di Stefano Luzi

Basta capirsi, se ammettiamo che il vero sciocco, quello di cui gli dei si fanno beffa o che essi deridono, è colui che non conosce se stesso.

I risultati della recente tornata elettorale parlano abbastanza chiaro: tra gli italiani che si sono dati la pena di votare è prevalsa la voglia di un cambiamento ornamentale.
Il vincolo esterno ha di nuovo vinto sull’autocritica; l’eterodeterminazione sull’autodeterminazione; il “pilota automatico” (Draghi) sull’assunzione del timone con le correlative responsabilità; un vago ottimismo, ricco di slide e privo di profondità di campo, sulla seria volontà d’individuare le cause sistemiche di una crisi che è non solo economica, ma eminentemente politica e culturale.
La cultura non è l’ozio letterario, bensì la mentalità di un popolo. E se non si lavora schiettamente su questa, cambiare il fantoccio che governa è – questo si – ozioso.
Dunque ammettiamolo una volta per tutte: non siamo, né vogliamo essere noi a disegnare il futuro; né in casa, né fuori casa. Starne a parlarne seriosamente ci sembra forse già di cattivo gusto. Sorridiamo, piuttosto, incrociando le dita: magari stavolta il potere ceduto verrà messo a buon uso, magari l’interesse generale non soccomberà a quello particolare.

Libero è chi è causa di se stesso, scriveva Aristotele. E chi mai vorrebbe assumersi un tale fardello? – rispondiamo noi – tanto l’Italia è intrasformabile.
Con il benestare del 20% del paese confermiamo vuotezza d’iniziativa, provincialismo e vassallaggio. Neanche nei sogni ci spingiamo al punto di assumere un controllo democratico sulle istituzioni dell’UE o di invertire le politiche di reciproca sopraffazione tra stati che essa promuove; figurarsi ipotizzare di smantellarla ed eventualmente ripensarne le fondamenta con calma e lucidità, magari stavolta a carte scoperte.
Pur essendosi aperta una crisi in questa concezione europeista, dal responso domestico sembrerebbe che le alternative delle forze scettiche non soddisfino a sufficienza o che non siano state comprese, tra deformazioni mediatiche, errori comunicativi e strategici, passi falsi di varia natura ma soprattutto pigrizia e pregiudizi di una borghesia assopita. Vince la conservazione del nulla, suggellata da larghe intese permanenti (ormai sdoganate anche a Strasburgo, tra i partiti di legittimazione: popolari e socialisti) le cui rispettive, trascurabilissime differenze sembrano sufficienti a mascherare l’evidente continuità di fondo: la matrice neoliberista.

A chi giova, infatti, la politica dell’ortodossia europeista? A sette anni dall’esplosione della crisi economica gli effetti sono ancora confusi con le cause, la patologia con la cura. L’austerità, che continua a dimostrarsi recessiva piuttosto che espansiva, prosegue: ancora tagli a sanità, istruzione e stipendi, ancora pressione fiscale e svendita di pezzi del settore pubblico e del patrimonio nazionale; ancora una totale dipendenza, e dunque ricattabilità, dai mercati. Stato e Costituzione ridotti a mera finzione con lo svuotamento dei mezzi per gestire l’economia del paese e le vite dei suoi abitanti. Senza spesa pubblica, la crescita di occupazione e domanda resta un miraggio, nonostante la disponibilità di dati storici a cui ispirarsi per ripartire.
La storia: quella maestra senza studenti che, a voler ascoltarla, insegnerebbe che ogni crisi comporta eccezionali opportunità per gli speculatori, sempre lieti di organizzarsi al meglio per prolungare il banchetto. E così continuiamo a salvare banche che non ricambiano il gesto. Paesi-azienda falliscono. I guadagni si privatizzano, le perdite si socializzano. Libera volpe nel libero pollaio.

Tutto, pur di evitare un serio riesame di noi stessi. Chi si crogiola nei privilegi della condizione presente; chi tutto sommato ha i mezzi per campare e può permettersi i lussi del cinismo e dell’altezzosità (immancabilmente rivolti a chi, con i modi che gli appartengono, chiede una ridiscussione della società); e infine chi si è dato ancora una volta la zappa sui piedi: ciò che più conta è che nessuno, per ora, si sia visto privato del diritto fondamentale alla lagna.
Già… si fa presto a parlare di cambiamento.