95,5 milioni di statunitensi hanno dichiarato di aver fatto acquisti nel Black Friday, il fine settimana dedicato agli sconti sui prodotti elettronici: un’ottima notizia per i rivenditori, una pessima per l’ecosistema. Gli elettrodomestici a basso costo costituiscono un’attrattiva irresistibile per i consumatori ma il risparmio di prezzo grava sull’ambiente sotto forma di inquinamento. Nel 2012 il mondo ha ammassato 49 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, una vasta gamma che spaziava dai cellulari di ultima generazione alle lavatrici. Il contributo più grande è arrivato dagli Stati Uniti, in cui ogni abitante produce quasi 30 chili di spazzatura elettronica l’anno. E la tendenza è in forte aumento. Uno studio condotto da una organizzazione partner delle Nazioni Unite prevede un incremento nel 2017 che porterà l’ammontare complessivo a 65,4 milioni di tonnellate. All’orizzonte non si affacciano soluzioni innovative per lo smaltimento.

Alcuni vecchi elettrodomestici giacciono inutilizzati nelle case dei consumatori ricoperti dalla polvere: i rispettivi proprietari non sanno cosa fare dei loro gadget o li conservano coscientemente per paura di perdere i dati in essi inseriti. Altri vengono passati a parenti o amici. La maggior parte però viene stipata nelle discariche e i materiali tossici in essi contenuti, come piombo, arsenico, berillio e mercurio, finiscono per disperdersi nell’ambiente avvelenando gli ecosistemi. Lo smaltimento improprio configura anche rischi per la sicurezza delle informazioni che non sono state cancellate dagli apparecchi elettronici e che possono essere estratte con facilità. Le aziende impegnate nel riciclo dei rifiuti elettronici sembrano essere la soluzione allo spinoso problema. Negli USA, in attesa di una decisione centralizzata del governo federale sull’emergenza spazzatura elettronica, gli impianti di recupero hanno temporaneamente optato per certificazioni aziendali realizzate “ad hoc” per assicurare la professionalità nella trattamento dei dati e nella tutela ambientale.

La consapevolezza della questione sta lentamente emergendo. John Shegerian, amministratore delegato e cofondatore dell’Electronic Recyclers International (ERI) – la più grande compagnia impegnata nel recupero di rifiuti elettronici negli USA – ha dichiarato a Newsweek che ad Aprile del 2005, primo mese di attività dell’ERI, sono stati riciclati 4.500 chilogrammi di spazzatura. A Novembre del 2014 la quantità ha superato gli 11 milioni di chilogrammi. ERI serve clienti che vanno da grandi impianti industriali agli appartamenti di New York. Una volta che il rifiuto entra nello stabilimento, viene fornito di un codice a barre e monitorato. I clienti possono seguire tutte le fasi del percorso di riciclo sul sito internet. La trasparenza è uno dei criteri chiave per un riciclo responsabile.

L’ERI ricicla i componenti o rinnova l’apparecchio ripristinandone le funzionalità in base al contratto sottoscritto con il cliente. Nel caso del riciclo, la compagnia separa i materiali differenti e invia le carcasse elettroniche all’interno di un trituratore industriale: i materiali non recuperabili vengono venduti, mentre il vetro presente nelle apparecchiature viene inviato ad una fonderia. Se un elettrodomestico viene preparato per il riutilizzo, il consorzio si occupa di ripararlo cancellando tutti i dati contenuti al suo interno prima di confezionarlo e venderlo. Recentemente 25 stati hanno approvato una legislazione sul riciclo dei rifiuti elettronici e in molti altri il processo è in corso. Per un gigante come gli Stati Uniti, urge un intervento federale per arginare il fenomeno prima di perderne il controllo.

http://www.newsweek.com/mounting-electronic-waste-poses-major-threat-environment-health-287885