Alle ore 16.37 di venerdì 12 dicembre del 1969, a Milano, presso la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana – più precisamente nel salone principale, posto a pian terreno – esplode un ordigno composto da sette chili di tritolo. La deflagrazione provocò la morte di diciassette persone e il ferimento di 88. All’epoca la Banca Nazionale dell’Agricoltura era uno dei pochi istituti di credito rimasti che, il venerdì pomeriggio, ospitava le contrattazioni per la compravendita dei terreni agricoli. Le trattative avvenivano intorno al grande tavolo rotondo centrale in mogano sotto il quale era stata posata la valigia contenente la bomba.

Scriverà Pasolini nella poesia intitolata Patmos, dedicata alle vittime della strage: “I morti erano tutti dai cinquanta ai settanta la mia età fra pochi anni (…) vestivano di grigio e marrone”. L’esplosione fece scattare subito l’allarme in Questura: inizialmente si ipotizzò che la causa fosse lo scoppio di una caldaia. Questa pista, però, dopo i primi sopralluoghi verrà scartata quasi subito, perché al momento dei fatti nel sotterraneo della banca era presente l’addetto alle caldaie e i tre impianti erano rimasti intatti. Sul posto giunsero immediatamente il sindaco, il questore Giovanni Guida e tre commissari di pubblica sicurezza. Uno è Luigi Calabresi, vice capo dell’Ufficio politico della Questura milanese.

Quella sera stessa era stato rinvenuto un altro ordigno inesploso all’interno della sede della Banca commerciale in piazza della Scala, a pochi isolati da piazza Fontana. Circa cinquanta minuti dopo, a Roma, esplosero altri tre ordigni: il primo presso la Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, che provocò il ferimento di quattordici dipendenti; le altre due esplosioni avvennero all’Altare della Patria: la prima vicino alla tomba del milite ignoto e dopo otto minuti un’altra all’entrata del Museo del Risorgimento, sull’ala destra del monumento. In questo caso le esplosioni provocano quattro feriti di lieve entità.

Le indagini della Procura di Milano si indirizzarono subito sulla pista anarchica e misero in collegamento l’attentato di Milano con quello di Roma. La sera stessa dell’attentato di piazza Fontana, in alcune zone della città vennero affissi dei manifesti di fantomatici gruppi anarchici in cui veniva rivendicato l’attentato. Una volta posti sotto sequestro del sostituto procuratore Ugo Paolillo, e dopo essere stati fatti analizzare, si accertò che la carta dei manifesti non era mai stata usata dai vari circoli anarchici milanesi. A Roma, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat convocò il Comitato di sicurezza nazionale, composto dai ministri dell’Interno e della Giustizia, dal comandante generale dei carabinieri e dal capo della polizia di Stato. Venne discussa l’eventualità di proclamare lo stato di assedio, contenuto nel Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, che prevedeva la sospensione della libertà di stampa e di assemblamento, ma la proposta trovò la contrarietà dal ministro dell’Interno Franco Restivo.

Anche negli ambienti politici regnava una grande confusione e tensione. All’interno del Parlamento c’era paura per una reazione di stampo neofascista. Il Movimento Sociale Italiano accusava espressamente il governo presieduto da Mariano Rumor di non essere stato capace di opporsi alle degenerazioni violente delle rivendicazioni sociali della classe operaia. Tale tesi era sostenuta anche dai maggiori quotidiani del paese, tranne quelli orbitanti intorno al Partito Comunista come Paese Sera e L’Ora.

Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat all’interno nel suo studio nel palazzo del Quirinale

Il 13 dicembre il questore di Milano dichiarò alla stampa che le indagini erano aperte in ogni direzione, senza escludere nessuna pista. L’unico che si sbottonò fu il commissario Calabresi, il quale dichiarò che le attenzioni degli inquirenti erano rivolte all’estremismo di sinistra. Il giorno seguente il questore fu costretto a convocare di nuovo i giornalisti per smentire le dichiarazione “equivoche” di Calabresi. Nel frattempo, parallelamente alle indagini ufficiali della Procura, si muoveva l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.

A capo di questa sezione dell’intelligence c’era Federico Umberto D’Amato, che aveva dei profondi legami con la Cia ed era allo stesso tempo un uomo di fiducia del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Emilio Taviani. Subito dopo l’attentato, D’Amato aveva inviato a Milano un suo stretto collaboratore, Silvano Russomanno, in passato militante della Repubblica Sociale Italiana. Russomanno s’insediò all’interno degli uffici della Questura.

Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati

Improvvisamente, la sera del 16 dicembre, i telegiornali diedero la notizia che era stato arrestato il colpevole della strage di piazza Fontana, identificato nel ventinovenne Pietro Valpreda, un ex ballerino di Milano, appartenente a diversi gruppi anarchici milanesi prima e romani poi. Valpreda era noto all’Ufficio politico della polizia per essere un anarchico con delle idee rivoluzionarie violente. Questo comportamento gli attirò l’ostilità dei circolo anarchico milanese, il “gruppo della Ghisolfa”, ed era contrastato in modo particolare dalla figura più rappresentativa del circolo, Giuseppe Pinelli, un ferroviere di cinquantuno anni, padre di due figlie, che professava un anarchismo di stampo pacifista e per l’unità tra i popoli. Valpreda, trasferitosi a Roma, frequentò il circolo “Bakunin”, ma anche lì a causa delle sue teorie estremiste e farneticanti venne isolato. Decise così di fondare un gruppo tutto suo, denominato “22 marzo”. Al nuovo gruppo si unirono Mario Merlino, un finto anarchico, infiltrato per conto del gruppo neofascista Ordine Nuovo, e Andrea Polito, un agente dell’Ufficio politico della polizia di Roma, che la sera del 11 dicembre aveva informato i suoi colleghi che Valpreda era partito per Milano.

Determinante fu la testimonianza di un tassista meneghino, Cornelio Rolandi, che il giorno seguente l’attentato si ricordò di aver accompagnato un passeggero davanti alla Banca dell’Agricoltura poco prima dell’esplosione, e che quest’uomo in mano teneva una borsa di cuoio. La mattina del 16 dicembre, il tassista Rolandi depose un verbale in cui espose i fatti ai carabinieri in via della Moscova. Subito dopo venne accompagnato in Questura per riconoscere il presunto sospettato tramite la visione di una foto segnaletica. Rolandi disse che c’era sì una somiglianza, ma che quello che aveva accompagnato davanti alla banca aveva il viso “più scavato”. Venne allora deciso di far fare a Rolandi un confronto all’americana. Valpreda, che non dormiva da due giorni, aveva un aspetto trascurato, mentre gli altri uomini del confronto erano tutti poliziotti vestiti in giacca e cravatta. Il tassista, dopo un po’ di esitazione, indicò Valpreda come la persona che aveva accompagnato qualche giorno prima a piazza Fontana. L’avvocato dell’anarchico chiese a Rolandi se era convinto di ciò che aveva fatto, e il tassista gli rispose: “Se non è lui, qui non c’è”.

Gli inquirenti, senza perdere altro tempo, decisero di identificare in Valpreda il colpevole e lo arrestarono. Poco tempo dopo lo stesso Rolandi rivelò a Giampaolo Pansa, allora cronista per il quotidiano La Stampa, che dopo aver fatto il confronto con la fotografia Guida gli diede un buffetto affettuoso in faccia, e gli promise che avrebbe ricevuto un compenso di 50 milioni di lire per aver riconosciuto il colpevole. Subito dopo l’arresto di Valpreda, la Procura di Roma fece arrestare anche tutti gli appartenenti al circolo “22 marzo”, ritenuti colpevoli di aver collocato e fatto esplodere gli ordigni all’Altare della Patria e alla Banca Nazionale del Lavoro.

Nel frattempo a Milano vennero fermati altri 84 militanti anarchici, e tra questi figurava anche Giuseppe Pinelli, che dalle ore 19 del 12 dicembre si trovava in Questura su invito diretto di Calabresi, per essere sottoposto a un interrogatorio. Pinelli e Calabresi si conoscevano da diverso tempo. Il vice capo dell’Ufficio politico intratteneva rapporti di cordialità con Pinelli allo scopo di avere informazioni sul conto di alcuni degli anarchici più esagitati. Pinelli aveva detto ai suoi compagni dei rapporti che saltuariamente intratteneva con Calabresi e la polizia di Stato.

Quella sera, Calabresi cercava informazioni precise sul conto di Valpreda. L’interrogatorio nei confronti di Pinelli fu molto duro ed estenuante. L’obiettivo della polizia era quello di ottenere delle prove contro Valpreda a tutti i costi, ma Pinelli, non avendo più contatti con il sospettato dopo che era stato lui stesso ad allontanarlo dal circolo, non poteva fornire le informazioni che la polizia voleva e cercava. Gli inquirenti, non convinti, durante l’interrogatorio arrivarono perfino ad accusare Pinelli di aver messo lui la bomba, allo scopo di farlo parlare, arrivando perfino a trattenerlo in Questura oltre le 48 ore previste dal codice di procedura penale per il fermo di polizia giudiziaria.

Pochi minuti prima della mezzanotte del 16 dicembre Giuseppe Pinelli, improvvisamente, cadde dal quarto piano dall’ufficio del commissario Luigi Calabresi. Venne immediatamente trasportato all’ospedale Fatebenefratelli, ma morì poco dopo essere arrivato. La mattina seguente il questore Guida convocò una conferenza stampa e dichiarò che Pinelli si era suicidato perché era fortemente indiziato di aver partecipato all’attentato, e temeva di essere accusato. Il 27 dicembre la madre e la moglie dell’anarchico Pinelli denunciarono Guida per diffamazione aggravata nei confronti del figlio e marito, ma il Tribunale di Milano archiviò la denuncia perché “il fatto non costituisce reato”. Sette anni più tardi, il sostituto procuratore di Milano Gherardo D’Ambrosio, in un nuovo processo sul caso Pinelli, escluse il suicidio e attribuì la causa della caduta a un malore che lo colpì mentre si stava affacciando dalla finestra per prendere un po’ d’aria, dopo essere stato sottoposto a un interrogatorio estenuante.

Pietro Valpreda durante un’udienza per la strage di piazza Fontana

Il 14 dicembre il settimanale britannico The Observer, un supplemento domenicale del Guardian vicino al partito laburista, attribuì la paternità dell’attentato all’estrema destra, tramite l’epiteto “Strategy of tension”. Nell’articolo veniva lasciato intendere che l’attentato fosse stato indirettamente appoggiato dalla destra moderata, in special modo dal presidente della Repubblica Saragat. Secondo l’Observer, la strategia di Saragat era dovuta agli scioperi e ai seguenti disordini causati dalla protesta dei lavoratori pubblici e privati che, se protratti per diverso tempo, avrebbero messo in crisi il governo. L’articolo ipotizzava che la finalità del disegno fosse quella di creare una Repubblica presidenziale di stampo più autoritario, sul modello di quella francese gollista.

All’articolo s’intrecciarono le confessioni di Guido Lorenzon, un professore ventottenne di liceo di Vittorio Veneto. Lorenzon era stato profondamente scosso dalle rivelazioni del suo amico Giovanni Ventura, suo vecchio compagno di liceo, di tre anni più giovane. Ventura era figlio di un podestà fascista e si era laureato in filosofia all’Università di Padova. Aveva poi fondato un piccola casa editrice. Secondo Lorenzon Ventura, vantandosi, fece vedere al suo amico diverse armi, munizioni e un timer, conservati nel suo appartamento di Treviso. Da qualche anno Giovanni Ventura era entrato a far parte del gruppo di estrema destra di matrice neofascista Ordine Nuovo.

Il giorno dopo la strage di piazza Fontana, Lorenzon si recò alla libreria di Ventura e trovò quest’ultimo che gli diceva di essere appena tornato da Milano per motivi politici. Il loro dialogo s’indirizzò subito sull’attentato e Ventura, di punto in bianco, gli disse che era allibito perché non si capacitava del fatto che l’ordigno posizionato alla Banca commerciale non aveva funzionato. Lorenzon rimase di stucco e mentalmente collegò a quelle parole ciò che aveva visto a casa dell’amico poco tempo prima. Dopo qualche giorno di riflessione, il giovane professore decise di confidarsi con un suo legale, che gli consigliò di stendere un memoriale di quello che aveva visto e sentito e di consegnarlo alla Procura della Repubblica di Treviso.

Lorenzon venne interrogato dal sostituto procuratore trevigiano Pietro Calogero e dichiarò che Ventura frequentava un altro ordinovista, Franco Freda, giovane avvocato di Padova, anche lui titolare di una libreria. Qualche anno prima aveva pubblicato un pamphlet dal titolo evocativo: “La giustizia è come la bandiera, dove la si gira va”. Negli altri interrogatori a cui Lorenzon fu sottoposto rivelò altre confidenze che gli fece Ventura, in particolare su come era strutturato Ordine Nuovo.
L’organizzazione era costituita da diverse cellule di tre elementi l’una, operative nel nord e nel centro Italia. Il fondatore Pino Rauti, giornalista in passato militante del Movimento Sociale Italiano, che aveva abbandonato per fondare Ordine Nuovo, era al vertice della struttura.

Una parte dei servizi segreti militari vedevano in Ordine Nuovo un gruppo extra-parlamentare che avrebbe potuto limitare la possibile deriva a sinistra dell’Italia. I funzionari del Sid, acronimo di Servizio Informazioni Difesa, erano tutti uomini di destra; tra questi, una figura di collegamento con gli ordinovisti era Guido Giannettini, definito “agente Z”, un giornalista ed esperto di strategia militare. Giannettini aveva pubblicato due saggi che avevano per oggetto l’infiltrazione da parte degli organi istituzionali all’interno di gruppi politici di opposizione, con l’obiettivo di eliminarli. Nei mesi precedenti l’attentato di piazza Fontana, l’agente Z aveva incontrato diverse volte Freda nella sua libreria.

L’infiltrazione di militanti di estrema destra nelle file dei vari gruppi di sinistra era stata stabilita a livello internazionale nei primi giorni dell’aprile 1968 in un meeting tenutosi in Grecia, all’epoca sotto la dittatura dei colonnelli. L’incontro era stato organizzato dal Sid e parteciparono diversi esponenti dell’estremismo di destra. La linea stabiliva che si dovevano inserire dei provocatori in piccoli gruppi male organizzati di estrema sinistra e spingere quelle formazioni ad atti di violenza, al fine di creare nell’opinione pubblica un corale sentimento di sgomento e un conseguente desiderio di ordine, che si sarebbe concluso in due modi: o con un golpe da parte delle forze armate, oppure con uno spostamento a destra del governo.

Manifestanti di Avanguardia Nazionale

Seguendo quella direttiva, il 18 aprile si tenne nella libreria di Freda una riunione fondamentale che doveva stabilire come mettere in pratica quanto teorizzato in Grecia. Oltre a Freda, parteciparono tutti i maggiori responsabili di Ordine Nuovo delle cellule del triveneto: Carlo Maria Maggi, responsabile del gruppo del Triveneto, Delfo Zorzi, capocellula di Mestre, e Guido Giannettini in rappresentanza del Sid. Venne deliberato che si sarebbero dovuti compiere degli attentati simultaneamente, con esplosivo a basso potenziale, nei monumenti e nei luoghi emblematici della borghesia, come le banche, in modo che la colpa sarebbe stata immediatamente addossata all’estrema sinistra.

Franco Freda

Il 20 dicembre del 1971 la polizia effettuò una perquisizione a casa di Giovanni Ventura. Venne scoperto che esisteva una cassetta di sicurezza nella Banca Popolare di Montebelluna in cui erano contenuti dei documenti relativi ai rapporti tra la cellula di Ordine Nuovo di Padova e il Sid. Qualche mese più tardi un altro ordinovista, Marco Pozzan, stretto collaboratore di Freda, rivelò ai magistrati tutti i particolari della riunione tenutasi in libreria il 18 aprile del 1969. Il 3 marzo del 1972 Freda e Ventura vennero arrestati con l’accusa di essere gli esecutori degli attentati del 12 dicembre 1969. Il fascicolo dell’indagine venne trasferito da Treviso a Milano per competenza territoriale. I magistrati milanesi riuscirono a rilevare che i servizi segreti avevano rallentato il corso delle indagini tra il ‘69 e il ’72: l’Ufficio Affari Riservati aveva sottratto il verbale che aveva rilasciato il titolare di un noto negozio di Padova dove erano state acquistate qualche giorno prima degli attentati. La commessa che aveva venduto le borse, interrogata, riconobbe in Franco Freda l’acquirente.

Per la magistratura era oramai chiaro che a commettere gli attentati del 12 dicembre erano stati i militanti di Ordine Nuovo, in collaborazione con i servizi segreti. Vennnero così iscritti nel registro degli indagati il caposezione dell’Ufficio Affari Riservati Elvio Catenacci e i capi delle squadre politiche della polizia di Stato di Roma, Bonaventura Provenza, e di Milano, Antonino Allegra. Nel corso delle udienze venne chiamato a deporre il nuovo capo del Sid, Vito Miceli, che rispondendo alla domanda se Giannettini fosse un appartenente ai servizi segreti disse che si sarebbe avvalso del silenzio previsto dal segreto di Stato.

A gennaio del 1974 la Procura di Milano emanò un ordine di cattura nei confronti di Guido Giannettini, ma il Sid riuscì a farlo espatriare in Argentina. A rendere ancora più evidente la paternità dell’attentato fu la testimonianza di Tullio Fabris, un elettricista di Padova, che era stato contattato da Franco Freda per avere consigli sull’acquisto di diversi tipi di timer. Dopo che l’elettricista venne chiamato a testimoniare, fu avvicinato in più occasioni da diversi appartenenti di Ordine Nuovo che lo invitarono a non collaborare con i giudici. In un’occasione gli vennero fatte delle esplicite minacce di morte, davanti alla moglie. Nel 1994, Fabris riconoscerà in Pino Rauti uno degli autori delle intimidazioni. Per questioni di ordine pubblico il processo venne spostato da Milano a Catanzaro.

Nel 1979 ci fu la sentenza di primo grado: Freda, Ventura e Giannettini vennero condannati all’ergastolo, come esecutori degli attentati, e venne assolto l’anarchico Valpreda. Nel 1981, nella sentenza del processo di appello, Freda, Ventura e Giannettini vennero assolti per mancanza di prove, ma condannati per associazione sovversiva. Nel 1982 la Cassazione confermò l’assoluzione.

Guido Giannettini e Franco Freda in una delle pause del processo di appello

Nel 1996 venne ritrovato per caso sulla via Appia un deposito dell’Ufficio Affari Riservati, sciolto nel 1977, composto da circa 150.000 fascicoli di cui la maggior parte inerenti i fatti di piazza Fontana. Nei documenti si registravano i contatti che Ordine Nuovo aveva con esponenti della Cia in servizio presso la base militare americana di Verona. Il magistrato milanese Guido Salvini riaprì le indagini anche grazie alla testimonianza di un pentito ordinovista: Martino Siciliano. Egli tirò in causa Delfo Zorzi, della cellula di Vicenza, Carlo Digilio e Dario Zagolin come esecutori materiali dell’attentato. Oltre a Siciliano si aggiunse un altro collaboratore di giustizia, Edgardo Bonazzi, un ex appartenente al Msi, il quale rivelò che l’autovettura di Zagolin, una Fiat 1500, venne multata l’11 dicembre a Milano in piazza Diaz, a cinque minuti da piazza Fontana.

Secondo gli inquirenti, per gli attentati di Roma avrebbe avuto un ruolo fondamentale la cellula ordinovista di Trieste, guidato dal medico Carlo Maria Maggi, che una volta giunto nella capitale avrebbe avuto supporto logistico da alcuni componenti del gruppo di Avanguardia Nazionale, coordinati da Stefano Delle Chiaie. Le indagini riuscirono anche a fare chiarezza sulla provenienza dell’esplosivo delle bombe: in una deposizione in tribunale del 2001 il generale Giandelio Manetti, funzionario del Sid ormai in pensione, disse che le bombe provenivano da Aurinna, in provincia di Trieste, precisamente da un deposito di Gladio, un’organizzazione paramilitare segreta creata dagli Stati appartenenti alla Nato.

La sentenza di primo grado del 2001 condannò all’ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni come esecutori materiali della strage, mentre Carlo Digilio, considerato colpevole, non venne condannato per aver collaborato alle indagini. Freda, Ventura e Giannettini furono ritenuti colpevoli di essere stati i mandanti, ma non condannabili per il principio giuridico del “ne bis in idem”, in quanto già assolti in Cassazione. Nella sentenza della Corte d’Assise d’Appello del 2003, Zorzi e Maggi vennero assolti per insufficienza di prove. L’assoluzione venne confermata un anno dopo in Cassazione.