Premessa del traduttore: Questo articolo firmato da Kelsey Piper è apparso originariamente su Vox il 17 febbraio scorso (2019). Purtroppo i recenti sviluppi che hanno visto lo scoppio di una nuova epidemia di coronavirus in Cina potrebbero renderlo uno scritto tristemente profetico. Anche se i legami tra la nuova epidemia e le ricerche sperimentali sui virus non sono ancora stati provati con certezza, la coincidenza che Wuhan, cittá epicentro del contagio, sia anche l’unica cittá della Cina con un laboratorio di livello di biosicurezza 4 (quello dedicato ai patogeni piú pericolosi), è troppo grande da non tenere in considerazione.

Quello dell’influenza aviaria è un virus patogeno col potenziale di scatenare un’epidemia globale. Adesso, grazie al governo americano, due sperimentazioni scientifiche intente a renderlo ancora più pericoloso si rimetteranno all’opera dopo essere state sospese per qualche anno. Questo inquietante sviluppo mette in evidenza i rischi di quella che in gergo scientifico viene chiamata ricerca gain-of-function (“acquisizione di funzione”, n.d.t.). Si tratta di studi volti a manipolare geneticamente i virus – solitamente per renderli più mortali.

Qualche tempo fa Science Magazine riportò che le autorità americane avevano dato il via libera, nel silenzio generale, a due esperimenti pericolosi e fortemente controversi. Il primo sarebbe iniziato quasi immediatamente e l’altro verso la fine della primavera 2019. Entrambi erano stati bloccati in via cautelare nel 2012, dopo aver scatenato un feroce dibattito nella comunità scientifica sui rischi delle sperimentazioni gain-of-function. Nel 2014, il governo degli Stati Uniti aveva indetto una moratoria su tali ricerche.

Il 2014 era stato un anno disastroso sul fronte del rischio biologico. In giugno, circa 75 scienziati del Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) erano stati esposti all’antrace. Poche settimane dopo, alcuni funzionari del Food and Drug Administration (FDA) avevano trovato per caso 16​ provette di vaiolo dimenticate in uno sgabuzzino abbandonato. Nel frattempo, l’epidemia di Ebola “più estesa, severa ​e complessa” della storia stava infuriando in Africa occidentale, ed era​ appena stato diagnosticato il primo caso negli Stati Uniti.

Photo by CDC on Unsplash

Era questo il contesto nel quale scienziati ed esperti di biosicurezza si ritrovarono invischiati in un dibattito sugli studi genetici gain-of-function. Chi era favorevole a questo tipo di ricerca argomentava che è meglio anticipare lo scoppio di un’epidemia rendendo i virus più mortali in laboratorio. Ma molti altri erano e rimangono convinti che i potenziali benefici derivanti da tali esperimenti – che paiono comunque limitati – semplicemente non giustifichino il rischio di provocare la prossima epidemia con le nostre stesse mani.

Seppur diviso internamente, il governo americano optò all’epoca per una scelta ispirata al principio di precauzione. Annunciò una moratoria su​ i finanziamenti alla ricerca gain-of-function – sospendendo le​ sperimentazioni ad alto rischio affinché il mondo scientifico potesse valutare con più attenzione i pericoli insiti a tale ricerca. Ma già nel 2017 il governo rilasciò a tal riguardo nuove linee guida che in pratica decretavano la fine della moratoria. Le rivelazioni di Science Magazine confermano che le sperimentazioni ad alto rischio sono ricominciate.

Alcuni esperti di biosicurezza temono che insistere su questa linea di ricerca possa risultare in un tragico errore e provocare la morte di molte persone innocenti. Sostengono che, se davvero si vuole proseguire in quest’ambito, bisognerebbe perlomeno garantire un processo trasparente a livello globale tra i soggetti interessati. In fin dei conti, se qualcosa andasse storto, il disastro verso cui andremmo incontro avrebbe certamente delle proporzioni mondiali.

Un virione della MERS, coronavirus correlato alla sindrome respiratoria mediorientale

Sulla necessità della prudenza nella ricerca biologica

Negli anni settanta, la comunità dei biologi dovette affrontare non poche difficoltà per valutare le implicazioni etiche derivanti dalle straordinarie innovazioni tecniche nel loro settore. Già nel 1975, divenne possibile inserire artificialmente il DNA di un virus in un batterio ad esso estraneo. Gli scienziati però non erano sicuri che fosse davvero una buona idea.

Erano preoccupati che l’esperimento potesse generare un esemplare con la capacitá di diffondersi in natura, mi ha confidato Kevin Esvelt, ricercatore del MIT e pioniere del CRISPR, il noto strumento di editing genetico. Avevano paura di creare accidentalmente un supervirus. Non avevano idea di come i geni si trasmettano da specie a specie. Così, quell’anno, si decise per una moratoria volontaria sugli esperimenti con DNA ricombinante. Le nuove tecniche, si pensava, avrebbero potuto portare a grandi benefici – ad esempio consentendo la modificazione genetica delle colture per aumentarne la resa e garantire il nutrimento necessario ad un maggior numero di persone. Ma a quel tempo semplicemente non se ne sapeva abbastanza da escludere che quelle stesse tecniche si sarebbero invece rivelate estremamente dannose. La moratoria fu contestata ma venne ugualmente rispettata da tutti, e l’anno seguente scienziati, eticisti, leader religiosi e rappresentanti politici si riunirono in California alla conferenza di Asilomar per stilare i principi guida del nuovo settore.

Oggi possiamo affermare con sufficiente certezza che quei primi esperimenti di manipolazione genetica non erano in realtà così pericolosi come si temeva, ed è quindi facile guardare indietro a quegli anni e convincersi che la moratoria di allora fosse una precauzione eccessiva e forse addirittura paranoica. Ma questo tipo di ragionamento è del tutto sbagliato, sostiene Esvelt. Date le informazioni di cui si disponeva a quell’epoca, fu la scelta giusta. Quando ci si avventura in un nuovo campo di ricerca dove non si sanno valutare i rischi con certezza, bisogna agire con estrema cautela. Man mano che si procede con la ricerca, ci si può rendere conto che la precauzione iniziale non era poi cosí necessaria. Ma è sempre meglio che agire in modo avventato.

Eppure quello a cui assistiamo oggi è proprio un agire in modo avventato – e la posta in gioco è ancora più alta di allora. Mentre scriviamo, nei laboratori di mezzo mondo decine di scienziati conducono esperimenti su virus patogeni ad alto potenziale epidemico che una volta liberati potrebbero uccidere milioni di persone. Modificano questi virus rendendoli ancora più letali o più facili da trasmettere, per testarne il potenziale di contagio. Tra le polemiche, gli esperimenti continuano. E molti esperti protestano che non ci sia sufficiente chiarezza sul perché.

L’influenza suina A/CA/4/09

Come funziona la ricerca gain-of-function

Nel 2001, un gruppo di ricercatori australiani si mise a lavorare su quello che doveva essere un virus contraccettivo per la disinfestazione, rivolto ai topi. Invece di sterilizzarli, però, l’Ectromelia virus che gli scienziati avevano utilizzato si dimostrò letale per i topi – uccidendoli tutti. (Nei virus, la letalità e la trasmissibilità tendono ad escludersi a vicenda, per cui la ricerca si rivelò un pessimo risultato dal punto di vista della disinfestazione oltre che un campanello d’allarme in termini di sicurezza). Inoltre, la  decisione di pubblicare i risultati della loro ricerca fu considerata da molti come una scelta sconsiderata​. È forse opportuno pubblicare delle istruzioni dettagliate su come ricreare un virus mortale?

Ce ne andammo riflettendo sul da farsi, dichiarò in un’intervista rilasciata dieci anni dopo uno dei ricercatori, Ian Ramshaw.​

A quei tempi le istituzioni scientifiche non avevano ancora rilasciato linee guida ufficiali sul comportamento da tenere in un caso simile. Tenni un discorso ad un incontro dov’erano presenti tutti i nostri ricercatori. Gli mostrai i risultati e chiesi, “Cosa ne facciamo? Li pubblichiamo o no?” Quando ce ne andammo il consenso generale degli scienziati, molti dei quali probabilmente non erano qualificati per prendere la decisione, fu che c’era così tanto materiale là fuori a disposizione di potenziali bio-terroristi che, penso di poter citare a memoria, “Uno in più non avrebbe fatto la differenza.” Ne informammo le autorità militari ma non ricevemmo mai alcuna risposta. Probabilmente pensarono “Chi diavolo sono questi?” oppure “Cosa diavolo è questo?” E fu così che pubblicammo quella ricerca potenzialmente pericolosa.

I ricercatori dell’ectromelia si imbatterono nella loro scoperta per caso. Ma il prossimo gruppo di scienziati a far sorgere delle domande su come gestire una ricerca pericolosa lavorava su un progetto di cui era facile prevedere la pericolosità. Si trattava di un noto ceppo influenzale – l’H5N1. Il virus influenzale più letale della storia fu quello dell’epidemia Spagnola del 1918, che si stima abbia causato la morte di 50 milioni di persone. L’H5N1 ha ucciso più della metà delle persone contagiate, e anche se​ pare perdere in letalità quando modificato per essere più facilmente trasmissibile, rimane un virus molto, molto pericoloso.

Nel 2011, due diversi gruppi di ricerca annunciarono l’intenzione di pubblicare degli studi dove avevano modificato l’H5N1 – nei furetti, non nell’uomo – per renderlo trasmissibile attraverso l’aria. Altri scienziati si opposero. In una lettera aperta indirizzata alla Commissione Presidenziale per lo Studio delle Questioni Bioetiche e firmata dai leader del settore, tra cui diversi premi Nobel, si affermò che è “moralmente ed eticamente sbagliato” manipolare i virus per renderli più letali. In​ risposta, i gruppi di ricerca che studiavano l’H5N1 sostennero che le nuove informazioni acquisite sul virus avrebbero permesso di elaborare delle strategie più efficaci per tenerci al sicuro.

Nel 2014, studi come questi furono sospesi dopo la moratoria decisa dal governo americano. Ma adesso gli stessi laboratori di ricerca – quello di Yoshihiro Kawaoka dell’Universitá del Wisconsin e dell’Università di Tokyo, e quello di Ron Fouchier presso il Centro Medico dell’Università Erasmus nei Paesi Bassi – hanno ottenuto il via libera per riprendere le sperimentazioni.

Quali sono i benefici della ricerca gain-of function?

I sostenitori di questo tipo di ricerca (non tutti gli studi gain-of-function sperimentano su virus pandemici) elencano una serie di possibili benefici che ne potrebbero derivare.​ In generale, ritengono che possano aiutarci a migliorare i nostri strumenti di sorveglianza medica e di monitoraggio riguardo a future potenziali epidemie. È proprio nell’ottica di impedire lo scoppio di un’epidemia – o di bloccarla prima che diventi grave – che si prendono campioni dei virus attualmente in circolo. Se conoscessimo tutti i ceppi virali più pericolosi in circolazione, viene argomentato, saremmo in grado di monitorarli e di preparare una risposta efficace non appena tali mutazioni emergano allo stato brado.

“Man mano che migliorerà il coordinamento delle attività di sorveglianza internazionale e la condivisione globale dei virus,” scrivono su mBio alcuni fautori della ricerca, diventeremo più bravi a riconoscere i vari ceppi virali. Successivamente, gli studi gain-of-function ci diranno quali di questi sono prossimi a diventare letali. “I dati GOF sono stati usati per condurre indagini sui focolai epidemici ed allocare risorse (ad esempio, l’H5N1 in Cambogia) volte a elaborare i criteri per gli strumenti di valutazione del rischio influenzale, oltre che a prendere difficili decisioni politiche di pianificazione per le emergenze epidemiche,” sostengono.

“Il governo degli Stati Uniti ha soppesato rischi e benefici… e ha sviluppato nuovi meccanismi di supervisione. Sappiamo che ci sono dei rischi. Crediamo peró che sia importante continuare a lavorare per proteggere la salute umana,” ha spiegato Yoshihiro Kawaoka. Altri scienziati rimangono scettici. Thomas Inglesby, direttore del Centro per la Sicurezza Medica allo Johns Hopkins, mi ha detto che a suo parere le motivazioni riguardo ai presunti benefici per lo sviluppo dei vaccini non reggono. “Non ho mai sentito alcuna industria farmaceutica sostenere di aver bisogno di tali studi per produrre un vaccino,” ha detto. “Non ho visto un briciolo di evidenza che questo tipo di ricerca possa risultare in applicazioni significative nel campo biomedico”. Inoltre, bisogna considerare che ci potrebbe essere un numero incredibilmente alto di possibili varianti virali, mentre i ricercatori sono in grado di indentificarne solo qualcuna. Anche se ci imbattessimo in una delle mutazioni letali di un virus, potrebbero ugualmente sfuggircene altre migliaia. “La questione se gli studi di laboratorio siano in grado di prevedere il comportamento della natura è ancora del tutto aperta,” ha incalzato Esvelt. “Quanto predittivi sono davvero questi studi?” Al momento, rimane una domanda senza risposta.

E anche nel migliore dei casi, l’utilità di tali risultati sarebbe comunque estremamente limitata. “Bisogna ricordarsi che molti paesi non dispongono di alcun meccanismo preventivo – e ancor meno di modalità capaci di indentificare e ridurre in tempo reale i rischi derivanti dall’implementazione di nuovi esperimenti e tecnologie,” mi ha confidato Beth Cameron, vicepresidente sulle politiche globali di programmazione biologica alla Nuclear Threat Initiative.​

Test di inibizione dell’emoagglutinazione

Con una posta in gioco così alta, molti ricercatori sono frustrati dal fatto che il governo americano non sia più trasparente riguardo alle considerazioni che l’hanno indotto a finanziare la ricerca. È proprio necessario studiare come rendere l’H5N1, col suo strabiliante tasso di mortalità, ancora più trasmissibile? Le precauzioni prese saranno sufficienti ad evitare che il virus sfugga dal laboratorio? Quali sono i benefici previsti dalla ricerca, e quali pericoli sono stati messi in conto dalle autorità che l’hanno approvata? “Il comitato HHS non ha richiesto la modifica o la rimozione di nessuno degli esperimenti proposti,” ha riportato Science Magazine nel pubblicare la notizia. Ma delle modifiche o pratiche supplementari di sicurezza sono almeno state considerate?

“Le persone a capo di questi progetti di ricerca sono virologi di fama internazionale,” ha detto Inglesby, “ma i laboratori non sono infallibili, e perfino nei migliori laboratori del mondo a volte si commettono errori.” Quali misure sono state adottate per evitarlo? I risultati potenzialmente pericolosi saranno poi rivelati al mondo, dove gente malintenzionata potrebbe utilizzarli per altri scopi? Queste sono le domande a cui in teoria il processo di revisione avrebbe dovuto rispondere. Ma visto che nessuna delle motivazioni è stata resa pubblica, invece di placare i dubbi il via libera dato dal governo USA ha lasciato molti ricercatori col timore che la decisione sia stata presa da gente che sottovaluta i rischi.

“Ritengo di fondamentale importanza che queste decisioni siano spiegate pubblicamente, così che tutti possano capirle,” ha detto Inglesby. “Credo che i rischi di procedere in questa maniera siano alti, troppo alti, e del tutto ingiustificati a fronte dei potenziali benefici. La cosa più importante a questo punto è che il processo decisionale sia reso trasparente al pubblico e alla comunità scientifica, così che si possa decidere se i frutti di questa ricerca valgano le possibili conseguenze”. È senza dubbio frustrante per gli scienziati interessati dover tenere in sospeso le loro ricerche. Ma il fatto che la decisione di approvare — o respingere — un progetto di studio che se andasse storto potrebbe causare milioni di morti venga presa a porte chiuse, in segreto, senza neanche un consulto con gli esperti del settore, è addirittura spaventoso. “Le delibere e le consultazioni in questo caso devono essere fatte in modo trasparente,” ha concluso Inglesby.

Cameron, che è stata coinvolta come supervisore al momento della stesura delle nuove linee guida governative e che ha ricoperto l’incarico di direttrice per la sicurezza sanitaria globale e la biodifesa presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca (NSC), è d’accordo: “Sono preoccupata per la mancanza di trasparenza verso il pubblico,” ha detto. “Dovrebbe esserci un vasto consenso generale sul perché questi esperimenti siano necessari per l’interesse collettivo, nonostante gli ovvi rischi per la salute pubblica.” Ci sono anche dei rischi indiretti. Esvelt teme che l’opera salvifica dei virologi potrebbe essere fortemente compromessa, forse in maniera definitiva, nel caso che un errore provochi la morte di persone innocenti. “Quali saranno i costi per la scienza, per la buona reputazione della scienza, se combiniamo un brutto guaio? Se un virus modificato in laboratorio ci scappa e ammazza un mucchio di gente?” mi ha detto. Ha poi rivolto una domanda ai suoi colleghi: “E voi pensate di avere un problema coi no-vax adesso​?” Se la ricerca sui vaccini, non importa quanto ben intenzionata, risulterà in un’epidemia mortale, le proteste potrebbero dilagare fuori controllo.


L’Intellettuale Dissidente ha provato a contattare, senza successo alcuno, l’autore della versione originale di questo articolo così da fargli visionare la traduzione e concordare una possibile pubblicazione. La redazione s’impegna a modificare, correggere o eliminare il contenuto in qualsiasi momento su indicazione e volontà dell’autore o della redazione di Vox.