure superuomini, la loro forza sta proprio nell’anonimato, nel sapersi mimetizzare tra la gente comune, nel passare inosservati all’occhio delle truppe nemiche… un ferroviere, un maestro elementare, un impiegato del comune… in realtà un radiofonista, un artificiere, un cecchino. Sono i neopartigiani della Terza Guerra Mondiale, quando l’Armata Rossa sfilerà lungo i Fori Imperiali. Se in GLADIO ci sono mele marce, esse sono esigua minoranza. Non bombaroli, ma soldati. 

Sostenitori eccellenti della seconda ipotesi, che punta il dito contro GLADIO: il generale Gerardo Serravalle, capo dell’ufficio R del SID per l’attività di ricerca notizie dal 1971 al ‘74, ribadisce in un intervento televisivo quello che ha già detto al giudice Carlo Mastelloni fautore di una grande inchiesta veneziana su Argo 16. 

Spiegazione numero tre: la pista israeliana. I servizi segreti d’Israele, il Mossad “l’Istituto”, hanno informato i “colleghi” italiani della presenza ad Ostia della cellula palestinese pronta ad agire a Fiumicino. È comprensibile la loro incazzatura quando vengono a sapere che due del commando stanno per essere rilasciati in Libia. Ma come – si chiedono le spie di Tel Aviv – aiutiamo gli italiani ad acciuffare quei pericolosi fedayyin e questo è il loro ringraziamento? 

Il Mossad non è un’agenzia di spionaggio qualunque. Abituati e induriti da uno stato di guerra perenne, agiscono aggressivi fuori dai confini nazionali. La loro difesa è ad oltranza; ovunque ci sia un pericolo per lo stato ebraico, intervengono. Non si fanno scrupoli ad agire con determinazione per dimostrare al mondo intero la volontà di rappresaglia: nessun nemico d’Israele rimarrà impunito. Un episodio per tutti: “l’Operazione Ira di Dio”, quando organizzarono la vendetta contro i responsabili del massacro delle Olimpiadi di Monaco del 1972. Se attacchi Israele paghi, e il conto te lo presenta il Mossad direttamente a casa tua, facendoti la pelle. 

Il 1973 è un anno incandescente. Ad ottobre s’è combattuta la guerra del Kippur che ha visto contrapporsi Israele ad una coalizione di Egitto e Siria. Tel Aviv, ferita ma vincitrice, è in massima allerta con le armi cariche e spianate. Intanto l’Italia si mostra ambigua. Se ufficialmente non si risparmia nel dichiararsi dalla parte di Israele manifestando solidarietà e amicizia, ufficiosamente porge la mano ai suoi nemici storici, i palestinesi e loro alleati, con politiche filo-arabe. Ne è l’esempio lampante il Lodo Moro. In nome di un’opportunistica realpolitik, cerchiamo di rimanere amici con tutti perché siamo brava gente di sole e mare. Questa doppiezza italiana manda gli israeliani su tutte le furie. La consegna dei terroristi a Gheddafi è la goccia che fa traboccare il vaso. I duri, reduci da mille battaglie e operazioni speciali, vogliono mandare un avvertimento e vendicarsi del torto subito. Agiscono da mafiosi, con il linguaggio di agguati e attentati. Obbiettivo è l’aereo e l’equipaggio che ha trasportato il nemico sano e salvo.

Il movente e la capacità di commettere questo tipo di azione, non mancano. Tali missioni non sono lontane dalla realtà operativa di quello che è ed è stato il Mossad, potente e privo di scrupoli. Il Mossad non scherza. Argo 16 sarebbe stato sabotato, manomettendo con perizia e senza lasciare prove, il timone di coda, durante la notte precedente lo schianto, al buio della pista dell’aeroporto di Venezia – Tessera. La vendetta porta la firma della stella di David. Sostenitori della spiegazione numero tre, quella israeliana: il già citato generale Ambrogio Viviani del controspionaggio e il suo superiore nei servizi segreti, generale Gianadelio Maletti. Anche Francesco Cossiga è di questa opinione, dichiarata pubblicamente in un’intervista a Giovanni Minoli. 

Siamo di fronte all’ennesimo garbuglio storico italiano, in cui non ci sono prove inconfutabili che possano rendere i fatti assodati e puliti dai dubbi, dalle congetture e dalle interpretazioni opposte tra loro. Noi comuni mortali lontani anni luce da giochi di potere che manovrano destini di interi popoli ignari, possiamo solo ragionare sul poco che sappiamo per trovare l’ipotesi più verosimile. 

Per tanti anni del mistero di Argo 16 si è occupato il magistrato Carlo Mastelloni con una lunga e sofferta inchiesta giudiziaria, di certo non facile. Gli ostacoli sono stati le reticenze degli ufficiali, le dichiarazioni in conflitto tra loro dei generali, l’impossibilità di analizzare i resti dell’aereo, l’opposizione del segreto di stato ovvero il velo scuro posto sulla vicenda per ragioni di sicurezza. L’ex capo del Mossad, Zvi Zamir, e il suo agente e responsabile per l’Italia, Asa Leven, sono stati formalmente accusati in sede processuale. Nessuno dei due s’è presentato a conferire, naturalmente. Non sono uomini qualunque; della giustizia italiana, quelli lì, se ne fanno un baffo. Nel 1999 tutti gli imputati, italiani depistatori ed israeliani attentatori, vengono assolti, perché il fatto non sussiste. Mancano le prove

Avete presente il gioco delle tre carte? Bisogna sceglierne una. Una sola è quella giusta. Incidente, GLADIO o Mossad? E secondo te, lettore del romanzo Italia dalla trama spy-thriller lunga mezzo secolo, questa volta chi è l’assassino?