Come sudore, tonnellate di cemento inondano ormai ogni meandro metropolitano. L’urbanizzazione ha nel tempo profondamente alterato lo stile di vita dell’uomo, rendendolo puro artificio. Senza inoltrarci in angusti labirinti storici, filosofici e connessi, possiamo osservare come questo processo rappresenti perfettamente la trasformazione  dell’uomo, da scienziato di mondo a cavia da laboratorio. Siamo di fatto entrati nell’era in cui ciò che l’uomo ha cercato e voluto, con impari testardaggine (ottusità?) per secoli interi, oltre ad essersi realizzato, è passato addirittura al comando. Dalla primordiale paura della ragione umana spinta al normalizzare, regolamentare, e de-finire qualsivoglia essere e non-essere, si è giunti, oggi, all’atrofizzazione di quella volontà creatrice che, naturalmente, anima quell’innata potenza-coscienza dell’uomo.

Si osservi lo scorrere del tempo nelle metropoli, o in tutte quelle località nelle quali turismo, marketing, ed in sostanza gli stereotipi di massa proliferano  – vengono esclusi quei luoghi rurali, isolati dal mainstream metropolitano, nei quali sprazzi di autenticità ancora persistono, ahimè, forse, solo nella generazione tramontante – si noterà come la ripetizione di movimenti, situazioni, parole e pensieri vivificano, nel “microcosmo urbano”, la realtà amorfa e ciclica, propria della degenerazione capitalistica. Un eterno ritorno dell’uguale, in scala ridotta e concentrata: “Sveglia ore 7, lavoro/studio ore 8, pasto ore 13-14, fine lavoro ore 17, 18, 19? ecc. e poi c’è il tempo libero” Cicli infiniti, per paradossi infiniti. Ogni situazione ha un suo tempo, sempre ben scandagliato e fissato, pronto per l’effimera e feroce consumazione. Non si vive nel valore dell’attimo che così diverrebbe immenso, imperituro, intemporale, immortale, ma si corre, ci si sbriga freneticamente, compulsivamente, a soddisfare (paradosso, peraltro, il fatto che oggi buona parte dei bisogni non risultano nemmeno autentici, ma indotti dal bombardamento mediatico). Dal desiderio alla consumazione immediata dello stesso.

Come il criceto, l’ultimo uomo Nietzschiano, corre sulla ruota con determinazione, ignaro del fallace gioco a cui lui stesso da vita, continua a correre, sino a che, stremato, non cede. Ricominciando dopo qualche boccata d’aria affannata, e così avanti ripetutamente. Certo, spesso affiora il desiderio di guardare fuori dalla teca, e magari qualche immagine, emozione, o sensazione nel corso di una vita arriva, ma più passa il tempo e più quelle immagini sconosciute, celate da un velo, rimangono tali; anzi, trasformandosi in chimere, avvalorano sempre più quella corsa infinita, ormai divenuta indispensabile, unica certezza, fondamento e punto di riferimento.

La schizofrenia metropolitana rappresenta proprio quest’eterno ciclo quotidiano; calche di genti indirizzate dai propri obblighi e doveri e allo stesso tempo perse, spaesate, vuote, spasimano nel raggiungere più velocemente possibile la propria meta, anche se questa risulta priva di volontà. Ognuno con i propri percorsi prestabiliti, con le proprie preoccupazioni tali da non lasciar spazio a riflessione o a semplice, momentanea, desiderata, felicità. Monumentali file disegnano autostrade e tangenziali intrecciate una sull’altra, ingozzate da scatole di ferro e plastica che comprimono la creatività al circolo vizioso stress-aggressività, mentre all’unisono, coltri di fumi, più o meno rarefatte, esalano, scurendo il cielo. Immaginiamo ora di osservare una metropoli dall’alto, dal cielo più alto, cosa vedremo se non una pennellata uniforme di grigio apatico, moribondo, che costantemente soffoca, dimentica, la vera origine della bellezza naturale? la cangiante gamma di colori che alla luce del sole dovrebbe risplendere?

E pur solleva, anima, lo sguardo di quei ciuffi d’erba che incuranti delle immense colate grigie, orgogliosi della propria natura, dirompenti nella loro volontà, spezzando il cemento, con vigore sbocciano assennati tra marciapiedi e parcheggi. Ed è dunque da qui che ognuno dovrebbe cominciare oggi: liberarsi da tutto ciò che non è “se stesso”, da tutte quelle catene che, da poco dopo nati, ci si aggrovigliano fino al collo, strozzandoci, castrandoci, scurendoci. Per risolvere qualsiasi problema bisogna partire dalla causa, e se si vuole “cambiare il mondo”, la causa non va affannatamente ricercata nel caos che lo pervade, ma piuttosto in quello che ci dimora dentro, per ciò necessita una ricerca in noi stessi, anzitutto. Come affermava sapientemente Eraclito, “ho indagato me stesso”; dunque, indaghiamo noi stessi, e, come il ciuffo d’erba, sbocciamo assennati.