Kobe Bryant non è stato un eroe. Gli eroi sono altro, si qualificano per cose più serie; spesso, purtroppo, fanno anche una fine ben peggiore di quella, sconvolgente, del campione e degli altri otto che con lui sono morti nel mattino insolitamente nebbioso di Los Angeles. Kobe Bryant è stato un eroe sportivo, questo sì. Decisamente.

I numeri: 48637 minuti giocati nell’NBA, 1346 partite tutte con la stessa maglia, quella dei Los Angeles Lakers. È il settimo giocatore di sempre per minuti giocati nella massima lega di basket americana. In vent’anni, ha segnato 33643 punti (quarto all time), preso 7047 rimbalzi, perfezionato 6306 assist. Vinto 5 volte il titolo NBA. Ma i numeri non dicono niente. Persino i nostri amici americani, appassionati di statistiche, sanno che la matematica non spiega tutto. Cosa può farlo? Proviamo con un po’ di geometria.

Il triangolo

Phil Jackson con Michael Jordan e Scottie Pippen, i due “gemelli” dei Chicago Bulls pluricampioni negli anni ’90Un giorno torna nell’NBA uno strano personaggio; particolare, ma non un volto nuovo: è Phil Jackson, che ha giocato tanti anni ai Knicks, vincendo anche due titoli (gli ultimi, per inciso, atterrati a New York) negli anni ’70, quando era considerato un giocatore hippie

Fast forward di un decennio, alla fine degli anni ’80, Phil ora è un allenatore hippie, e Chicago è una squadra con un immenso talento. Guidata da un signore dalla Carolina, Michael Jeffrey Jordan, terza scelta al draft del 1984, una promessa che si sta confermando, ma non ancora vincendo: prima i Bucks, poi i Celtics di Larry Bird, hanno fermato i Bulls al primo turno dei playoff. Poi ci penseranno ancora i Bad boys di Isaiah Thomas – ma questa è un’altra storia. 

Phil Jackson è stato chiamato per rivoluzionare la mentalità della squadra e per vincere ha un’idea, uno schema zen: il triangolo di Tex Winter, assistente allenatore di Jackson, entità mistica della pallacanestro statunitense. Il triangolo no, non lo sappiamo spiegare, perché più che una serie di istruzioni è una mentalità, una fitta rete di movimenti e contromovimenti, con palla e senza palla. Quello che qui ci interessa è che è una filosofia, Jackson è il suo profeta e Jordan, cui viene insegnato a fidarsi più dei compagni, il perfetto esecutore. Risultato: sei finali di NBA, sei vittorie del titolo.

Ecco, la storia di Jackson e Jordan, di quella dinastia dei Bulls che domineranno il decennio degli anni ’90 e che accompagneranno l’NBA a diventare un fenomeno globale, è un lato del triangolo che dobbiamo conoscere per parlare del vertice opposto: Bryant.  Un ragazzino che come milioni di altri vede giocare Jordan in televisione, se ne innamora. E ne è ancora innamorato quando, nel 1996, arriva a giocare in NBA appena diciottenne, senza essere neppure passato dal college basketball, “gavetta” classica per apprendisti cestisti USA. 

Assieme a lui è arrivata una star, e che star: Shaquille O’Neal, uno dei giocatori più dominanti della storia della pallacanestro. Una squadra costruita per vincere, ma che non vince. Prima i Jazz di Stockton e Malone, poi gli Spurs di Duncan e Popovich gli bloccano la strada. Serve un altro vincente, arriva Phil Jackson che, appena finito con Chicago, apre una nuova dinastia – ma anche questa è un’altra storia. Ci basti per il momento mettere questo come primo punto: non si può parlare di Kobe Bryant senza parlare di Phil Jackson e Michael Jordan. 

Maybe it’s my fault

Queste parole sono l’inizio di uno spot meraviglioso che Michael Jordan interpreta per la Nike:

Maybe it’s my fault. Maybe I led you to believe it was easy, when it wasn’t.

Maybe I made you think my highlights started at the free throw line, and not in the gym.

Maybe I made you think that every shot I took was a game winner. 

That my game was built on flash, and not fire. 

Maybe it’s my fault that you didn’t see that failure gave me strength, that my pain was my motivation.

Maybe I led you to believe that basketball was a God given gift, and not something I worked for every single day of my life.

Maybe I destroyed the game.
Or maybe, you just making excuses.

Forse è colpa mia che l’ho fatto sembrare facile, e non vi ho fatto vedere tutto il mio lavoro, tutto il mio dolore, dice il sei volte campione. La fatica è un elemento centrale nello sport americano, nella cultura americana, quella del self made man, dell’against all odds, del vince chi si impegna di più, chi merita. 

La fatica divide Bryant e Shaq, che in coppia avrebbero vinto altri numerosi titoli NBA oltre i tre già alzati al momento della separazione. Perché si dividono? Kobe non sopportava che O’Neal non avesse la sua cultura del lavoro. Pone l’alternativa a Jerry Buss, presidente dei Lakers: o va via lui, o vado via io. Jerry chiede a Phil, che risponde: teniamoci Shaq. Invece si tengono Kobe.

Phil Jackson con Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, i due “gemelli” dei Los Angeles Lakers pluricampioni nei primi anni 2000

La fatica unisce Jordan e Bryant. Entrambi maniacali, più che maniacali. Entrambi disposti a uccidere e a uccidersi per un millimetro, un secondo, un grammo, per quel tiro che fa la differenza tra vincere e perdere, vivere e morire. Ma maybe it’s my fault lo dice Michael, Kobe invece ha sempre tenuto moltissimo a mostrare tutta la sua fatica, il suo sacrificio, a esibire la sua determinazione.

Non si tratta di esibizionismo. Bryant lavorava davvero e davvero più di chiunque altro. Leggendario il fatto che la mattina dell’11 Settembre si stesse allenando già da due ore quando gli aerei si schiantarono contro le torri del WTC, alle 9 di mattina sulla costa est, le 6 dove è lui, su quella ovest. Innumerevoli sono i racconti di compagni e allenatori che ci confermano la sua etica del lavoro. 

Oltre a lavorare, poi, Kobe studiava. Jackson racconta che non tutti i giocatori hanno voglia di leggere come dovrebbero i loro schemi (telefonare a Shaq), qualcuno non ne guardava nessuno, ma solo uno studiava i suoi e anche quelli degli altri: il Black Mamba. Lasciato solo alla guida della squadra dopo essersi liberato di O’Neal, fermava gli allenamenti e interrogava i compagni: cosa stai facendo? Lo stesso in panchina, durante la partita. Spesso nella loro lingua madre, se stranieri, o in idiomi loro più congeniali dell’inglese – famosi ad esempio gli scambi in italiano con Vujacic, sloveno, ma tre anni a giocare a Udine.

Proprio l’italiano ci può aiutare a capire perché Kobe esibisca così la sua fatica: crede di aver sempre qualcosa da dimostrare. Non è mai al suo posto, a partire dalla sua infanzia, passata in Italia al seguito del padre, discreto giocatore in NBA e nel nostro campionato. Gli anni nel Belpaese gli hanno insegnato la lingua del cuore: le sue figlie si chiamano Natalia, Bianca, Capri. E quella Gianna, detta Gigi, che era con lui sull’elicottero.

Gli anni della formazione in Italia se li porterà dietro anche sui campi della high school in America, dove sarà visto come uno straniero, un diverso. Uno che non è cresciuto per le strade crude degli Stati Uniti, come la gran parte degli afroamericani dell’NBA. Uno che deve dimostrare di appartenere a un posto che forse non è il suo.

Un giovanissimo Kobe Bryant con i suoi compagni di squadra a Reggio Emilia

L’uomo che uccise Kobe Bryant

Bryant bambino imitava suo padre davanti alla televisione, Bryant ragazzo imitava Michael Jordan. 

Uno studio ossessivo dei movimenti, al punto che praticamente ci riuscì – e in tal modo, però, quasi scomparve. Stesso ruolo, stesso atteggiamento e con lo stesso allenatore, Kobe forse non riesce ad avere una vita sportiva autonoma da quell’immenso fantasma che lui stesso continua ad evocare. Un ostacolo tra lui e la consacrazione da più grande di ogni tempo che proietta un’ombra dalla quale non esce mai del tutto. 

La sua maglia, la 24 dopo l’8, è quella di Jordan, il 23, più uno; Kobe però rischia per tanti versi di rimanere Jordan meno uno. Lo diceva Phil Jackson, lo dice il suo personal trainer (anche quello, in comune con Michael), lo dice la realtà: MJ sul campo era meglio in tutto rispetto a Kobe. 

Un miglior giocatore, un miglior leader. Diverso anche il rispetto che i due hanno avuto dai colleghi, temuto, odiato, ma sempre rispettato il primo, enormemente più divisivo il secondo. E fuori dal campo? Due personalità complesse e con lati oscuri, tenebrosi. Le scommesse per Michael. Le denunce e i tradimenti per Kobe.  

Michael Jordan e Kobe Bryant, avversari e “gemelli” a cavallo di due generazioni sportive

Sta male ricordare tutto questo in un coccodrillo? Non credo. Penso che l’unico modo per uccidere davvero Bryant sia accettare il suo gioco sadomasochista, di ragazzo che ha cercato tutta la vita di uccidere Kobe e farsi Jordan, uccidere il giocatore e farsi Mamba, uccidere l’uomo e farsi macchina. Rischierebbe così di essere solo la caricatura di un campione, un uomo che ha cercato di essere il numero uno e che per farlo ha scelto l’unica via che certamente non gliel’avrebbe mai permesso. Ma in fondo, di che stiamo parlando? Le classifiche di questo tipo servono solo ai matti, ai malati del gioco. Come era lui.

Bryant è stato un personaggio molto più amaro di quel che è apparso, molto più tenero della corazza costruita, molto più intelligente di quanto si potesse intuire. Molto più fragile, quindi ancora più forte. Nella sua determinazione indistruttibile c’era un esempio immenso, che però è rimasto sempre nascosto dietro una narrativa più superficiale di quel che si meritasse, dietro la faccia da duro. 

Questa morte tremenda aggiunge, ma non stabilisce, amarezza. Io credo che avremmo visto ora il vero Bryant, finalmente libero dal gioco che l’ha ossessionato e condizionato, libero di diventare l’esempio, libero di scatenare la sua intelligenza e creatività in tutte le direzioni possibili. Adesso forse sarebbe potuta iniziare la sua vera vita, la sua seconda vita, autonoma da quello che si era promesso nella prima. 

Kobe Bryant ha vinto l’Oscar per un cortometraggio animato ideato e dedicato al suo addio al basket

Mamba out

Ci guarderemo indietro tra qualche anno e ci renderemo conto di non aver capito niente. Il mondo sportivo, non solo quello della pallacanestro, verrà toccato forse più dalla sua morte che dalla sua opera, immensa, di giocatore.

Ora il rischio è che resti imprigionato in quell’impresa impossibile e incompiuta. Perché quando moriamo ci consegniamo agli altri, nudi; il nostro ricordo è lasciato alle parole altrui, e se si è personaggi importanti persino alle improbabili interpretazioni degli sconosciuti, come è questa. Così Kobe viene condannato a rimanere solo l’eroe sportivo, uno dei più grandi di sempre, a diventare uno stereotipo, un santino; e a continuare a pagare quel debito di felicità e di serenità. Senza poter dimostrare che lui era, come era, bigger than basketball.