I prossimi Mondiali di calcio si svolgeranno nel 2022 in Qatar, un Paese il cui “sport” nazionale è la caccia con il falcone e nel quale è impossibile giocare d’estate, quando da sempre si disputa la Coppa, perché la temperatura media si avvicina ai 50 gradi. Si andrà quindi in campo in inverno, costringendo i campionati nazionali a effettuare una lunga sosta, un fatto mai accaduto che implicherà stravolgimenti ai calendari e una serie di problemi organizzativi a uno sport che è ormai un business miliardario. Che ciò sia potuto accadere dimostra la caparbietà, e il potere di condizionamento, del piccolo emirato del Golfo Persico nell’aggiudicarsi l’organizzazione della più importante manifestazione sportiva del mondo. Non fermandosi nemmeno di fronte a una massiccia opera di corruzione per convincere i delegati della Fifa a sostenere la sua candidatura.

Lo scandalo seguitone non ha fatto cambiare la sede dell’evento, ma ha provocato la defenestrazione del vero e proprio califfo del calcio mondiale, il “colonnello” svizzero Sepp Blatter, il quale per ben 17 anni era stato il padre padrone della Fifa ed aveva superato indenne, in precedenza, innumerevoli critiche e accuse. Anche la carriera dirigenziale di Michel Platini è stata stroncata, ma l’ex fuoriclasse della Juventus è stato poi assolto dalla giustizia ordinaria svizzera per un pagamento di 1,8 milioni di euro che, del resto, aveva denunciato regolarmente al fisco. In ogni caso, niente e nessuno, nemmeno le accuse di sfruttamento della manodopera, costretta a lavorare con insufficienti tutele sanitarie, hanno potuto fermare la formidabile macchina organizzativa: tecnologie all’avanguardia e stadi avveniristici per una spesa che dovrebbe aggirarsi intorno all’iperbolica cifra di 240 miliardi di euro. Del resto, se si vuole, contro logica, organizzare una simile manifestazione in un Paese privo di tradizione calcistica, e delle relative strutture, non si può lesinare sulle spese. Anche perché gli impianti vanno dotati di impianti di refrigerazione perché, pure d’inverno, in Qatar fa comunque un bel caldo.

Ma una logica, dal punto di vista dell’emirato, non da quello dei veri appassionati, comunque c’è. L’amore per il calcio del Qatar è dimostrato anche dall’acquisto del Paris Saint Germain che, in pochi anni, a prezzo dei soliti investimenti massicci e dribblando in qualche oscuro modo le accuse di avere infranto il fair play finanziario, da squadra di secondo piano è diventato il palcoscenico sul quale si esibiscono molte delle maggiori stelle internazionali. Il fatto è che Doha usa il calcio, e lo sport in generale, (ma i recenti Mondiali di atletica sono stati un insuccesso a causa dello scarsissimo pubblico presente e dei malori che hanno colpito gli atleti della marcia e della maratona sempre per via del caldo contro il quale, all’aperto, non ci sono investimenti che tengano…) per accrescere il proprio soft power, ovvero l’immagine di forza ed efficienza che intende proiettare nel mondo. Perché l’emirato è ambizioso a 360 gradi, come racconta nel suo Qatar 2022 (Lupetti editore) il vicedirettore di NewsMediaset Gianluca Mazzini, che è la persona giusta per mettere a fuoco la realtà di un Paese complesso, unendo la passione per lo sport alla competenza nelle questioni geopolitiche, con particolare riferimento all’area mediorientale a cui ha dedicato precedenti lavori.  

Il Qatar è, da diversi anni, un protagonista della politica internazionale, anche se i più lo conoscono, oltre che per il calcio, solo perché ha acquisito i celebri grandi magazzini Harrods a Londra e le nuove costruzioni del quartiere di Porta Nuova che hanno modificato lo skyline milanese. Il suo dinamismo si è accentuato da quando, nel 2013, il giovane Tamar bin Hamad al-Thani è succeduto al padre sul trono di quella che solo formalmente è una monarchia costituzionale. Grazie soprattutto alla sua forza economica, l’emirato si era già  reso protagonista di importanti mediazioni diplomatiche, da quella che pose fine al programma nucleare di Gheddafi ai colloqui di pace tra Sudan e Ciad. Oggi gioca un importante ruolo politico anche in Libia, dove insieme all’alleata Turchia sostiene molto concretamente il governo di Sarraj contro le mire del generale Haftar appoggiato da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Anche per questo, Ryiad, insofferente del protagonismo di Doha, ha formato, nel giugno 2017, una coalizione con Egitto, Bahrein ed Emirati Arabi per imporre un blocco commerciale e diplomatico al Qatar, accusandolo di finanziare il terrorismo.

Pur dovendo fronteggiare l’ostilità dell’Arabia Saudita, la più grande potenza del Golfo, Doha se la sta cavando bene: la fuga di una parte dei capitali stranieri è stata compensata dall’intervento dello Stato nel settore bancario e, per sfuggire all’embargo, l’emirato si è progressivamente avvicinato all’Iran, l’odiato nemico principale di Riad, con il quale condivide, al largo delle rispettive coste, un immenso giacimento di gas. Per quanto riguarda le accuse di terrorismo, è vero che dal Qatar, come del resto ancora più massicciamente dall’Arabia Saudita, partono ricchi finanziamenti di privati che spesso finiscono nelle mani di gruppi jihadisti, sui quali entrambi gli Stati si mostrano distratti. Ma la polemica di Riad si rivolge soprattutto all’appoggio che Doha concede alla Fratellanza Musulmana. Questa, però, non può essere classificata tout court come un’organizzazione  terrorista, essendo un movimento che, fin dalla nascita negli anni Venti del secolo scorso per mano di Hasan al-Banna, si inserisce, da posizioni “fondamentaliste”, nel movimento riformista di “islamizzazione della modernità”, e i cui militanti solo in particolari contesti di dura repressione sono scivolati nella lotta armata.

Mazzini sottolinea come l’arma più potente dell’arsenale del soft power qatarino rimanga comunque la televisione all news Al Jazeera, la “Cnn araba”, fondata nel 1996. Grazie ad essa, Doha ha trasmesso all’immenso pubblico arabo, abituato alle ingessate televisioni statali dei propri Paesi, un’immagine di modernità e libertà, ospitando dibattiti su questioni scabrose per la mentalità islamica e dando voce ad oppositori politici dei vari regimi che altrove era impossibile ascoltare. Anche se, nei suoi confronti, non mancano le accuse di parzialità e di propaganda a favore del proprio governo. L’emirato intrattiene poi buone relazioni commerciali con Israele, ma è allo stesso tempo il finanziatore della derelitta popolazione di Gaza e il protettore di Hamas che detiene il potere nella Striscia: a dimostrazione di come la sua volontà di potenza non tema le ambiguità.  

Quello che ci viene presentato in questo esauriente libro è un piccolo Paese, delle dimensioni dell’Abruzzo, con due milioni e mezzo di abitanti, di cui il 70% composto da indispensabili lavoratori stranieri, ma con grandi numeri. Basti pensare che il reddito pro capite della popolazione autoctona, che non sa cosa siano le tasse, è di 700mila dollari, dieci volte gli Usa! La ricchezza, più ancora che dal petrolio, proviene dal gas: le sole riserve di GNL presenti nelle sue acque ammontano a circa 900mila miliardi di metri cubi: il 15% di tutte quelle mondiali. A questo tesoro può attingere il fondo Qatar Investment Autorithy che con un patrimonio di 335 miliardi di dollari, va in giro per il mondo a fare la spesa, comprando aziende e interi quartieri cittadini. Oltre che ovviamente Neymar, Mbappé e compagni, con gli spiccioli rimasti in cassa.