Immaginate di essere incatenati al vostro letto, di non potervi alzare; delle cinghie di cuoio v’immobilizzano al letto, impedendovi il movimento; giacete nudi o con indosso dei camiciotti di cotone; tutt’attorno a voi udite gemiti, lamenti, pianti, vedete luridi stanzoni, muri grigi e scrostati; l’aria che respirate è viziata, nauseante; non c’è nessuno che vi tenga compagnia, niente libri, giornali, niente musica, niente televisione; nessuna visita; passano i giorni, i mesi, gli anni. E voi lì, inchiodati su un letto. La chiamereste vita, questa? 

Non è l’incipit di un romanzo o il resoconto di un prigioniero di un qualche campo di concentramento, ma è la realtà in cui hanno vissuto migliaia di internati rinchiusi nei manicomi prima che venissero aboliti (nel nome, almeno) con la Legge Basaglia. La Storia è costellata del male che gli uomini, in nome di una legge ingiusta, di una qualche perversa ideologia, di una distorta concezione medica, hanno inflitto ai loro simili. Prigionieri di guerra, carcerati, matti, deportati non fa alcuna differenza, la storia che si racconta in fondo è sempre la stessa, ed è una storia di dignità violate, di diritti negati, di indifferenza, di silenzi. Come in ogni storia che si rispetti però, anche la storia dei matti ha i suoi eroi. 

Telemaco Signorini, La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze, 1865

Giorgio Antonucci è il fondatore dell’approccio non-psichiatrico alla sofferenza psichica. Dal 1973 al 1996 ha lavorato nel manicomio di Imola. Antonucci abolì tutti i sistemi di contenzione fisica e l’uso degli psicofarmaci nel trattamento dei pazienti psichiatrici. In molti lo osteggiarono e videro nel sistema adottato da Antonucci un imperdonabile tradimento da parte di un medico che aveva osato paragonare la realtà manicomiale a quella dei campi di concentramento. Ciò che vide, quando per la prima volta mise piede nel manicomio di Imola, fu quello che all’epoca era considerata una prassi nei manicomi: pazienti (ma sarebbe più corretto parlare di prigionieri) incatenati ai loro letti, picchiati, maltrattati, privati di qualunque forma di contatto con il mondo esterno. 

“Più giù di cosi non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se si ascoltassero, non capirebbero,” queste sono le parole di Primo Levi in Se questo è un uomo, parole che in fondo non sono poi tante diverse da quelle di Antonucci, quando tre decenni dopo descrisse un’altra forma di male, un’altra forma di annientamento e di sterminio.

Dopo tanti anni di letto, legate mani e piedi da cinture di pelle, la camicia di forza e qualche volta, come ho visto addosso a una contadina che aveva l’abitudine di sputare, una specie di museruola di plastica che le chiudeva la bocca, si facevano tutto addosso, non volevano vestirsi, non camminavano. Non riuscivano neanche a mangiare, molte avevano i denti spezzati sia per via dell’elettroshock sia per l’uso dello scalpello quando si rifiutavano di aprire la bocca. Tutte le pazienti avevano i muscoli atrofizzati.

Liberare questi pazienti, racconta Antonucci, “era come far rivivere i morti.” Il repertorio degli abusi inflitti agli internati nel manicomio di Imola non si esaurisce certo con queste brevi righe: i libri di Antonucci (oggi, per correttezza di cronaca, quasi introvabili) ci raccontano di una lunga sequela di abusi e privazioni che andavano dall’uso prolungato e costante delle camicie di forza, all’isolamento, all’immobilità forzata. Tutte pratiche che testimoniano la disumanità del trattamento inflitto ai “matti”, testimonianze che scuotono la nostra sensibilità, che suscitano il nostro orrore, che dovrebbero però anche spingerci a mettere sotto accusa quella branca della medicina che ha osato infliggere queste violazioni ad altri esseri umani e ha avuto l’arroganza intellettuale, la cecità morale, di chiamarla “cura”. 

Antonucci sostituì la violenza, la contenzione fisica, la brutalità repressiva dei normali trattamenti adottati dalla psichiatria nei confronti degli internati, con il dialogo, l’ascolto, la comunicazione. Riabilitò e restituì la dignità perduta a centinaia di pazienti. I risultati che ottenne furono in un certo senso miracolosi, incomprensibili per il sistema psichiatrico che aveva costruito la sua ragion d’essere sul trattamento farmacologico, sulla detenzione coatta, sulla terapia elettroconvulsivante. Tutti quei pazienti che erano stati definiti “inguaribili”, “casi disperati”, “rifiuti umani”, lentamente recuperarono le loro funzioni e tornarono a condurre una vita normale. Assieme a Franco Basaglia, Antonucci lottò affinché i manicomi venissero chiusi. Effettivamente al giorno d’oggi i manicomi di una volta non esistono più, ma la vittoria di Antonucci è stata una vittoria di Pirro; è lo stesso Antonucci, nelle interviste che ha rilasciato negli ultimi anni della sua vita, ad aver ammesso il suo fallimento. 

L’abolizione del manicomio è stata una truffa. Nonostante la Legge Basaglia, oggi la coercizione esiste ancora. Finchè ci sarà il T.S.O (Trattamento Sanitario Obbligatorio), i manicomi esisteranno. Io non ho il diritto di prendere una persona in maniera coatta, contro la sua volontà, per farla ricoverare. La persona viene annientata fisicamente e moralmente. In primis non è riconosciuta la sua libertà di scelta e il suo libero arbitrio, in seguito viene portata in un istituto con coercizione, ovvero parliamo appunto di manicomio. Infatti il manicomio è il luogo dove vanno le persone senza la loro volontà.

Il libero arbitrio è la condizione fondante di un individuo, la condizione senza la quale la parola libertà non ha alcun significato. Ma lasciamo perdere queste considerazioni filosofiche, cosa accade nello specifico a un paziente sottoposto a un Trattamento Sanitario Obbligatorio? I pazienti vengono sequestrati dalle loro case, anche se non oppongono alcuna resistenza, vengono immobilizzati con delle cinghie su delle portantine. Giunti in ospedale, dopo una visita frettolosa e parziale, viene somministrato loro un cocktail spaventoso di farmaci, che hanno lo scopo di indurre una profonda sedazione che annienta la coscienza, la capacità di pensare, di articolare un discorso, di riconoscere i famigliari. Nei giorni successivi al ricovero al paziente viene diminuito il dosaggio dei farmaci, lentamente riacquista alcune delle funzioni primarie: risponde alle domande che gli vengono rivolte, mangia, parla, si muove…. eppure il paziente rimane in tutto e per tutto un automa. La psichiatria ha cambiato volto, ha adottato una forma di controllo più subdola e pervasiva: alla repressione fisica ha preferito l’asservimento chimico, è sufficiente infatti una semplice iniezione per demolire la coscienza e la volontà di una persona. Ancora una volta è doveroso domandarsi se una “cura” che compromette quelle qualità e quelle funzioni che costituiscono l’essenza dell’uomo, possa essere definita una cura. 

Io penso che gli psicofarmaci non servano a nulla, se non a intossicare l’organismo. Per un problema psicologico servono analisi e dialogo, come aveva sottolineato Freud con il suo lavoro. Il problema psicologico non richiede intossicazione. Il farmaco è una droga legalizzata. Nelle cliniche psichiatriche di oggi i pazienti vengono sottoposti a grandi quantità di psicofarmaci, con tutti gli spaventosi effetti collaterali che provocano. Più prendono gli psicofarmaci, più si riducono male, più gli psichiatri dicono che sono inguaribili, più la situazione peggiora. Lo psicofarmaco è terribile come la castrazione, come l’elettroshock come la lobotomia e altre nefandezze perpetuate nei manicomi.

Queste parole hanno scarsa risonanza in una civiltà come la nostra, una civiltà autoreferenziale che, al minimo disturbo, si rivolge con fede cieca alla scienza chimica, che ha delegato all’industria farmaceutica la propria salute psichica; una civiltà che cede le proprie emozioni, le propria intelligenza in cambio della possibilità di consumare droghe che anestetizzino la sua coscienza. Le industrie farmaceutiche fatturano grazie alla vendita degli psicofarmaci 900 miliardi di dollari l’anno. L’Italia è la quarta nazione in Europa, secondo l’Aifa, per la spesa relativa all’acquisto degli psicofarmaci. Lo psichiatra statunitense Peter Breggin (critico nei confronti della psichiatria tradizionale) ha dichiarato che i disturbi mentali non hanno cause organiche; le cause farmaceutiche sfruttano la “falsa teoria dello squilibrio chimico”, una teoria che postula che alla base dei disturbi mentali vi siano degli squilibri chimici (teoria che va ricordato, non è mai stata provata scientificamente) tanto che ormai nel nostro sistema di credenza vi è la convinzione radicata che l’unica possibilità di cura sia attraverso il trattamento farmacologico. 

Bisognerebbe ricordare però che negli anni cinquanta la lobotomia (il termine più preciso sarebbe leucotomia prefrontale) era considerata un’utile pratica per tenere sotto controllo i pazienti affetti da patologie psichiche quali depressione e schizofrenia. Lo psichiatra portoghese Antonio Egas Moniz ricevette il Premio Nobel per la Medicina per aver inventato questa “rivoluzionaria tecnica”. Di pratiche aberranti la psichiatria ne ha sempre fatto uso: dalla classica e tristemente famosa terapia elettroconvulsivante, all’induzione di sonno forzato con somministrazione di barbiturici, alle convulsioni indotte farmacologicamente, tutte pratiche in effetti che avevano un comune denominatore: la volontà di rendere “docile, tranquillo, collaborativo” un paziente, anche a costo, ben inteso, di ridurlo a un vegetale. Questo è stato e continua a essere l’errore della psichiatria: “La psichiatria è un metodo di controllo terribile e violento,” afferma lapidario Antonucci. “Io, Cotti, e altri, abbiamo detto che non bisogna sistemare la psichiatria, ma bisogna proprio eliminarla.”