Nel tempo presente qualunque evasione dalla realtà deve necessariamente seguire gli stessi standard che abbrutiscono il tran-tran quotidiano. Il gusto del dissenso, anche nel caso particolare e autonomo della propria coscienza, non può non essere conformato alla melassa livellante, al gusto imperante, al perbenismo meschino. Le idee dominanti sono le idee della classe dominante, e questa verità lapalissiana – per questo oggi del tutto dimenticata – si conferma puntuale anche nel campo della immaginazione. Basti considerare lo stato pietoso delle arti – musica, pittura, scultura, teatro – per osservare fino a che punto la capacità creatrice si sia del tutto piegata agli orridi gusti delle classi dominanti, nella totale apatia di quelle folle ridotte a ingorde consumatrici di massa. E’ appunto il consumo, non l’idealizzazione, a rendere in questo senso l’opera un prodotto “artistico”. L’artista è l’oggetto, non il soggetto del momento creativo, con tutto ciò che ne consegue in termini di genialità (perduta) e volgarità (diffusa).

A questo osceno collasso morale non può sottrarsi naturalmente la politica, che resta per chi scrive la somma di tutte le arti e di tutte le arti rappresenta la più completa e assurda degenerazione. Presuppone, la politica, quella capacità rarissima di riassumere l’ideale con il reale, l’idea in potenza con la realtà in atto, e raccordare questi due momenti individuando le modalità, i tempi e le azioni necessarie per giungere infine alla realizzazione di quanto immaginato. La politica, insomma, è utopia o non è.

Leggiamo l’etimo: οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi luogo che non esiste. Quante volte abbiamo visto bollare come utopico – inteso come sinonimo di assurdo – qualunque progetto che non fosse perfettamente prono alla schifosa realtà che ci circonda? Quanti tentativi sono stati frustrati perché utopistici, cioè follie e non coraggiosi atti di rottura con l’esistente?

Karl Marx

L’utopia è l’ennesimo tabu del nostro tempo infame. Il perché è presto detto. La storia dell’uomo è la totale negazione della stasi sociale: è cioè il perenne rivolgimento delle classi, la continua distruzione e creazione di poteri, stati, istituzioni. Il processo non ha certo un senso ascendente, come credevano alcuni rimbambiti positivisti, ma assume casomai i connotati di un vortice che tutto rimonta e trasforma. Ma la dinamica del movimento storico la fanno gli uomini, acquisendo la consapevolezza che la realtà presente può e deve essere abbattuta a favore di un’altra e più favorevole condizione di esistenza. Ecco così che l’utopia diviene il motore del cambiamento, perché indica l’obiettivo, corrobora gli animi, alimenta gli sforzi: la forza innata e segreta dell’umanità si dispiega attraverso la volontà di conseguire quanto immaginato. Mutando un passo celebre del Capitale:

Ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà.

Sostituiamo alla fattispecie del lavoro quella del rivoluzionario, che costruisce l’alternativa nella sua testa prima di realizzarla nella realtà, e avremo ben sintetizzato il concetto. Possiamo ancora dire che senza utopia non esiste più storia, in quanto il movimento si cristallizza perché nessuno ha più le capacità di immaginare una possibilità diversa, negazione dell’esistente, in grado di poter coalizzare gli scontenti e renderli forza attiva e cosciente del cambiamento sociale.

Gli aborigeni, o alcune civiltà ancora – e per fortuna – immuni dal contatto con la modernità, tramandano da secoli il loro modello senza alcuna variazione, proprio perché nessuno sente o riesce a concepire l’utopia di un’alterità possibile. Di converso, bastano pochi anni per distruggere dalle fondamenta una civiltà millenaria quale quella contadina in forza di modelli – aberranti, come insegna l’analisi di Pasolini – che inebriano l’immaginazione delle masse e innescano la volontà di costruire una società diversa da quella in cui ci si trova.

In questo senso il presente in cui ci troviamo immersi ha tutto l’interesse a distruggere qualunque forma di utopia che non sia conveniente al proprio progetto di dominio. Quali sono infatti le realtà “alternative” che possono oggi offrirsi a chi è disgustato – giustamente – dalle società occidentali? Semplice: nessuna che non convenga al potere. L’ecologismo si è tramutato, complice una barbara operazione di propaganda, in un malcelato sogno malthusiano di sterminio degli strati ritenuti inutili della popolazione. L’internazionalismo operaio ha conosciuto l’infamia del tradimento di tutti i vecchi soggetti politici di riferimento, divenendo una squallida falsa coscienza attraverso cui ottenere svariati vantaggi per le classi dominanti: dumping salariale, sostituzione etnica, degrado sociale, guerra tra poveri. Il femminismo e tutte le sue derive deteriori non meritano nemmeno di essere commentate. Le stesse istanze “sovraniste”, che potevano effettivamente alzare la bandiera dell’utopia, sono servite soltanto come rampa di lancio per personaggi ridicoli e ancor più balzani condottieri adiposi.

Su tutto regna la delusione, per chi ci ha creduto, e l’ignavia, per chi seguita a vegetare. Scenario raggelante, in cui sinistro risuona un passaggio dimenticato di Oscar Wilde:

Una cartina del mondo che non contenga Utopia non è degna neppure di uno sguardo, perché tralascia il paese nel quale l’umanità continua ad approdare. E, quando vi approda, l’umanità si guarda intorno, vede un paese migliore e issa nuovamente le vele. Il progresso è la realizzazione di Utopia.

Oscar Wilde

Non a caso il passo è tratto da un piccolo scritto del 1891, L’anima dell’uomo sotto il socialismo, in cui il grande inglese analizza con il suo stile la necessità vitale di realizzare una società profondamente diversa da quella capitalistica, fondata sul profitto e l’alienazione, in cui l’uomo “perde il vero piacere e la vera gioia di vivere”. In effetti, una società che trova il suo fine ultimo nell’accumulazione sfrenata di beni e denaro – materia morta – distruggendo la natura e sfruttando fino alla morte l’umanità – cioè la vita – non può, ma deve essere superata, immaginando un’alternativa totalmente diversa: la società socialista, in cui l’uomo si riconcilia con se stesso, torna a essere fratello dei propri simili, ritrova l’armonia con la natura. In parole povere, riconquista la vita. Sempre Wilde:

Quel che un uomo ha davvero è ciò che è in lui. Ciò che è fuori di lui dovrebbe essere una faccenda di nessuna importanza. Con l’abolizione della proprietà privata, allora, noi potremo avere un Individualismo vero, bello, salutare. Nessuno sprecherà la sua vita ad accumulare cose e simboli di cose. Si vivrà. Vivere è la cosa più rara al mondo. Infatti molti si limitano ad esistere, ecco tutto.

Eccola la nostra alternativa. Una società socialista in cui, citando un gigante dimenticato come Riccardo Lombardi, “a ciascun individuo sia data la massima possibilità di influire sulla propria esistenza e sulla costruzione della propria vita”, in cui la giustizia sociale sia il fondamento della libertà di tutti, dove finalmente lo Stato non sia un comitato d’affari del padronato straccione ma espressione cosciente dei lavoratori, in grado di offrire a tutti la possibilità di costruire la propria vita.

E’ lo spirito della Costituzione, di quei costituenti che, abbandonate le armi della resistenza, trasferirono le istanze conquistate col sangue della liberazione nella carta fondamentale, oggi stuprata da vili usurpatori al servizio di una classe dominante infame e parassitaria. La nostra utopia si chiama Costituzione della Repubblica italiana. Vogliamo troppo? No, vogliamo tutto.