“Cancellare Salvini” è una frase minacciosa che incita al linciaggio. La perentoria affermazione fatta da Vittorio Feltri pochi giorni su “Libero”, messa insieme al titolo di “Repubblica” del giorno prima, dà perfettamente l’idea non solo del punto di non ritorno di una carta stampata convintasi che basti urlare per superare la spaventosa crisi di vendite di cui è affetta da tempo, ma più in generale del deprimente clima da bianco e nero in cui sembra precipitata l’intera società italiana: sempre più tiranneggiata dall’ignoranza, sempre più consegnata allo stile social, sempre più affetta dalla sindrome esiziale del mi piace/non mi piace, sempre più alloggiata in una modalità Freddy Kruger contro Winnie the Pooh.

Vittorio Feltri, il direttore editoriale di “libero”, quello di titoli impalpabili tipo “bastardi islamici”, “ci vogliono morti” o anche insulsamente negazionisti come “riscaldamento del pianeta: ma se fa freddo”, il Feltri passato alla storia del giornalismo anche per via del falso scoop messo in atto anni fa contro l’ormai ex direttore di “Avvenire” Dino Boffo, sì, proprio questo Feltri qui ora chiede all’Ordine dei giornalisti di intervenire per sanzionare in qualche modo il suo dirimpettaio Carlo Verdelli, il quale a sua volta ha pensato bene, da quando è alla guida di “Repubblica”, di adeguarsi con i suoi titoloni urlanti spesso nel nulla, privi per giunta dell’inventiva di quelli del “Manifesto”, al clima da derby, da bianco e nero appunto che ha ormai infettato – forse, ahimè, irreversibilmente – il nostro modo di vivere e di pensare.

Lasciando pure stare l’ordine dei giornalisti, da cui nessuna persona di buon senso credo si aspetti ragionevolmente più nulla, dimostratosi finora incapace di andare oltre generici inviti appartenenti più al mondo delle intenzioni che a quello della realtà, la guerra tra due dei principali quotidiani è solo la punta più appariscente dell’iceberg italiano. O forse meglio, la testa del pesce Italia in cui si fa sempre più fatica a praticare quella cosa che si chiama complessità, a lavorare cioè più di bisturi che di accetta.

Se attacchi la magistratura, vuol dire che sei berlusconiano o ancor peggio se possibile un salviniano; se te la pigli col pensiero liberista e con la finanza ti danno del vetero-sindacalista; se metti in fila le stronzate fatte in passato dal PD, ti urlano dietro “grillino che non sei altro”; se fai notare che questi cinque stelle sono solo la fedele espressione di una società civile che non è più tanto “civile”, ti invitano subito a pensare alle macerie che le classi dirigenti hanno prodotto negli ultimi decenni; se fai tanto di dire che è difficile su alcune cose dare torto a Salvini, l’etichetta di “fascista” è bella che confezionata; se arrivi a sostenere che la società Autostrade ha goduto di favori e privilegi vergognosi (e non parlo nemmeno di ponti e di manutenzioni: si pensi solo all’esenzione più unica che rara dal dover emettere ricevute), ti danno dell’anarchico eversore; se fai notare quanti danni abbia prodotto all’immagine del Paese un’amministrazione della giustizia nel migliore dei casi pachidermica, l’accusa più ricorrente è di stare dalla parte della destra, mentre se insisti a sostenerne alcune scelte “politiche”, l’epiteto più scontato è “giustizialista”, stupido e superficiale quanto quello di “garantista”, secondo l’insensata alternativa favorita proprio da giornali come “repubblica” storicamente usi a parteggiare per le procure; provi ad argomentare che quelli che si rivolgono ossessivamente al popolo dimostrano spesso di stimarlo ben poco, questo popolo, viste le fandonie che gli propinano a tutto spiano?

Immancabile quanto scontata la reazione: “non sei che un inguaribile elitista”; mentre se al contrario fai tanto di elencare i danni clamorosi che le élite hanno prodotto (tra i quali proprio quello di separare democrazia e diffusione del sapere) l’epiteto di “populista” è a tua disposizione.

Per non parlare delle cose estere, dove l’ignoranza raggiunge vette siderali, lo sciocchezzaio vertici sublimi e la logica del mi piace/non mi piace assume toni da pochade, per di più anacronistici, vista la balcanizzazione globale di cui è vittima un mondo diviso fino a trent’anni fa da una divisione andata bellamente a farsi benedire: pensi che Trump nella sua volgarità perfino ontologica abbia messo il dito su alcune piaghe come il finto liberalismo economico cinese? La risposta che ti arriva dal mondo “progressista” è sempre la stessa e somiglia tanto a quella che usava una volta per Berlusconi: “ma come fai a dirlo? hai visto come si presenta, con quei capelli…vuoi mettere Obama?”; arrivi a sostenere che Guaido in Venezuela è un fantoccio degli Stati Uniti? Reagiscono ricoprendo d’insulti il comunista Maduro che ha ridotto il popolo venezuelano alla Fame, come se le due cose non potessero marciare di pari passo; per non parlare poi di quello che ti viene rovesciato addosso allorché affermi che sul piano internazionale Putin ha stravinto la battaglia con il suo omologo Obama: sei un inguaribile comunista, è la risposta più gentile che ti possa pervenire; per non parlare di quello che ti può venire addosso su una svedesina di nome Greta sia che tu sollevi qualche dubbio sulla sua missione, sia se ne esalti le qualità comunicative…

Dopo la caduta del muro, quel gran superficiale di Fukuyama sostenne che la storia era finita, che il capitalismo aveva vinto. Baudrillard al contrario parlò di un virus dell’est che, con la caduta del muro, avrebbe infettato il pensiero occidentale. A trent’anni di distanza, una conclusione si può trarre: il primo ragionava in bianco e nero (capitalismo contro comunismo), il secondo metteva invece in guardia dall’abbandonare le ragioni del pensiero critico, che restano alla base di ogni dimensione intellettuale degna di questo nome: invano, purtroppo, perché il menu del giorno sembra ormai diventato, tranne rarissime eccezioni, un menu fisso: quello, appunto, facile, facilissimo, micidiale, del bianco e nero, i colori che il Tommaso Landolfi de “La pietra lunare” definì anche, non per nulla, “dell’orrore”.